Safe

Autocontrollo e reclusione

Safe è un film di metà anni Novanta, diretto da Todd Haynes e con protagonista Julianne Moore, che impersona Carol White, una casalinga californiana con una vita modello (marito rispettabile, casa perfetta, auto nuova, attività fisica misurata senza sudare) che inizia a soffrire di mal di testa e apatia verso il mondo. Né medici, né psichiatri possono qualcosa. La donna s’imbatte dunque in una pubblicità che propone una miracolosa cura per gli allergici e scopre che è allergica a tessuti, detersivi, plastica, profumi… sino all’aria stessa. Un’intolleranza generalizzata. Tutto questo porterà Carol verso un auto-isolamento in una comune postmoderna condotta da un bizzarro predicatore, dotata di abitazioni asettiche e lontane dall’inquinamento.

dentato_50pxSafe è infine una distopia, solo meno profetica e ancor più legata a un guardarsi attorno, neanche lontano. L’I Love You che la chiude, che una Carol catatonica rivolge a se stessa, allo specchio, riecheggia un’altra chiusa celebre, He Loved Big Brother. In entrambi l’amore totale terminale è rivolto a un simulacro, al proprio io come rottame ideale. La critica necessaria alla società capitalista e massificata, soprattutto nella seconda parte del film, probabilmente tiene conto di un aspetto, ponendo implicitamente una domanda: quale borghesia?

dentato_50pxUn conto è la borghesia benpensante e consumista sino agli anni Settanta (ancora primi Ottanta in Italia), un conto è quella formatasi anche in decenni di cultura del sospetto, rispetto alla ragione innanzitutto. Troppa fiducia nella propria cultura può rovesciarsi in una difesa cieca, per questo alcuni di noi la criticano, riconoscendola però. Forse taluni, decostruendola, hanno poi dimenticato di rimettere le cose in un qualche posto.

dentato_50pxA volte ho l’impressione che con i nicciani e la smania psicoanalitica di certa cultura si sia screditato il pensiero razionale più che nel Medioevo. Così, di conseguenza, con parecchia controcultura occidentale alternativa, sino a oggi. Di conseguenza, il capitalismo è rimasto di certo, ma è la borghesia a non essere più la stessa. Si tratta forse di una classe media, questa, più affine e predisposta agli sbalzi umorali di borsa e a mutare convinzioni etiche e politiche e religiose come fossero piani telefonici o dietetici. Credo che in Safe si mostri la consapevolezza di questo (più che in film quali American Beauty o The Virgin Suicides).

dentato_50pxPer questa nuova borghesia la prima cosa che viene detta è subito passibile di non essere creduta. Credere allo psichiatra no, al Manson di turno e a sballate verità epocali invece sì. Anche il prete olistico sieropositivo di Safe lo dice. Dentro di voi, qui tra noi, è come fuori. La trasformazione globale è quella interiore. La nuova era.

dentato_50pxIt’s ok. Le parole della redenzione sono parole d’ordine buone per tutti, che non ti sono imposte, che vuoi, funzionano perché non significano. Una boccata d’ossigeno artificiale. A pesare è un groviglio interiore intraducibile ma che ognuno vorrebbe rendere legge (tragicomica storpiatura dell’imperativo categorico, scaturente dall’inconscio). Del resto, i dialoghi del film sono vacui, nemmeno più materia da analisi del profondo. Nessuna parola può essere presa per quello che dovrebbe significare, tutto si comprende dove frana e tace (ma è poca e misera cosa).

dentato_50pxCarol non può ribellarsi e gridare, perché per farlo dovrebbe confidare in un residuo di ragionevolezza e nel vocabolario che vi corrisponde. Per quel poco, quando si lamenta, usa le parole che l’hanno condotta alla prigionia ideologica. Dunque meglio tacere, starci sino in fondo. Il vaccino alle storture della società dei consumi si è rivelato inefficace e dunque, aldilà di uno sproporzionato terrore verso le polveri sottili, l’alimentazione insalubre e i vaccini stessi, non rimane che chiudere, come dei catari del terzo millennio che desiderano infine l’estinzione.

dentato_50pxDunque essere certi, sicuri e protetti. Rintanati, e non necessariamente in casa…, domina il terrore del contagio e, forse ancor più, l’incapacità di affrontare il proprio futuro senza legarlo alla ferrea programmazione (necessario puntello di un io devastato).

dentato_50pxFoucault da qualche parte distingueva sul termine épreuveProva come dato oggettivato dal laboratorio medico e scientifico: eccola lì la tua malattia, la vedi? Sei tu! Oppure prova come la prova che devi superare attraverso quella malattia, l’esperienza attraverso l’esistenza, un passaggio.

dentato_50pxLa seconda prova implica un non sapere e una perdita parziale del controllo ed è un fremito oramai divenuto terrore, che accompagna ogni elusione delle brame macchinose del nostro io. Forse l’individuo postmoderno rifugge questa prova, ne è terrorizzato, perché insegue il controllo di sé, sentendo di averne pochissimo; predilige magari il passato (quello di Winston, quello di Carol), giacché può setacciarlo secondo per secondo, al fine di ridurlo ai piani di un io che anela al funzionamento puro, senza sussulti, all’escamotage apparentemente terapeutico del tutto sotto controllo. Non il controllo del panopticon, ma l’autocontrollo.

dentato_50pxI governi e le multinazionali accolgono un maturo desiderio di rinuncia e non è difficile barricare, soprattutto in testa, una società d’individui simili, che già desiderano farlo, dimenticando quasi, e persino, la ragion d’essere del capitalismo (suppergiù guadagno e accantonamento). Non è anche per questo che Houellebecq, in Soumission, ci vede stanchi della nostra stessa libertà e cedevoli?

dentato_50pxCuriosamente, ma forse non a caso, di quella metà anni Novanta in USA è anche Forrest Gump, lungometraggio senza velleità, che esprime il desiderio di uscire fuori a correre sfidando le intemperie e il ridicolo per prendere parte a qualcosa non di epocale, ma della propria epoca, attraverso una storia e una condivisione; qualcosa.

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