Accelerazione e alienazione

Su una endiadi nefasta

“Marciare, non marcire”. Senonché a marciare, con passi da gigante, tra pause e crisi strutturali è il turbo capitalismo. A marcire siamo soprattutto Noi europei. Un Noi in primis continentale, che mina alla base la nostra millenaria cultura, laica ed ecclesiastica, il sostrato della nostra humanitas, dialettica e condivisa, altra/oltre rispetto ad una alleanza/dipendenza di matrice atlantica/mercantilistica. Ad ammalarsi, con e attraverso Noi, quadro tanto fosco quanto conseguente, l’areale terrestre più globalizzato, indissolubilmente dipendente dai troppi diktat liberisti.

dentato_50pxA illuminare genesi e struttura di questo male, fornendo una chiave di interpretazione dei processi della tarda modernità, è utile meditare il pensiero filosofico di Hartmut Rosa. Rosa, nel suo Accelerazione e alienazione (Einaudi), rielaborando la teoria critica francofortese, squarcia il velo di Maya dell’economicismo, totem del nostro tempo, denunciando la peculiarità capitalista e la patologia sociale connaturate al nostro mondo contemporaneo: l’inscindibile diade accelerazione ed alienazione.

dentato_50pxOrdine (poco e imposto) e disordine (diffuso e predeterminato) della nostra attualità economica – sociale – storica – antropologica, risultano accomunati da un parossistico dinamismo utilitaristico e produttivo, in grado, sorpassandosi di continuo, di frantumare lo spazio e il tempo. Ergo? Uomini meno coscienti delle proprie identità, non più predisposti a relazionarsi attraverso la reale percezione di sé e degli altri. Uomini non più zoon politikon all’interno e attraverso le rispettive comunità di appartenenza, bensì bestie ferine e aggressive, racchiuse in branchi, sfamate dal solo soddisfacimento di bisogni primari, successi individuali, profitti materiali. Uomini, di fronte a piccoli o grandi pause più o meno forzate (il nostro barricarci quotidiano contro il virus è un esempio lampante), incapaci di ricaricarsi, di farsi domande, di collocarsi, di interessarsi. Sono i ritmi imposti dalle merci, dalla produzione, dai guadagni a reclamare tutto ciò. Perché è la competizione l’anima propria, non solo concupiscibile, dell’accelerazione che divora il tempo dell’anima e lo spazio vitale. Perché è l’alienazione il morbo più diffuso che intacca e compromette sempre la nostra comune quotidianità. Con il corollario, come se non bastasse, dei mali occidentali più diffusi: noia, inerzia, ansia, frustrazione, crisi di identità, depressione.

dentato_50pxUna triade di processi accelerati – accelerazione tecnologica, accelerazione dei mutamenti sociali, accelerazioni dei ritmi di vita – che pur evocando un possibile sviluppo dialettico ne elimina ogni ri-soluzione hegeliana o adorniana. Non è “semplicemente” una Babele: di biblico, cristiano, metafisico, trascendente si continuano a perdere le tracce e a recidere le ultime sostanziali radici. È, forse, la fine della Storia di Fukuyama, allora professata con troppo anticipo, sbagliando clamorosamente sotto l’auspicio delle speranze più fasulle? È la conferma di vivere, sopravvivere, scannarci dentro la realtà di Caoslandia cara a tanti geopolitici? Che questa volta i dubbi vengano meno, è l’affermarsi della potenza totalitaria (sic!) del Mercato? A questo punto, di fronte a tali risultanti, perché non rallentare? Affido la risposta, dura e condivisibile, nuovamente all’analisi del Rosa: i processi di decelerazioni esistenti sono pochi, deboli, se non addirittura funzionali allo stesso processo capitalistico. Limiti oggettivi temporali e fenomeni di recessione economica (non a caso definiti economic slowdowns), diventano intervalli che precedono riprese più spasmodiche. Eventi naturali, più o meno catastrofici (che Australia e Amazzonia continuino a bruciare!), si velocizzano artificialmente o si sfruttano speculandosi. Particolari movimenti antagonisti, gruppi religiosi, partiti  di controtendenza risultano poco più che nicchie presto sedate e sconfitte nelle pseudo arene liberal.

dentato_50pxSe il quadro appare profondamente compromesso, non può esserlo in modo assoluto. Con spazi di manovra ogni  giorno più angusti, è ancora possibile porsi critici ed extramoenia rispetto alla Ratio strumentale irrazionale del Pensiero unico oggi dominante. Nella supposizione che non sia mai troppo tardi, per assistere ad un corso diverso del Tutto, a Noi evitare facili rese ai primi squilli di tromba di un presunto Bianconiglio. Che siano i sostenitori del pensiero debole, i postmoderni, i transumanisti, gli scientisti, gli affaristi a seguirne il folle cammino. Non ridursi altresì, nella falsa promessa di una vita eterna su base terrena, a definirci soprattutto come homini economici ovvero homini laboratores. Marx e Wall Strett, sebbene opposti nei loro materialismi e nella loro visione antropo-escatologica, si sono rivelati due facce della stessa medaglia. Riconoscersi umanità, nell’accezione più ontologica e più politica del termine, nel rapporto tra Se, l‘Io e l’Altro, nel riflettere, nel progettare, nel collaborare, nell’agire, nel confermare e non obliare l’intimo ed eterno legame tra Verità e verità. Pena senza appello, in caso contrario: il tramonto di ben altro che la vera Filosofia. Con il probabile bene placet di Dio e Horkheimer.

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