La nostra antica presenza

Una ontologia della durata, dai testi platonici

Ad invecchiare è ciò che eravamo, non ciò che siamo, ciò che è passato e che continua però ad essere presente: i bambini che siamo stati sono ancora intenti nei loro giochi, poiché niente della loro presenza è andato perduto. La nostra antica presenza è anche la più interiore, e la memoria è il ponte che ci lega ad essa, lo sguardo che ancora ci permette di coglierla.

dentato_50pxIl più vecchio non è dunque l’anziano ma il neonato, poiché questi vive in noi da più tempo: è il nucleo temporale del nostro essere. Ed il più giovane è l’ultimo venuto, quello che siamo adesso, con questa nostra rinnovata consapevolezza e percezione delle cose.

dentato_50pxMa è facilmente dimostrabile che il più giovane diventa in realtà sempre più giovane: col passare del tempo, mentre la differenza resta invariata, il rapporto tra il più vecchio e il più giovane tende ad uno (Platone, Parmenide 141b-d, 151e-152e). Perciò, da un punto di vista ontologico non solo non invecchiamo, ma diventiamo sempre più giovani, poiché il nostro vero essere, ciò che davvero siamo e che è realmente ed attualmente presente nell’adesso, è sempre l’ultimo venuto; si rinnova in ogni momento e in ogni momento rinasce.

dentato_50pxL’entità e l’intensità di questo processo dipende poi dalla nostra vitalità interiore, che sarà tanto più prorompente quanto più riusciremo a vivere pienamente il nostro presente, come fanno i bambini, senza farsi ingannare dall’apparente ripetizione delle stagioni.

dentato_50pxInvecchiamo, invece, fisiologicamente. Il nostro corpo, che si limita ad esprimere materialmente ciò che siamo, è una dotazione che ci portiamo dietro sin dal periodo prenatale. Ma il corpo umano non invecchia per decadimento bensì per sedimentazione. La continua rinascita nella pienezza della presenza è come un’onda che deposita detriti sulla spiaggia, dove la spiaggia è la nostra dotazione fisica. Tutto ciò che siamo e che viviamo, le correnti marine, muovono la sabbia del fondale e la depositano sulla riva, che reca costantemente i segni di tutta questa attività.

dentato_50pxCosì, il corpo non è mai l’espressione di una presenza attuale nell’adesso, ma è sempre la traccia vivente di tutta la nostra storia: nella serie temporale in cui il corpo cresce e invecchia, ogni nuovo stadio è l’espressione di una sintesi di tutti gli stadi passati. Ed è necessario che ogni nuova sintesi arricchisca e insieme, per così dire, appesantisca il veicolo corporeo, che come un libro diventa sempre più voluminoso e ricco di significato.

dentato_50pxQuando siamo giovani, l’unità del corpo e dei nostri atti di vita è precaria ed illusoria, ma è avvertita come qualcosa di immediato. Crescendo, invece, sperimentiamo la progressiva separazione di questi due poli: l’incorporeo è sempre più raccolto in sé, e di conseguenza il corpo è sempre più povero dell’elemento spirituale che esso continua ad esprimere, il quale però diviene sempre più puro. La sedimentazione rallenta e l’onda perde di potenza, così il mare ritrova gradualmente la sua calma.

dentato_50pxCiò che questo processo restituisce è la catarsi di uno spirito rinnovato e leggero, uno spirito infante in cui si concentra progressivamente la stessa pienezza di vita che l’uomo poteva sperimentare anche nel corpo quando era bambino. Solo che ora questa vita è tutta interiore, non ha più nulla di fisico.

dentato_50pxL’affinità tra l’anziano e il bambino è dunque profonda, poiché l’anziano che ha ben vissuto percepisce la prorompente corporeità del bambino, come qualcosa che egli possiede dentro sé e che invece non ha più fuori di sé. E non è questo corpo interiorizzato il seme di un corpo a venire che si prepara a risorgere, trasfigurato?

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