L’antica sintesi

L’intero e l’infranto

Spiegando la mentalità simbolica dell’uomo arcaico, Mircea Eliade nel suo Trattato di storia delle religioni (Bollati Boringhieri, Torino, 2018) insiste sulle sue capacità cognitive sintetiche, e di come siano esse ormai precluse al moderno che ragiona per analisi (un pensiero che fraziona, che infrange). La mente arcaica percepisce un simbolo, un rito, un fenomeno naturalistico nella sua completezza polisemantica senza avvertire il bisogno cognitivo di frazionarlo per analizzarlo.

dentato_50pxAl contrario, questo è il processo cognitivo dell’uomo moderno. È forse questo mutamento antropologico che ha portato a trattare la “natura” come Bestand (Heidegger), ossia come fondo di magazzino, e allo stesso tempo ha creato come contraccolpo la “Natura”, ultra idealizzazione da cartolina. Il fenomeno naturalistico che è origine di questi suoi due aspetti analitici è infranto, e il moderno non può che servirsi dei suoi componenti (o cocci), forse mai più in grado di ricongiungerli a unità. Qui forse si avverte il senso del monito di J.R.R. Tolkien: «colui che rompe un oggetto per scoprire cos’è, ha abbandonato il sentiero della saggezza», così parlò Gandalf a Saruman il multicolore.

dentato_50pxEcco allora che la montagna è ideale romantico ma anche fondo di magazzino (Bestand) con lo sfruttamento economico delle sue nevi rese asset del settore terziario del turismo. Non potrà più essere percepita come fenomeno unitario eppur polisemantico: fonte di sostentamento (legnatico, caccia, pastorizia), spazio simbolico/archetipico (l’Olimpo, trascendenza, scala uranica) e realtà mitica (albergo di gnomi e divi, antro di draghi ed eremo di santi)

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  1. Forse bisognerebbe solo saper guardare con l’occhio del cuore, per vedere ancora l’unità indivisa dentro le cose divise…