Il tempo degli schiavi

Nel macchinoso difficilmente liberi

Osservo stupito l’immagine. È una vecchia cartolina dall’Egitto, me la inviò mio padre, non so nemmeno più quanti anni fa.

dentato_50pxStanno lì da millenni le piramidi e oggi mi fanno pensare all’abbassamento del sacro a colpi di frusta; non ne distinguo più la bellezza, che pure c’è. Questi massicci poliedri che assottigliano verso il cielo, mi paiono tirarlo giù. È l’urgenza di arrivare. Alla fine, solo a Mosè vennero concessi occhi a vederlo.

dentato_50pxE poi, ma io non lo so, come si saranno consolati tutti quegli schiavi, per tutta quella miseria di lavoro pietra su pietra? Alcuni, chissà, lasciandosi ammaliare dalla costruzione in opera. Lo spero per loro. Del resto, per quanto crudele, il metodo era automatizzato il giusto, pure se non ancora bastevole a se stesso (dunque la frusta).

dentato_50pxMacchine umane grovigliose lavorano incessantemente anche ad inizio terzo millennio, ma senza fruste o manganelli egualitari. Volentieri si assume la postura e ci si riduce alla propria funzione. Poi capita che la macchina si fermi e il rumore degli ingranaggi si faccia sentire per un po’ sullo sfondo, in streaming, on line, televisivo. Dove sta la differenza? È lo stesso rumore di prima alla fine, solo indebolito; quasi in dissolvenza le maglie del suono si allargano lasciando udire un silenzio. È il silenzio dell’ammutolire che, inizialmente scambiato per uno stiracchiamento saggio e riflessivo, rivela poi la stanchezza di un ingranaggio che rischia di arrugginire rapidamente senza la giusta lubrificazione e quel movimento. Dov’è, dunque, la limitazione della libertà?

dentato_50pxSi fa presto a dire libertà, ma quella che potremmo avere, quella vigilata del conoscere per deliberare, è sempre stata una faticaccia cara a pochi. L’anelito, il ronzio del funzionamento perpetuo invece è per i più, necessario a coprire ogni esitazione, ogni silenzio.

dentato_50pxMolto di ciò che facciamo corrisponde a ciò che ci viene richiesto, com’è giusto che sia. Ruoli riconoscibili e funzionali, com’è giusto che sia. Ma se l’io viene poi a corrispondere unicamente ai nostri ruoli, per quanto decisivi, si definisce un’ipostasi artificiosa, dunque artificiale. Senza mai un corto circuito vitale, tutto in chiaro, assumiamo le sembianze di un vecchio rottame scintillante che si ostina a macinare ore di lavoro a vuoto, visioni del mondo spacciate gratis online (i bar sono chiusi), verità scottanti e virali, da lupi solitari. Repubbliche fondate sul lavorio, pensoso.

dentato_50pxEcco, me ne sto qui cercando di non ammalarmi, come tutti, e poi aspetto che il silenzio si faccia occasione di verità e che dopo le attività non essenziali si concedano una vacanza anche i miei pensieri non essenziali, quelli che oliano un io stordito, macchinoso, che tira giù tutto il cielo in terra senza nemmeno la cadenza di una frusta, la necessità di una schiavitù a giustificarlo. Solo dopo, attraversando qualche cono d’ombra, potrò confidare nella libertà, intesa anche come un dono concesso a chi saprà poi cosa farsene.

dentato_50pxIl cosa, oserei dire, un po’ lo sappiamo ma in parte ci verrà rivelato quando il brusio che ci rassicura s’acquieterà. Devono decantare le formule magiche con le quali ci siamo baloccati per anni, la tentazione di sciorinare profezie facili, funzionali a ideologie residuali e tanto inverosimili quanto credute. Questo secondo silenzio emergente ci incuta anche un po’ di timore, affinché le parole che escono dalle nostre labbra e dalle nostre tastiere e dai nostri congegni siano l’uno per cento più avvedute.

 

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