In morte di Raffaello Sanzio

Per il cinquecentenario

Cade mesto, in questo 6 di aprile, il cinquecentenario della morte di Raffaello Sanzio. S’erano già preventivamente apparecchiate mostre a non finire per le celebrazioni, prima su tutte quella accasata presso le Scuderie del Quirinale e con tanto d’apertura ufficiale del Presidente della Repubblica. La serrata generale causa pandemia è però giunta giusto in tempo, per annaffiare l’ardore celebrativo anche alle più scalmanate animulae, le quali, si può immaginare, già concupivano la posa pensosa e pia dinanzi ad una qualche Madonna (bene a favore di fotocamera). Non resta dunque che consolarsi coi surrogati più vari, avvalersi di testi o repertori d’immagini digitali o ricordi. E chi scrive rammenta precisamente un pomeriggio d’estate di un paio d’anni fa, dedicato alla perlustrazione, alla cerca consolatoria della preda in quel di Urbino. L’aria afosa lasciava via via campo alla protezione tiepida dell’ombra, greggi universitarie non ce n’erano, le piazze principali deserte, tutto s’era fatto muto e rarefazione architettonica: la cosa riprende corpo per il capriccio anamorfico del ricordo, carcerato nel silenzio di casa. Salendo, poi, lo scalone ducale e pervenendo alla sala raffaellesca, la teca con l’unica opera del Maestro rimasta in città (cioè la cosiddetta Muta) raddoppiava il mutismo in virtù dell’assenza, dacché il contenuto s’era involato per la via delle Russie (temporaneamente allogata presso il Museo Puškin di Mosca): un modesto foglio plasticato prestava gli onori di casa, notificando rammaricato la sparizione.

dentato_50pxRestava in loco, almeno, la tavola della Città Ideale, da certi attribuita alle fatiche del Laurana, ma ben altri pronti a vederci la mano prospettica di Piero della Francesca (Bernard Berenson docet): nella chiarità deserta dell’utopia perfetta, che perciò ammette soltanto la presenza d’una neoplatonica coppia di piccioni (oltreché di qualche vaso piantumato), ma non dell’uomo. L’ideale è muto anch’esso nella sua solitudine, ma pare comunque, a ripensarla oggi, molto simile alle piazze deserte di queste settimane, come che la vita si ammetta nel mondo, e ci prosperi, necessitando però anche solo d’una pur minima caciara, talché solo i santi per morire a se stessi s’escludono da ciò. Ma la pittura è vita, e per quanto un ideale classicismo rinascimentale si sforzi di ottenere la perfezione dei corpi e delle architetture, per quanto poi utilizzi geometria ed aritmetica, torna all’uomo rifatto colto e cortigiano (previo consiglio del Baldassarre Castiglione, ritratto appunto dal Nostro).

dentato_50pxA ben pensarci si trasfonde, nella pittura raffaellesca, la serenità quattrocentesca e medio-italica, stillata proprio lì dove s’incerniera la parte più propriamente peninsulare con quella continentale padana, e che poggia sulle novità fiorentine della perspectiva artificiale infiltrando gli Appennini fino alla corte urbinate, ingentilendosi però al passaggio delle valli umbre. Una rugiada di tal genere ha da offrirsi alla raccolta, e pervenire a maggior grado in virtù della concentrazione: si consideri la topografia delle tappe del Sanzio, dalla natia Urbino, passando per Perugia, poi Siena e Firenze, fino a Roma: le si guardi sulla carta geografica, come a voler tracciare dei segmenti. Si uniscano, quindi, le prime quattro come vertici di poligono e si tiri una specie d’arco (non troppo curvo) da Perugia con Roma a conclusione del tratto: apparirà l’asterismo dell’Orsa Minore, di cui la Città Eterna in corrispondenza della Stella Polaris. Del celeste in terra a raddoppio sconcertante e l’energia della pittura raffaellesca, come anche degli altri suoi colleghi, ebbe bisogno del Centro per compirsi oltreché farsi universale. La Maniera Moderna, prima di schiudersi al mondo, fu covata dall’urbinate e dal Buonarroti lì in Vaticano e compresa e sollecitata da Giulio II papa (ch’era poi un Della Rovere).

dentato_50pxMorì trentasettenne il Nostro, la sera del 6 aprile 1520, di Venerdì Santo, e ugualmente oggi a distanza di mezzo millennio la data cade nella Settimana Santa. Dice il Vasari che lo colse un gran febbrone che gli risultò fatale: un po’ come a tanti, ammorbati, per diversa via capita in questi giorni sciagurati di pandemia. Ne resta, a noi che celebriamo, la limpida maestria di cui sostanziano il ricordo le terre dei pigmenti e la marcia del pellegrino, consacrato nella proiezione stellare del Centro in Terra, perciò stella pure lui e che a onor del giusto riposa in Pantheon.

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  1. Guardavo giorni fa una lezione sulla stanza della Segnatura. Dopo la sua dottissima prolusione, il relatore dice che i Musei Vaticani accolgono ogni anno 6 milioni di visitatori.
    Era un video di qualche anno fa, non stavamo in quarantena, e vi si conveniva quindi che a quel punto fosse auspicabile una crescita zero. Ma avendo lavorato per quasi un settennio alla reception di un piccolo hotel del centro, mi risuona nella testa il refrain che ho dovuto, senza crederci, ascoltare da chiunque e ripetere a mia volta: “noi potremmo, noi dovremmo vivere di turismo”. 
    Come  “un uomo che si mantenga col mostrare ai viaggiatori il cadavere di sua nonna”, diceva qualcuno. 
    Può davvero essere solo questa, in questo tempo, la funzione dell’arte? E la nostra miglior  sorte ricominciare quanto prima a spremere i turisti, facendo dei centri storici altrettante  scenografie mediatiche?
    E’ davvero ormai inconcepibile, nella soggezione di tutto alla comunicazione e all’economia che proprio in questi giorni ci dicono loro prepotenza e fallimento, una civiltà della forma, e della bellezza?
    Oppure, per fugare il consumismo dell’arte, il suo accumulo che si specchia in quello di algoritmi e denaro in un mondo massificato, l’unica è oramai crearla ogni volta e ogni volta dissolverla, come fanno i gesti pazienti e gentili di certi monaci coi loro mandala.
    Pensieri oziosi o troppo ingenui, inquietudini da domicilio coatto mentre scelgo un buon ingrandimento raffaellesco, da adattare alla cornice dello schermo.  Nell’epoca di internet ci tocca un’arte da internati.
    Non fa una piega. Ma io, che Raffaello avesse disegnato il cielo in terra coi piedi, oltreché con le mani, non lo immaginavo neppure e meravigliato, la ringrazio.