Gentile e la didattica mai a distanza

L’educazione che diventa approdo, la vicinanza che la realizza

Niente sarà più come prima: così ci ripetono e ci ripetiamo dall’inizio della pandemia. E probabilmente fra le abitudini che l’obbligo di clausura domestica imposto dal Coronavirus ci lascerà in eredità, la più nefasta sarà la tendenza a trasferire la vita concreta nella Rete. La spesa on-line e le relazioni imbrigliate negli algoritmi e nel sentire allucinato e narcisistico dei social saranno per altro meno gravi della cosiddetta “didattica a distanza”.

dentato_50pxSoluzione di emergenza di queste settimane, la video-lezione, e dunque degna del rispetto dovuto ad ogni lenimento. Il rischio, però, di un potenziamento dell’apprendimento per via elettronica, in vista di nuove emergenze ma anche appunto per abitudine, va tenuto seriamente in considerazione. Le giovani generazioni già affidano gran parte della loro vita diurna (e non di rado notturna) agli schermi di pc, tablet e smartphone per socialità e divertimento. Invitarli a farlo ancor più per apprendere le cose del mondo ci sembrerebbe sconsiderato.

dentato_50pxOvvio che quando si parla di giovani occorre fare distinzioni in base all’età: che un liceale o uno studente universitario diventino spettatori di video-lezioni o sostengano esami via Skipe non scandalizza affatto; il problema sorge con esseri umani in fase di sviluppo, spesso già assuefatti agli schermi ancor prima di varcare l’uscio di una scuola materna.

dentato_50pxDa tempo gli allarmi e gli studi di pedagoghi, psicologi dell’età evolutiva, psichiatri non mancano ed insistono sui danni spesso irreversibili che un’esposizione precoce e lunga ai dispositivi elettronici causano a corpi, occhi, cervelli, pensare, sentire e volere dei bambini.

dentato_50pxNon a caso, come riportava il New York Times di qualche anno fa, nella Silicon Valley, patria californiana dell’hardware e del software mondiale gli impiegati e i dirigenti di Google, Facebook, Apple, Netflix , ben consci dei danni sopraddetti, iscrivono i loro pargoli nelle scuole Waldorf, dove  si mettono polpastrelli su tastiere e touch screen solo dopo aver impastato, lavorato a maglia, con legno, cera, creta e avendo disegnato figure geometriche a mano libera per anni. E possibilmente lo si fa con l’assistenza di un maestro in grado di spiegare come funzionano tali aggeggi, cosa si nasconde dietro quelli schermi e quelle tastiere; tanto per ovviare alla famigerata alienazione dell’uomo postmoderno nei confronti di una tecnologia che pensiamo di usare mentre ne siamo usati.

dentato_50pxÈ anche degno di nota che figure tutt’altro che poco avvedute in questo campo, come Steve Jobs e Bill Gates, hanno più volte ed orgogliosamente dichiarato di aver negato ai figli IPad e cellulari prima dell’adolescenza. Non mancherebbero insomma spunti di riflessione che possano scoraggiare un potenziamento della didattica gestita con mezzi digitali.

dentato_50pxNoi Italiani nemmeno avremmo bisogno di tener troppo presente l’esempio d’Oltreoceano. Basterebbe tornare alle origini del nostro sistema scolastico, all’ideatore della più bella e sana riforma scolastica del secolo scorso, riforma ancora in vita, sebbene vulnerata da astratte pedagogie  anglosassoni che ci hanno imposto i test buoni per robot come i famigerati Invalsi. Basterebbe insomma pensare un po’ di più a Giovanni Gentile, al suo modo di intendere e proporre la vita, la filosofia e la scuola. Che ne penserebbe Gentile della didattica a distanza, dell’e-lerning?

dentato_50pxCi siamo posti tale questione dopo aver letto e riletto il meraviglioso libro di Giancarlo Roggero, Giovanni Gentile. Filosofo dell’amore pensante, edito da Estrella de Oriente (e dedicato a due luminose figure che ben sapevano cosa significhi educare ed insegnare: Vittorio Vettori e Fedele Mastroscusa).

dentato_50pxI saggi raccolti nel volume donano un’immagine completa del pensatore siciliano, “ultimo filosofo europeo” secondo Massimo Scaligero: dal suo saper rivificare il miglior hegelismo partenopeo, alla profonda moralità del suo Attualismo, del suo “sentirsi cosmo” e della sua comprensione della morte. Non poco spazio Roggero riserva al Gentile pedagogo, al maestro di pensare, sentire e volere purificati da contingenze e particolarità.

dentato_50pxLa scuola per Gentile era o doveva essere il luogo dove “il sentire sé fuori di sé” fra allievo e maestro doveva attuarsi, come atto d’amore. Lo scolaro  avrebbe dovuto sentir vibrare nelle lezioni del maestro una voce che erompeva “dall’intimo del suo essere stesso”. Così ancora dovrebbe essere se docente e discente son tutti assorbiti nell’argomento della lezione. Lezione non riducibile a mere nozioni da inculcare, in una dimensione esclusivamente quantitativa, ma lezione di vita che coinvolge l’intera costituzione umana. L’insegnare allora sarebbe un ideale nel quale il maestro si oblia ed invita lo studente ad un conseguente oblio della sua particolarità. Non con espedienti didattici, ma per “soffio affratellante”.  Soffio che solleva dal semplice al complesso, dal noto all’ignoto. La scuola era per Gentile l’approdo, “l’esito morale” scrive Roggero, di tutta la ricerca filosofica, “vincolo perpetuo che unisce i cuori umani alla realtà del Tutto”. “Focolare della vita”, la scuola, sintesi di Religione, Arte e Scienza. E non stupisce che il principale collaboratore di Gentile nell’attuazione della riforma della scuola elementare, Giuseppe Lombardo-Radice abbia scritto che “educare è un atto religioso” in virtù dallo spirito creatore comune all’uomo e al divino: “educare è un sacerdozio”.

dentato_50pxEd aggiungeremmo che educare è vicinanza, difficilmente sostituibile con la distanza, gli schermi e le voci dei maestri contraffatte dalla digitalizzazione. Al di là dell’emergenza, educare non potrà mai ridursi a video-lezioni che coinvolgono solo occhi e cerebro, la sola sfera neuro-sensoriale, senza calore umano e incontro di sguardi non mediati. La luce dei tablet mai potrà sostituire la luce intrinseca ai corpi di maestri e allievi. Per capirlo non basta rinvigorire la mente, occorre dilatare il cuore.

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