Io nella crisi

Vogliamo una “nuova normalità” costruita sulla paralisi dell’io?

Il gesto che si manifesta mediante il “social distancing” rivela una rappresentazione dell’io contraddittoria rispetto a qualsiasi antropologia passata, presente, futura capace di farsi radice d’un vivere autenticamente comunitario, civile: il “social distancing” presuppone la rappresentazione dell’io come punto che, nell’incontro con l’altro essere umano, timoroso si rattrappisce in se stesso, vivendo l’altro esclusivamente quale fonte d’una possibile infezione, o vivendo se stesso quale potenziale rischio per altri.

dentato_50pxLa sola nozione, e, ovviamente, ancor più la pratica del “social distancing”, riduce l’io ad un gesto che, in realtà, dimora al di qua di ogni gestualità, e, dunque, di ogni comunicazione e relazione finora ritenuta, in qualsiasi cultura, consonante con l’umano: il “social distancing” manifesta un gesto che, in fondo, non è gesto, ma paralisi d’ogni possibile gesto.

dentato_50pxNel “social distancing” l’io si costringe a rappresentarsi quale soggetto di una paralisi, di un rigor mortis, che distanzi il più possibile gli altri e ad un tempo lo trattenga dall’avvicinarsi agli altri: rattrappimento, appunto, ossia autoreclusione in un confino rispetto al mondo e agli altri esseri umani. Radicale atomismo, e, pertanto, solipsismo.

dentato_50pxQuanto appena caratterizzato presuppone la rappresentazione di un io ridotto ad una somma più o meno casuale di reazioni a stimoli: singolarità emergente da dinamiche meramente neurofisiologiche e socioculturali. Tale rappresentazione è quella inoculata negli esseri umani, da ormai oltre venti anni – a coronamento d’ogni trascorso e possibile riduzionismo –, mediante pervasivi progetti di digitalizzazione implementati su scala globale: è la rappresentazione che corrisponde all’astratto concetto di digital self, ossia di un sé/io che, fuori da ogni relazione con l’ingenua terrestrità, emerge, si sostanzia ed essenzia a partire da dinamiche e sistemi, appunto, digitali.

dentato_50pxIl veramente virale compenetrarsi di questa rappresentazione da parte di troppi esseri umani spiega la fulminea velocità con cui è stato possibile, nella presente crisi, far accettare a masse enormi, senza che esalassero un battito di ciglia, il “social distancing”: quelle masse lo avevano praticato quotidianamente da anni, sempre più rattrappendosi in pseudouniversi smart, sempre più identificandosi col proprio digital self, e, quindi, delegando sempre più ogni dimensione della vita, ogni iniziativa, ogni atto di volontà, agli stimoli delle reti digitali; quelle masse avevano trovato comodo surrogare ogni orizzonte comunitario con le smaterializzate pseudocomunità dei social media. Ecco perché è stato tremendamente semplice, per non dir banale, impor loro in pochissimo tempo il modello più elementare, piatto e brutale di collettivismo mai messo in atto nella storia dell’umanità, per giunta spacciandolo, con ipocrita retorica, per rinascita del senso di comunità: un collettivismo del tutto privo di ideali, ovvero – al contrario di ogni precedente, anche il più materialistico collettivismo – senza sguardo rivolto al futuro, ma totalitariamente ed ossessivamente concentrato sulla sclerotizzante conservazione di una identica, indifferenziata vita biopsichica, sentita come unico comune denominatore di ogni ente manifestante sembianze umane; un collettivismo che, a differenza dei collettivismi “classici”, non incita – fosse anche a partire dalle motivazioni più dubbie – a donare eroicamente la vita per l’altro o per la comunità, ma è determinato dal gesto contrario a quello d’ogni autentico donare, ossia dal rattrappirsi in se stessi a partire da un’ossessiva paura del morire.

dentato_50pxEcco, allora, la contraddizione così palmare da restare impercetta ai più: il soggetto coinvolto in questo collettivismo deve da un lato sacrificare tutto sull’altare della conservazione della vita altrui, dall’altro è chiamato a formare con gli altri soggetti un noi composto da io sideralmente distanti l’uno dall’altro – perché atterriti dall’incontro con un possibile soggetto infettante –, ovvero una pseudocomunità che nega ogni autentica forma di comunità, perché nega la realtà del dono. La realtà del dono, infatti, da che esiste cultura e civiltà, tanto in Oriente quanto in Occidente, contraddice ogni paura, ogni rattrappimento in sé: lo insegnano Laozi, il Buddha, Socrate, il Cristo, i cui nomi – a meno di abissale ipocrisia – certo non possono esser pretesto per fondare sul “social distancing” una forma di comunità che voglia dirsi, anche solo minimamente, autentica.

dentato_50pxDa che esistono cultura e civiltà l’io, il sé che si dona, e che col proprio donarsi genera armonica comunitarietà, è stato sempre contraddittorio rispetto alla rappresentazione atomistica dell’io. Ma la virale digitalizzazione degli ultimi tre settenni ha devastato nella gran parte degli esseri umani l’elementare percepirsi dell’io come contraddittorio rispetto ad una sua rappresentazione atomistica. Ha, infatti, sempre più sostituito l’ingenuo incontro con la terrestrità che l’io genera mediante il percepire: l’incontro in cui l’io, proprio nel suo esser capace di comprendere il percepito, compie l’elementare esperienza di essere centro/sfera di luce spirituale, trascendente la polarità di interiore ed esteriore, e perciò fonte, appunto, del comprendere – impossibile per un io che si rappresenti quale atomo la cui interiorità sia scissa dall’esteriorità del mondo.

dentato_50pxIl virus della digitalizzazione ha significato, nella gran parte degli umani, la crisi più radicale dell’io che, quale centro/sfera di luce spirituale, percepisce e comprende nella terrestrità: ha crocifisso il percepire, ma la croce non è quella dal cui nero legno sboccia la rosa, sibbene il paralizzante abisso d’una sottomateriale disrealtà, del tutto priva di senso, e, quindi, annientante ogni facoltà autenticamente sensibile. Ne è risultato un surrogato puramente biopsichico dell’io, identificante la propria attività con quella di un miserrimo e per giunta tedioso atomo che reagisce agli stimoli, alle “informazioni” costantemente profusegli dalla rete, dal sistema: “informato” perché del tutto incapace di generatività spirituale, ovvero di darsi autentica forma; per questo ormai incapace di scoppiare in una sonora risata nel momento in cui gli si fa sentire musica “di Bach” composta da una qualche intelligenza artificiale; incapace perché ormai ridotto al livello più primitivo della soggettività e, dunque, vittima delle forme più ebeti ed infantili di stupor,del tutto prive di ironia.

dentato_50pxUn io stupide stupens di fronte ai mirabilia del digitale, quindi uno pseudo-io, è quello che, nelle settimane trascorse, è stato travolto da una crisi generata mediante un’infezione. Un io puramente biopsichico e, perciò, non più capace di sentirsi Io spirituale, trascendente ogni paura ed evento di morte. Da qui il suo esser precipitevolissimevolmente risucchiato da uno stato di paralisi: paralisi che in fin troppi, ormai, porta ad identificare la psiche con l’istinto di conservazione, riducendola ad un’escrescenza della più elementare biologicità, incapace persino di un embrionale sentire quanto una gloriosa tradizione denomina dignità dell’uomo.

dentato_50pxVogliamo una “nuova normalità” costruita sulla paralisi dell’io? Vogliamo la morte dell’anima, sacrificata a quel moloch che è ormai diventata la paura della morte? Vogliamo la scomparsa di ogni dignità, libertà, amore autentici in nome di una tracciabilità che ridurrebbe l’umano allo stato di una coltura batterica?

dentato_50pxIl nostro presente è crisi dell’io: nel senso più pregnante di una krísis, ossia di una decisione differenziante e discernente. Il nostro presente è, apocalitticamente, diákrisis tôn pneumátôn, differenziazione e discernimento degli spiriti, a partire da un loro manifestarsi ormai sempre più evidente: discernimento fra spirito che nega lo Spirito, l’Io, in nome d’un egoismo e d’un dominio privi di alcun senso e gusto, e Spirito che si manifesta come Io capace d’infinito donarsi, oltre la paura della morte.

dentato_50pxVogliamo essere corporeità e terrestrità dell’Io, che in ogni percepire è donativa alchimia, Filosofia e Arte operante nel Calore e nella Luce dello Spirito, del Bene/Bello/Vero? O vogliamo, terrorizzati dalla morte, far risucchiare ogni corporeità e terrestrità da uno pseudospirituale smaterializzarsi, che non innalza, ma inabissa nel fango d’una automatica subcoscienza, priva di anima?

dentato_50pxIo nella krísis significa rinuncia ad ogni dimostrazione, per scoprire il Pensare che vuole il Bene, genera il Bello, ascolta il Vero: osare il donarsi al Fulmine che rigenera, e che annienta solo ciò che vuole conservare un’anima, una biopsichicità chiusa verso lo Spirito. Spirito che non si lascia chiudere in certezze, non si lascia “tracciare”, perché soffia dove vuole, e la sua voce la puoi ascoltare, ma senza sapere da dove viene e dove conduce (Giovanni 3.8). Spirito che non trattiene per sé il Bene, ma si dona infinitamente, affinché altri possa esser generato dal suo spirare, ed operare ogni oltre localizzabilità e tracciabilità, come lo Spirito opera (ibid.): come Io di Calore e di Luce, mai riducibile ad un collettivizzante noi, perché trascende ogni prospettiva di prima, seconda, terza persona. Io, questo, che trascende la paura. La paura, infatti, contraddice l’Amore, e l’Amore compiuto espelle ogni paura, perché la paura possiede solo la punizione, e chi ha paura non è ancora perfetto nell’Amore (Prima Lettera di Giovanni 4.18): perché non sa donare.

dentato_50pxIntelletto d’Amore è l’Io che si dona. L’auspicio che la nostra comunità si riorienti verso il Lume di quell’Intelletto ci accompagni, generativo, in questa krísis: a quasi cento settenni dall’anno in cui varcò la Soglia quello Spirito che ha il dare nel nome, e che per questo vive e viva, ancora oggi, quale Presente di ciò che è Verità dell’Italia e dell’Europa.

 

COMMENTA

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  1. La “digitalizzazione di massa” sembra essere un segno che, sulla soglia di quel mondo intermedio ove si corporalizza lo spirito e si spiritualizzano i corpi,
    sia intervenuto, un cambiamento importante.
    La nascita di un “io virtuale”, che interagisce con quello percepito come reale e che, talvolta, può finire addirittura per travolgere quest’ultimo,
    è, al momento, pura sottrazione alla generatività della sfera di luce vivente nello scintillio della luce del Bene. Inutile e dottrinalmente errato rincorrere tale fenomeno nei suoi aspetti puramente quantitativi, che non mancheranno di manifestarsi anche con effetti assai inquietanti.
    Accadrà sempre più spesso che i nostri Golem eterici, che a noi sopravviranno e che succhieranno con forza crescente la nostra linfa vitale, alimento prezioso per la “rete”, ci porranno sfide insidiose lungo la via della consapevolezza interiore.
    Il segno va però colto nella sua interezza! Il ciclo, inesorabilmente, avanza e gli artigiani possono, debbono, con sapienza preservare in rituali speculativi, ciò che, nelle condizioni opportune, permette di accedere a originarie virtù operative; solo così potranno trasmettere alle generazioni successive la fiamma che si nasconde sotto il velame de li versi strani…per poi poter tornare a riveder le stelle.