Masanobu Fukuoka

agricoltura naturale e futuri arcaici

«Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha…». «Tutto ciò che ruota, articola, scivola, incastra, ingrana e sollecita sarà abbandonato. Poi eviteremo tutte le materie sintetiche, iniziando dalla cosiddetta plastica…». «Saranno scomparse le attività quartiare, e anzitutto i grafici, i PRM, e i demodossologi. Spariranno quindi le attività terziarie, e poi anche le secondarie. Le attività di tipo primario – coltivazione della terra – andranno man mano restringendosi, perché camperemo principalmente di frutti spontanei» [1]. Luciano Bianciardi fantastica un mondo ideale dove non servirà la tecnica meccanica e industriale. È lo sfogo di un anarchico insofferente alla macchina sociale contemporanea.

dentato_50pxMasanobu Fukuoka ha agito sotto la spinta di una simile intuizione poetica. La sua ispirazione si chiama agricoltura naturale. Un ossimoro tutto orientale: una prassi del non fare. La tecnica agricola viene pensata come il centro di un mandala. Reazione spontanea a un mondo percepito come accelerato dove la forza centrifuga ha ormai sopraffatto quella centripeta e la vita civilizzata non ha più un perno, ma una direzione. «… i pensieri della gente sono arrivati a girare più in fretta del volgere delle stagioni» [2].

dentato_50pxAl contrario Fukuoka ha deciso di accordarsi al respiro delle stagioni e alla sua circolarità. Si è dato alla macchia e inoltrato nel bosco (Ernst Jünger) [3]. Ne ha raggiunto il centro: la sua filosofia afferma che arrivati al cuore dell’agricoltura – che è la sua aderenza alla natura – non si pone più alcuna problematicità sulla necessità di una connotazione temporale ed evolutiva della prassi proposta. Nessuna teleologia, nessuna cronologia. «In generale, alla gente interessa soltanto se questo tipo di agricoltura è avanzato verso il futuro o se è un ritorno al passato. Pochi sono capaci di afferrare correttamente che l’agricoltura naturale nasce dall’immobile e immutabile centro da cui deriva lo sviluppo agricolo» [4]. Un ritorno al reale. Una tecnica agricola che richiede meno lavoro di quella tradizionale, ma diversamente da quella industriale [5] non impoverisce e avvelena il terreno, anzi lo arricchisce e rende più fertile negli anni. Una agricoltura che adoperi e salvaguardi [6].

dentato_50pxLa prospettiva aperta dall’agricoltura naturale è seducente: promette la stessa cornucopia delle utopie tecniche – in ultima analisi la produzione alimentare deve essere al centro di ogni proiezione di società – ma svestendola di ogni stucco barocco. Non serve alcuna accelerazione [7]. La tecnica digitale è sovrabbondante e non è diventata necessaria e totalmente egemonica in ogni aspetto della civiltà – quantomeno non ancora, sebbene si avvii molto velocemente ad esserlo. Non è più fantascienza pensare che posdomani il lavoro agricolo possa essere delegato a IA – c’è peraltro da chiedersi se una IA liberamente sguinzagliata non possa ritenere l’agricoltura naturale il metodo più intelligente di coltivazione. Ma perché arrivare a tanto, quando sarebbe sufficiente un approccio olistico e minimalista?

dentato_50pxL’agricoltura naturale è un sistema di produzione alimentare simbiotico la cui chiave di volta è la conoscenza [8]. Una conoscenza tramandabile: non esoterica e iniziatica come quella digitale – o di qualsiasi tecnologia complessa. Non è un caso che il sistema tecnico/conoscitivo dell’agricoltura naturale abbia sedotto numerosi survivalisti, intesi come coloro che inseguono l’ideale dell’autarkeia [9], e con esso la promessa di emancipazione e liberazione propria di una zona di disconnessione – cioè collettività o individui che consciamente decidono di non essere agiti della rivoluzione digitale, cercando piuttosto di agire e controllarne il processo di implementazione.

dentato_50pxFukuoka dimostra che per aver abbondanti derrate alimentari non servono droni, intelligenze artificiali, giganteschi trattori, futuribili ingegnerie genetiche: è sufficiente il filo di paglia e un sistema conoscitivo intuitivo e tramandabile.

dentato_50pxNote bibliografiche

dentato_50px[1]. Luciano Bianciardi; La vita agra; Feltrinelli editore; Milano; 2018; cit. pp. 162-163.
dentato_50px[2]. Masanobu Fukuoka; La rivoluzione del filo di paglia; Libreria editrice fiorentina; Firenza;2018; cit. p. 47.
dentato_50px[3]. Cfr. Ernst Jünger; Trattato del ribelle; Adelphi; Milano; 2012.
dentato_50px[4]. Masanobu Fukuoka; La rivoluzione del filo di paglia; ibid.; cit. pp. 48-49.
dentato_50px[5]. Fukuoka definisce tradizionale l’agricoltura preindustriale; le tecniche tradizionali, per Fukuoka, tendono a mantenere la fertilità del terreno stabile. L’agricoltura naturale si distingue anche da quest’ultima. Ibid.
dentato_50px[6]. Si veda: Martin Heidegger, La questione della tecnica, goWare, Firenze, 2017. A ben vedere anche l’agricoltura naturale è tecnica, come sottolinea Federico Sollazzo nel saggio introduttivo a “La questione delle tecnica”,«quel che è in gioco non è il livello materiale di avanzamento tecnologico, ma il tipo di disvelamento che l’uomo pratica attraverso la tecnica», cit. p. 7, ibid.
dentato_50px[7]. Cfr. Alex Williams e Nick Snircek; #Accelerate, Manifesto for an Accelerationist Politics; 2013. https://syntheticedifice.files.wordpress.com/2013/06/accelerate.pdf (ultimo accesso: 16.06.2019). La soluzione accelerazionista alla crisi ecologica e sociale causata dallo sviluppo tecnologico capitalistica è un più veloce e massiccio sviluppo tecnologico.
dentato_50px[8]. Fukuoka è radicale nel suo giudizio sulla agricoltura chimica/industriale:«Credere che con la ricerca e l’invenzione l’umanità possa creare qualcosa di meglio della natura è un’illusione. Io penso che la gente stia facendo tutti questi sforzi solo per arrivare a conoscere quella che si potrebbe chiamare la vasta incomprensibilità della natura»; Masanobu Fukuoka; La rivoluzione del filo di paglia; ibid.; cit. p. 134.
dentato_50px[9]. Sebbene la cultura survival/prepper/off-the-grid lo declina specialmente in senso di autosufficienza domestica, forte ne è la componente liberatoria su un piano anche meta politico e persino – latu sensu – spirituale. Dal greco autós e árchein, la categoria espresse il concetto stoico del bastare a sé stessi. Qui si ripropone in un ottica evolutiva, con una contaminazione tra la sua componente spirituale e quella economica relazionata sempre alla sfera individuale. Cfr. Murray Bookchin; L’ecologia della libertà; Eleuthera; Milano; 2017; pp 209-216. «Il concetto greco di autarkeia, cioè di auto-sufficienza individuale possibile grazie alla compiutezza della personalità …»; ibid. cit. p. 215.

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  1. È un bel articolo, sono temi da approfondire ma soprattutto divulgare, finché più e più persone diventi lo sensibili a questo argomento o perlo meno che esiste un approccio diverso . Il Sistema è troppo forte da essere abbattuto dall’alto, quindi , forse , una strategia da basso può perlomeno rallentare la sua folle corsa verso la distruzione di Gaia.