Chiudere il cerchio?

Una lettura di “The Circle” di Dave Eggers

L’imporsi dell’attuale emergenza sta sempre più rafforzando una tentazione nella quale l’umanità ipermoderna era già, da ormai qualche anno, precipitosamente caduta: la tentazione – alimentata da un’ormai psicotica paura della morte – di affidare il proprio destino ad un paradiso digitale e postumano, completo di inesauribile giovinezza e, dunque, immortalità. Paradiso che prevede la completa delega del destino individuale a dinamiche di controllo gestite dalla cosiddetta intelligenza artificiale: non più il divino nell’umano, non più l’autenticità dell’io, ma un’anonima, subumana dinamica di controllo totale, affidata alla tecnica, dovrebbe cullare umanoidi senza io nel sopore d’un mondo dove si resta perenni infanti, in una trasparenza che inghiotte ogni autonomia e libertà del pensare, del sentire, del volere. Mondo dove il bene non è libero, amorevole, fecondo dono di sé e del proprio, ma disindividualizzato, disumanizzato dovere di funzionare, nell’orizzonte del più totalitario collettivismo, senza più spazio per l’esperienza d’una scelta generata dall’io, dallo Spirito che trascende ogni biopsichismo. Questo antimondo costruito contro l’io ha trovato una convincente caratterizzazione nel romanzo distopico The Circle, di Dave Eggers, uscito nel 2013 (traduzione italiana: D. Eggers, Il cerchio, a cura di V. Mantovani, Milano, Mondadori, 2014)

dentato_50pxThe Circle inscena la resistibile ascesa di Mae Holland, giovane e ingenua laureata assunta dalla ditta The Circle, guidata dai cosiddetti Tre Saggi, il cui progetto consiste nell’instaurare, tramite l’uso di tecnologie informatiche sempre più raffinate, un ordine basato sulla totale manipolazione delle coscienze: su una trasparenza, su una visibilità totale non generata dall’incontro, dal dialogo autentico, dal reciproco comprendersi, ma prodotta mediante un controllo permanente, esercitato tramite la produzione di un sé artificiale, imposto quale autentico sé – “TruYou”, con evidente allusione a true –, in modo da nientificare ogni individualità, in nome di un’astratta, collettivizzante metafisica e retorica dell’unità. La prospettiva di completare questo progetto, ovvero la chiusura del cerchio, supportata dai più complessi ritrovati tecnici e psicologici, conquista l’ingenua Mae, capace, alla fine, di tradire la fiducia di Ty Gospodinov, uno dei Tre Saggi, che, resosi conto dei pericoli insiti nel progetto, sotto il nome di Kalden ha tentato di sabotarlo.

dentato_50pxKalden-Gospodinov è l’unica persona capace di sabotare la chiusura del cerchio, perché a lui si devono molti fra i ritrovati che la rendono possibile. Ma il sabotaggio potrebbe compierlo solo con l’aiuto di Mae: solo osando avere incondizionata fiducia in un’altra persona, nella sua libertà di scelta. Questa fiducia, però, viene, appunto, tradita, e mediante tale tradimento Mae riesce ad evitare ciò che lei percepisce come l’apocalisse: la distruzione del paradiso che fin dall’inizio ha cercato nel lavorare per The Circle.

dentato_50pxNon a caso le parole con cui il romanzo inizia sono “‘My God’, Mae thought, ‘It’s heaven’ (“‘Mio Dio’, pensò Mae, ‘È il paradiso!’… come un paradiso in terra Mae percepisce il campus della ditta che sta pianificando il controllo totale. E l’intero romanzo è la messa in scena della metafisica che nutre l’edificazione di quel paradiso. Metafisica psicoticamente ossessionata da un’astratta ed asfissiante unità, da attingersi mediante mistici slanci essenziantisi di communication, understanding, clarity. In nome di tale unità ogni persona è in ossessiva permanenza chiamata a render conto, chiamata ad una permanente accountability, ad una totale trasparenza, che pretende di condurre ad una piena pace della mente (transparency leads to peace of mind). Una mistica della partecipazione e della comunione viene imposta, dove le due nozioni sono strumentalizzate quale sentimentalistica leva, per risucchiare le coscienze in un vortice di sensi di colpa di fronte a qualsiasi moto di autentica indipendenza e individualità. Indipendenza e individualità sono, infatti, legate a quell’incertezza che si vuole del tutto eliminare dalla società: per generare una società in cui non c’è più spazio per l’enigma, per il mistero. Passione, partecipazione, trasparenza sono i tre ideali che devono condurre alla costruzione di un tale paradiso, capace di partorire l’uomo nuovo come Transparent Man, essenziantesi in una conoscenza collettiva. Ideali orientati a costruire un sentiero di illuminazione (path of illumination”) che conducе ad un mondo vaneggiato come perfetto, in cui gli esseri umani sono costretti a vivere secondo il sé loro imposto quale migliore (compelled to our best selves). Un mondo dove, come per contromagia, viene prodotto per ogni persona il profilo spacciato come più pura versione di sé.

dentato_50pxIl mondo di The Circle è il regno di un’algida, onnipresente luce, dove l’essere visti è l’unica autorizzata prova di esistenza. Luce di una distopica utopia partorita dal digitale, la cui essenza è unità assoluta, generata da un connettere identificato col conoscere. Connettere che consente solo una verità e una moralità globalizzate, dove nulla è consentito fuori da una astratta e soffocante norma. E tutto ciò avviene, come per i missionari di una chiesa, nel nome del bene, della salvezza dell’umanità, da attingersi mediante il pungolo dei tre slogan Secrets are liesSharing is caringPrivacy is theft.

dentato_50pxL’umanità di The Circle si vaneggia salva, e, dunque, in Paradiso, perché in essa tutti si sentono Dio, dal momento che ognuno è capace di vedere e di giudicare ognuno. Un’umanità che, quindi, realizza la completa inversione dell’Età dell’Oro: vaneggiando di aver preso il posto degli dèi, ma avendo definitivamente delegato libertà, scelta e creatività ad un’antiumana sottorealtà digitale, destinata a partorire il regno d’una luce che è caricatura della Luce spirituale, della Luce del Bene. Un regno della relazione collettivistica, che non manifesta, ma inghiotte i propri termini. Relazione in cui il bene non è Luce spirituale, luce dell’Io che, nel donare infinitamente se stessa, dona all’altro uno spazio infinito di libera manifestazione.

dentato_50pxNella distopia di The Circle il bene è l’opprimente luce di un astratto Uno, di una dittatoriale uguaglianza che, deformando ipocritamente il senso dei più sani ideali, inghiotte ogni autentica alterità e singolarità, spogliando l’essere umano di ogni facoltà generativa e, dunque, di ogni autentica personalità, riducendolo a processi costantemente valutabili e standardizzabili. La società di The Circle non ammette, dunque, se non un indefinito ritorno dell’identico, senza alcuno spazio per l’immaginazione, nella totale prevedibilità del volere. In questa società la luce che produce trasparenza, identificata con la luce del bene, è, allora, in realtà, solo morta e mortifera luce del passato, di un PastPerfect: di un sistema che è totale mappatura del presente e del passato, pretendendo con ciò di essere generatore di futuro, ma partorendo, così, solo l’aborto di ogni futuro. Eppure, questa artificiale luce affascina e suggestiona la giovane laureata Mae Holland: terribile suggestione del nostro presente ipermoderno, che vuol far sempre più crederci che il nostro destino possa essere autentico solo se generato da norme, certificati, accreditamenti, valutazioni, rankings, algoritmi, facendoci sentire in colpa se solo osiamo pensare alla stupidità abissale di questa infantile credenza, la cui stupidità non è eguagliata da alcuna trascorsa e presente superstizione. Un presente che, nelle visioni di troppi fautori di uno pseudoprogresso, sempre più dovrebbe assumere l’incolore carattere dell’antisocietà messa in scena da The Circle. Un presente che, così, sempre meno si mostrerebbe capace di comprendere la sfida di fronte a cui è posta ogni vita degna di essere detta umana: la sfida che invita ogni essere umano a prendere in mano il proprio destino, senza artificiose deleghe a questa o quella istanza vaneggiantesi protettrice. Una sfida che proprio The Circle mostra in tutta la sua drammatica realtà: Kalden-Gospodinov non fallisce, infatti, perché vittima di un qualche meccanismo o automatismo, ma perché Mae liberamente decide di tradire la sua fiducia, rinunciando a generare autonomamente la luce del proprio Io. Ma proprio l’abisso di quel tradimento mostra, paradossalmente, come anche in una società sprofondata nella stupidità resti sempre una nicchia per la libertà di riorientare il destino verso la libertà e l’autentico bene: per partorire il proprio vero sé, non per lasciarsi partorire e inghiottire dagli automatismi di un sottomondo digitale e subumano. Proprio la forza di Kalden-Gospodinov e la debolezza di Mae mostrano come, nel nostro ipermoderno mondo, basti pochissimo per frenare o accelerare il precipitare nell’abisso: come basti, per generare un autentico futuro, il sentirsi esistenti e presenti anche fuori dalla pestilenziale possessione del digitale; come, insomma, l’essere autenticamente umani risieda nel coraggio di generare la Luce del proprio autentico Io. Coraggio per il quale, come per Socrate, misura del vivere umano non è la quantità di vita, ma la dignità che, trascendendo ogni paura della morte, rende gli umani veramente artefici di un Destino.

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


  1. Neppure in quei memorabili b-movie  di zombie ci si apprestava a diventare tracciabili, come i pacchi del corriere o un vasetto di yogurt alla cassa del supermarket. Dentro o fuori quarantena certo fa la differenza, ma la salute dei pensieri e sentimenti dei contemporanei quella è.
    Nel regno della comunicazione onniconnessa che ci sta annientando; non prima di averci dichiarato tutti ipocondriaci per decreto legge.Di più: in streaming.
    E bisognerà pur pensare come sottrarsi a questa immane perdita di vita, che certo si rispecchia nella rovina della già fragile economia. Però occorre ribadire che essa origina da una paralisi spirituale, che a sua volta è innescata, e quindi poi la agevola, dalla montante ibridazione cibernetica dell’essere umano. 
    Mettici l’IA e il 5G, si può davvero dare del complottista a chi paventa dittature panottiche?.
    Non sono appassionato lettore della saga di Tolkien, ma l’analogia tra Circle e Ring è tautologica: il che del resto lascia sperare vi sia pure per il primo, infine,  un Monte Fato. Quanto dovranno penare gli Hobbit?
    E attardandomi sul balcone, senza cellulare ma annaffiando qualche pianta, la mia anziana madre così m’apostrofa, partenopea:”esci dentro, ca fa friddo!”. Esco dentro. Quasi un koan: un altro cerchio, dunque? Magari uno di quelli nei dipinti giapponesi, con un piccolo spazio aperto. Vi sia di ringraziamento, e saluto,
    f ‘