Reinhold Messner e il limite del possibile

Ottobre 1968, l’anno è significativo – quasi profetico. Reinhold Messner scrive un celebre articolo sulla Rivista mensile del CAI: “L’assassinio dell’impossibile”. Annunciava la definitiva travalicazione del limite mercé abuso di strumenti tecnici. Una parete inaccessibile perché senza appigli, diventa scalabile grazie ai chiodi a pressione. Il chiodo sostituisce l’ardimento; una qualità tecnica scalza una qualità umana. Alla morte del limite seguiva necessariamente la massificazione dell’alpinismo, declinato ora come nuova forma di turismo, fino a vedere le code dei turisti/alpinisti per scalare la vetta dell’Everest nel 2019. «Forse, i primi volevano soltanto avvicinarsi ancora di più al limite del possibile: oggi invece, ogni limite è svanito, cancellato». «L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato». Ma Sigfrido non è semplicemente disoccupato: è morto avvelenato dallo stesso veleno che ha ucciso Fafnir. Oggi, numerosi turisti vi passano accanto. I più nemmeno si accorgono dei resti di queste potenze mitiche, sebbene taluno ancora vi stazioni appresso, sfruttando la scenografia per insipidi autoscatti. L’assassinio del limite è annunciato da un alpinista. E d’altronde chi avrebbe potuto meglio accorgersene? L’alpinista è in dialettica con l’estremo, concetto che significa il senso delle sue imprese. E allora «… dobbiamo ritrovare il limite del possibile: dovrà pur esserci questo limite, se vorremo avvicinarci a esso con la virtù dell’ardimento! E mai più dovremo abbatterlo, neanche se ci sarà impossibile raggiungerlo!». Il limite come veicolo di senso.

COMMENTA

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  1. Sono d’accordo.
    La tecnologia ha bisogno sempre più di persone che la sappino interpretare nel modo corretto e diffonderne il pensiero per una società sempre più alienata e globalizzata nel modo sbagliato.