Di una potenza che trattiene

Il Katechon come forma del reale

C’è nella storia una forza «qui tenet», una potenza che trattiene l’apocalisse: lo colse per primo Paolo di Tarso annunciandolo nella Seconda lettera ai Tessalonicesi (2,7). Quella forza, il katechon, aveva già agito nella storia, ma ora – lo percepiva bene Paolo – prendeva forma nel Cristianesimo. Era una forza divina che agiva nella comunità degli uomini, e che pertanto si poteva osservare con sguardo teologico-politico: in tal senso la meditò Carl Schmitt in pagine famose del Nomos della terra, e così pure Massimo Cacciari nell’efficace compendio del Potere che frena.

dentato_50pxAnche oggi, nel pieno della singolarità storica che stiamo vivendo, qualcosa suggerisce che è già in azione un potere frenante; ma il dramma mostra anche altro: che la potenza «qui tenet», la segreta forza che impedisce il disfacimento della civiltà, non sembra più stare dove fu allocata per secoli.

dentato_50pxIndividuato da Paolo, il primo cristiano “politico”, il katechon s’incardinò nella Respublica christiana, l’unità di diritto che resse lungo i Secoli bui, per tutto il Medioevo e fino al crollo del 1918. Lungo il Novecento ha imperniato, di volta in volta, i diversi equilibri assunti dalle potenze e infine il modello ultimo di unità che chiamiamo Europa.

dentato_50pxDa anni circolava il dubbio che il katechon potesse seriamente agire in forma di collante europeo: oggi, nella sfiorata catastrofe, quel dubbio diventa qualcosa di più d’una persuasione. La potenza «che tiene» non è più l’Europa: non lo è mai stata un’Europa così intesa. Non è più nemmeno nelle nazioni sovrane: come pensarlo per uno Stato come l’Italia, dove il dramma finirà nello status quo, nell’irrisolto conflitto tra centro e periferie?

dentato_50pxSi rimette in gioco chi e cosa debba assumere l’ufficio di «sicurezza civilizzatrice»: negli ultimi decenni sono state gettate le basi affinché la funzione della saldezza si sposti dai nuclei di centralizzazione (europei, statali, monoteisti) a quelli periferici delle comunità. La forza «che tiene» è sempre più frammentata, perde la forma del macigno e acquista quella del reticolo, i cui nodi sono le culture identitarie.

dentato_50pxSempre più un concetto di fondamento cristiano si modifica, resta nello spazio d’azione del divino ma si sposta verso una forma di gentilezza pagana, come rivelano la riconciliazione della vita con la natura, il movimento ecologista, la ricerca del dialogo tra civiltà, il ruolo basilare assunto dalle differenze di genere nell’edificazione della realtà, l’educazione del corpo, le nuove abitudini alimentari, lo studio olistico della persona.

dentato_50pxIl katechon sembra raccogliersi nei confini delle identità, anche nel segreto del focolare domestico e tenta di scrollarsi il faustismo infinito, l’inesausta volontà di andare sempre oltre. Così ritirandosi, il katechon ripristina quella forza di trattenimento che ha perso nell’emorragia verso il mondo intero.

dentato_50pxMai come oggi ciò che incalzava gli uomini a restare nel cosmo monoteista-produttivo, è a sua volta incalzato dall’energia delle specificità e delle differenze, dal pressante richiamo del politeismo e della terra. Quel che generazioni non troppo distanti sperimenteranno è una forma inedita di concezione della realtà. Il katechon si frantuma, ma l’impressione è che nella confederazione dei frammenti si trasfonda la nuova linfa.

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