Isole proibite

Paradisi della natura per pinguini e militari

In questi giorni di domicilio coatto per volontà di un oscuro e bellicoso virus, m’era venuto in mente di ricordare a me stesso – o, meglio, di riviverle in un racconto scritto – emozioni e sensazioni che mi avevano avvolto ai primi approcci fisici con una femmina che era riuscita a far arrivare alle mie narici il suo inebriante odore di fiore che sboccia. Il tutto – pensavo – con l’ausilio e la complicità di una donna incontrata in questi giorni per caso e per fortuna, soprattutto. Operazione non facile considerata la mia non più fanciullesca età anagrafica e il coprifuoco imposto per le strade, giustamente, agli esseri umani, femmine comprese. Ma qualcosa volevo pur raccontare ai miei coatti connazionali! Ho rivolto così la mia attenzione su immagini del passato quando fu anche la natura a interessare i miei sensi; come l’esistenza di alcuni territori emersi dalle acque oceaniche qualche milione d’anni fa e sconosciuti ai più. Ed ecco! Si tratta di due isole vietate ai turisti, di scarso o nullo interesse economico; paradisi della natura, regno incontrastato di pinguini, foche e militari che le usano per i loro giochi di guerra. Si chiamano: Ascension e Malvine-Falkland. La prima si trova a metà mare tra Brasile ed Africa. L’altra a diverse braccia – sempre di mare – dalla Terra del Fuoco. Entrambe abitano l’Oceano Atlantico. Cominciamo con la prima, la più intrigante.

dentato_50pxStando agli inglesi, che  nel 1815 vi insediarono una guarnigione armata, Ascensione – 88 km quadrati, Atlantico meridionale – è l’avamposto vulcanico del loro Impero, che fu necessario occupare per impedire ai francesi di liberare Napoleone che – all’epoca – si trovava in esilio a S.Elena, altro isolotto a circa 700 miglia nautiche a sud-est di Ascensione. Da un’inchiesta condotta dalla BBC saltò fuori che circa 100 anni prima degli inglesi, ad Ascension approdarono dei pescatori. Girando per l’isola in cerca di acqua (che non c’era) scoprirono una tenda e un diario. Erano appartenuti ad un marinaio danese; un certo Leendert Hasenboch, abbandonato dai compagni di viaggio per le sue invadenti manifestazioni omosessuali. Chi sbarcò sull’isola più tardi non trovò più  neanche lo scheletro del danese.

dentato_50pxOspite illustre di Ascension fu anche quel giramondo di Charles Darwin (maniaco  nel piantare bandiere del suo Paese su ogni scoglio visitato) che, subito  dopo l’occupazione dell’isola da parte dei suoi conterranei, vi si recò in gita con l’amico Joseph Hooker, grosso esperto in botanica e direttore degli stupendi Kew Gardens, periferia di Londra: con lui elaborò un piano per il rimboschimento della sommità dell’isola – la Green Mountain – piantandovi alberi e piante grasse. Il progetto prevedeva che le foglie degli alberi avrebbero trattenuto la rugiada; consentendo alla brina prodotta dai venti caldi di sud-est e incanalata ingegnosamente sino a valle, di soddisfare la sete dei soldati della guarnigione!!

dentato_50pxÈ bene si sappia che vi ristagna un’atmosfera di mistero. Definita “Marte dell’Oceano”, i suoi abitanti -800 civili discendenti da famiglie che vivono sull’isola da oltre un secolo – non hanno la residenza ad Ascension, non vi possono restare a piacimento; pur essendo tutti cittadini britannici. Compiuti i 18 anni o scaduto  il contratto di lavoro per il quale erano stati assunti se ne debbono andare. La Società che gestisce i servizi sull’isola – si chiama Interserve – nel reclutare il personale civile che le occorre, evita di dar lavoro ai discendenti delle antiche famiglie; certamente d’intesa con Whitehall, si assumono persone a contratto soltanto per un certo periodo di tempo. L’amministrazione evita così di dover pagare pensioni d’anzianità e indennità di disoccupazione. Avanti di questo passo, ad Ascensione non rimarranno più nativi. Gli ultimi – alcune centinaia – non possono neanche protestare. “Londra vuol fare qui – sostengono – ciò che ha fatto a Diego Garcia, nell’Oceano indiano, 50 anni fa: espellere la popolazione per far posto ad una base americana. Come scalo intermedio di rifornimento per i voli verso le Falkland useranno il nuovo aeroporto di Sant’Elena, quando sarà terminato”. In effetti, sembra proprio che sia questo il destino di Ascensione. Nonostante qualche agenzia-viaggi continui a lanciare invitanti descrizioni di soggiorni da favola sull’isola, con passeggiate e pescate da trofeo, per sbarcarvi dovrete ottenere un permesso scritto dai sudditi di Sua Maestà che, fra l’altro, intendono vietarvi la pesca, dichiarando riserva marina un’area di oltre 200 km quadrati tutto intorno all’isola. Per passarvi una notte dovreste trovare un letto nell’unico albergo (si fa per dire) l’Obsidian, a Georgetown, la capitale, che dispone di una ventina di stanze. Come arrivarci? A bordo di un aereo della RAF che decolla due volte a settimana dalla base militare di Brize Norton, non lontano da Londra: 1000 sterline, A/R. Ma potrete osservare le gigantesche tartarughe – alcune del peso di 250 kg – e anche una variopinta varietà di uccelli marini tropicali.

dentato_50pxChi comanda, sull’isola, oltre ad un Amministratore nominato da Whitehall e che si occupa della riscossione delle tasse, sono i militari: inglesi e ,soprattutto, americani. Gestiscono loro questa base aerea dell’Atlantico che dispone di una pista tra le più lunghe al mondo: adatta ad accogliere i giganteschi Space Shuttles. Disseminate un po’ dappertutto, decine di antenne e stazioni di controllo per i satelliti e i sottomarini. L’Agenzia Spaziale Europea effettua da Ascensione il monitoraggio dei satelliti lanciati dalle varie basi nel mondo. La NASA vi diresse le operazioni dell’Apollo per lo sbarco sulla Luna. E sempre ad Ascensione sarebbe stato allestito l’allunaggio fake, bufala, secondo i denigratori della storica impresa del 1969.

dentato_50pxNoi ci arrivammo per caso; non ne sapevamo dell’esistenza né che l’aveva scoperta un portoghese il giorno dell’Ascensione del 1501. Si era diretti a Port Stanley, alle Falkland, qualche giorno dopo la sanguinosa conclusione della guerra contro l’Argentina che aveva deciso di riprendersi le sue Malvine. Come RAI, avevamo ottenuto dagli inglesi l’ok a visitarle insieme ad una troupe della BBC. L’aereo della RAF con il quale eravamo partiti terminava la sua corsa ad Ascension; avremmo proseguito con un C-130 Hercules, adatto per la pista di Port Stanley. All’arrivo ti si presenta come un accampamento yankee tipo Vietnam. Soldati pantaloncini corti e t-shirt marrone scuro, enormi capannoni deposito e hangar, via vai continuo di aerei da lasciarci i timpani. Si era fatto buio, ci indicano la mensa e la camerata per la notte. Ci saremmo rimasti tre giorni, aspettando il C-130. Pensammo – da bravi professionisti- che essendo trascorso poco tempo dalla fine del conflitto, gli inglesi, alle Malvine, magari avevano ancora qualcosa da sistemare visto che sarebbe arrivata la televisione! Gente affabile, i locali di Ascensione: più che desiderosi di raccontare a dei giornalisti la poco allegra condizione in cui erano costretti a vivere; con l’incubo di doversene andare, non sapevano neanche dove. Neanche noi sapevamo come trascorrere i due giorni di permanenza sull’isola in mezzo a quell’incessante frastuono di jets. Mi venne incontro un tenente americano: “Le farò da scorta io, ci sono cose belle da vedere”. Il mattino dopo la prima notte si presentò in camerata e accompagnò me e il mio cameraman a visitare alcune stupende spiagge di fine sabbia e una miriade di scogli; bagni da sogno. Ma il bello venne il giorno dopo. Sempre di prima mattina tornò a prelevarci: “Andiamo nel giardino dell’eden”, disse. In tre sulla sua jeep si diresse verso l’unico rilievo montuoso dell’isola: la Green Mountain. Quella dove Darwin e il suo amico avevano inventato il sistema per rifornire d’acqua gli abitanti. Man mano che la jeep saliva per la stradina verso la cima ti si apriva dinnanzi un panorama totalmente diverso dalla base. Dapprima cespugli di piante grasse, poi una boscaglia di vegetazione a me sconosciuta e dai colori diversi; fino alla vetta, dopo aver superato una nuvola di umidità che fungeva da coperchio, e scoprire il paradiso: fiori dappertutto. Un incanto. Ultima notte ad Ascension e proseguimmo nel nostro viaggio.

dentato_50pxDopo 13 ore e 4 rifornimenti in volo un C-130 ci sbarca a Port Stanley, capitale ed unico centro abitato delle isole Falkland: un arcipelago di 7400 km quadrati di insenature, isolotti, baie e fiordi. Se ne parlò all’epoca della prima guerra mondiale quando la flotta britannica affondò alcuni incrociatori tedeschi che tentavano di passare dal Pacifico all’Atlantico, doppiando Capo Horn. Loro comandante era il celebre ammiraglio Maximilian von Spee. Se ne riparlò ancora nell’Aprile del 1982 quando ai militari argentini venne in mente di riprendersi quelle che loro chiamano Malvine. L’allora Premier inglese Margaret Thatcher non lo permise, entrarono in funzione i cannoni, ci scapparono un migliaio di morti. Neanche il contributo segreto dato dagli  israeliani agli argentini – vedi i missili Exocet – riuscirono ad evitare il massacro per quelle migliaia di giovani ragazzi inviati a Stanley dai militari di Galtieri. Furono le vittime di una cosiddetta diversionary war, una guerra diversivo per far risalire Margareth Tatcher nei pessimi sondaggi di popolarità nel suo Paese; e consentire al Generale argentino Leopoldo Galtieri di poter distrarre il suo popolo dalla brutalità del suo regime e dalla pesante crisi economica che attraversava il Paese.

dentato_50pxAl nostro arrivo erano trascorsi alcuni mesi dalla resa argentina; ma sembrava che il conflitto si fosse concluso la sera prima. Dovunque rivolgessi lo sguardo, carcasse di aerei  o elicotteri sforacchiati, mezzi blindati sventrati, montagne di casse di munizioni, missili Sam ed Exocet ancora imballati, armi di ogni tipo e calibro sparse in terra. Gli inglesi si stavano ancora occupando della sistemazione dei resti umani dei soldati argentini e avevano allestito su una delle colline che guardano il porto di Stanley, un cimitero che potesse accoglierli. Quei caduti cui era stato possibile dare un nome erano sepolti in fosse singole; una croce in legno ne indicava il nome. Gli altri, la maggioranza, in fosse comuni con su la scritta: unknown arg. soldiers. Erano di quei ragazzi – i desaparecidos – che a Baires le loro madri andavano cercando, urlandone i nomi sotto la Casa Rosada. Da strapparti lacrime. Fotografammo croci e nomi, a Roma li facemmo avere al corrispondente di un giornale argentino affinché nomi e foto fossero consegnati ai rispettivi famigliari. Un anziano colono scozzese di cui eravamo ospiti paganti nei giorni della nostra visita mi mostrò una lettera, rinvenuta in terra, che un soldato argentino aveva scritto per spedirla ai genitori. Descriveva le sofferenze di tanti giovani come lui e le brutalità dei reparti nepalesi Gurka, impiegati dalla Corona Britannica; “feroci, sanguinari e senza pietà”. Un giro turistico dell’isola ce lo consentirono gli inglesi; ma a bordo di un elicottero; il terreno doveva ancora essere bonificato. E c’era poco da vedere. Vaste praterie con migliaia di pecore al pascolo e, sulle coste, altre migliaia tra pinguini e foche in un mare spumeggiante. Il bello – comunque – di una natura vera e selvaggia.

dentato_50pxQualche mese dopo la fine di un’assurdo conflitto originato dall’arroganza del potere, la Gran Bretagna si preoccupò di perfezionare – per i residenti delle isole – lo status di cittadini britannici a pieno titolo: ad evitare malintesi! Da allora, ogni tanto, Buenos Aires ripropone i suoi diritti di proprietà, con gli inglesi che – puntualmente – rispondono con  l’invio di altri soldati. Un braccio di ferro che vede schierati con l’Argentina tutti i Paesi dell’America Latina; e non soltanto. Quando era ancora un Paese in piedi, anche la Siria si dichiarò impegnata a difendere il diritto di sovranità argentino sulle Malvine.

dentato_50pxRammento che gli inglesi erano molto impegnati nel tentativo di localizzare le mine antiuomo sparse a casaccio dagli argentini un po’ dappertutto e che provocavano vittime tra il migliaio di coloni residenti: dodicimila ordigni di fabbricazione italiana, di cui non esisteva una mappatura. Chissà! A distanza di tanti anni, magari, le avranno eliminate tutte.

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  1. L’inviato-speciale della RAI Franco Biancacci può ben dire di aver vissuto spesso la Storia in diretta e da vicino.
    Nell’assurda ed imprevedibile situazione di oggi in cui, come ognuno di noi, si trova costretto a stare a casa, ci invita a rivivere un episodio particolarmente coinvolgente della sua vita professionale ed umana, ovvero la missione in occasione della fine del conflitto per le Isole Falkland e ci trasporta nei luoghi di questa guerra che a molti, me compreso, restò lontana ed incomprensibile.
    Ci predisponiamo ad assistere a crudi spettacoli e a dolorose testimonianze dell’asprezza della guerra appena conclusa, ma prima l’autore crea un consolante e sorprendente contrasto approfittando della necessaria sosta nell’isola di Ascension a metà strada dalle Falkland. Lì incontra gente affabile e soprattutto scopre un ambiente naturale incontaminato che stupì Darwin per la varietà e la dimensione della fauna e della flora presente. Anche il nostro inviato-speciale si concede una gita al “Giardino dell’Eden” situato sulla vetta dell’unico monte dell’isola. Così commenta per noi lo spettacolo che da lì gode: “Fiori dappertutto. Un incanto!” Ascension potrebbe essere meta di turismo elitario e responsabile ma è invece tristemente sacrificata per i “giochi di guerra” (una base aerea interforze ma per Chi? contro Chi?)

    Lasciamo Ascension su un C-130 Hercules per spiccare il volo verso Le Falkland, volo che di per se stesso costituisce un’esperienza avventurosa ed unica per la sua durata ma soprattutto per i quattro rifornimenti in volo. Chi di voi ha fatto un’esperienza simile? Pochi ed io sinceramente invidio la professione dell’inviato speciale per questi aspetti avventurosi, meno per quelli rischiosi.

    Sbarcando nella capitale delle Falkland si affronta subito la realtà degli orrori di una “guerra-diversiva” (come viene battezzata dall’autore) dove per ragioni diverse, ma comunque deprecabili, sono state sacrificate molte giovani vite umane. A distanza di qualche giorno dalla fine del conflitto, i loro resti tormentati, assieme alla carcasse dei mezzi militari, continuano ad essere raccolti per essere sistemati in bare singole o anche in fosse comuni. L’autore commosso e mosso da pietas cristiana fotografa le croci ed i relativi nomi per farli avere poi ai parenti e alle madri dei “desparecidos”.

    Ci associamo all’autore nella condanna delle guerre non volute dai popoli ma dalla “arroganza del potere”, con particolare e maggiore forza che ci deriva da questa imprevedibile ed assurda situazione in cui il mondo intero è piombato oggi. Piccole e meschine appaiono le ragioni di quel sacrificio davanti a questa vera catastrofe globale che ci deve far molto riflettere sui destini della terra, sui destini dell’umanità, sui possibili esiti e cambiamenti inimmaginabili derivanti dalla rarefazione e modificazione sostanziale delle relazioni tra amici e parenti (per via del lockdown).

    Stiamo assistendo impotenti ad orribili carneficine ad opera di un nemico vigliacco e onnipotente che non ha bisogno di basi militari per annientare e conquistare l’intero globo e costringe noi umani a dare sepolture sommarie ad un numero altrettanto anzi molto più grande di quella inutile guerra.

    Sulla base di questa imprevista e dolorosissima esperienza, sarebbe il caso che i potenti dirigessero le loro forze ed attenzioni a far fronte a queste catastrofi naturali senza aggiungerne altre incoscientemente ed irresponsabilmente “giocate” attraverso la guerra.

    Grazie a Franco Biancacci per averci offerto lo spunto per approfondire e ricordare quell’evento alquanto lontano e consentito di farcelo valutare sotto una diversa e più attuale luce.

    Come all’autore capitò di non poter calpestare il suolo delle Falkland perchè cosparso a casaccio di mine antiuomo di fabbricazione italiana!, così oggi a noi non è consentito uscire perché il virus esploderebbe nei nostri polmoni. Speriamo di sconfiggerlo.