Elogio del selvatico

riconquistando la dimensione selvatica

Presi come siamo dall’imbarbarimento delle buone maniere tra politeness, netiquette e raccolta differenziata, ci siamo persi. Dentro di noi risuona la voce bambina che si vorrebbe ribellare urlando – Ma Tarzan lo fa -, come nella canzone di Nino Manfredi.

dentato_50pxC’è bisogno di selvatichezza. Di natura incontaminata con cui entrare in relazione per richiamare quei lati della nostra identità pietrificati nell’inconscio. Come quando si fa rinvenire della pittura cristallizzata all’interno di un barattolo bagnando con acquaragia e grattando. Siamo dei piccoli Penteo, incapaci di riconoscere l’eccezionalità del sacro. Allevati a pane e prudenza, evitiamo le esperienze straordinarie come le cattive compagnie. Altro che viaggi sul fiume per Tom Sawyer. Per Huckleberry Finn, i servizi sociali.

dentato_50pxIngoiamo i bocconi amari di un’esistenza in cui dobbiamo eseguire gli incarichi assegnati da persone che non stimiamo giustificando noi stessi con la retorica delle virtù, il bene dei figli, la rata del mutuo. La tecnologia ci ha rivestito di un enorme preservativo che ci ha disintermediato rispetto alla natura. I futuristi, che erano uomini, sono riusciti a mangiarsi la velocità ma non le ombre. Nel laboratorio di Redlaw, la luce fioca della candela, degli oggetti presenti, proietta sulle pareti forme di arte cubista che acquistano significato solo nella psiche di chi guarda.

dentato_50pxUsiamo Lysoform e Cif ammoniacal perché anche gli acidi non producano graffi. Perfino per gli scompensi emotivi parliamo di igiene. A furia di non alzare la voce, finirà che non si alzerà più nulla. Vite monotone e routinarie le nostre, da primi archivisti, come Emerenziano Paronzini. Lui almeno seppe accasarsi come maschio alfa a Villa Tettamanzi. Il Tetta, l’ormai defunto padre delle tre sorelle con cui Emerenziano dà vita a una vera e propria “Spartizione”, con il selvatico era entrato in sintonia perfetta. Aveva scoperto che punzecchiando zucchine e melanzane durante la loro crescita, avevano uno sviluppo miracoloso. Coltivava ortaggi straordinari. Melanzane enormi e bitorzolute, zucchine a più teste. Questa perizia agrotecnica dovette influire sulla sua capacità procreativa visto che le tre figlie avevano dei tratti di così straordinaria bruttezza. In natura, tanto il brutto quanto il bello sono il risultato di uno eguale sforzo creativo e sono qualità raggiunte. Il bello è brutto, il brutto è bello.

dentato_50pxAltro che alfa, qui è pieno di uomini fiat che fanno i mezzi uomini e di donne che fanno gli uomini. Come Albert Nobbs, il personaggio di George Moore. Per lavorare, una donna si finge uomo, Albert Nobbs appunto, e diventa cameriere in un albergo di lusso a Dublino. Albert vive una vita a metà, compressa. Anima e seno dentro un corpetto strettissimo. Dopo una vita miserabile, nascondendosi da sé stesso al punto da dimenticare perfino il suo nome di donna, Albert ha però messo da parte così tanti risparmi da poter cambiare vita. Per farlo, pensa di dover rimanere uomo e di conquistare una giovane donna. La donna che gli piace però, è incinta di Joe Mackins, un giovane uomo. Vero questa volta. L’uomo selvatico, che si salva. Alla resa dei conti, Albert si scontra con Joe Mackins e soccombe perché la sua natura profonda non gli fornisce quell’energia, quell’irruenza necessaria per prevalere sull’aggressività del contendente.

dentato_50pxLe nostre città hanno simboli che evocano il selvatico. Il toro a Torino, la lupa a Roma, il grifone a Genova. Ma noi, invece di infilarci tra le zolle di terra nera, prendiamo la metro. Questa estate non ci rimane che andare in montagna al nord. Di buon mattino, a pescare sulla riva del fiume aspettando che qualche fanciullo venga a chiederci aiuto per attraversare.

dentato_50pxAvremo l’occasione di ripercorrere l’esperienza di Cristoforo, il gigante dalle orecchie villose e dalle movenze animalesche. La leggenda narra che all’inizio della traversata, il gigante con il fanciullo sulle spalle procedesse spedito nel traghettamento. A circa metà del tragitto però, il bambino iniziò a pesare sempre di più, e il fiume, fino a quel momento quieto, iniziò a diventare sempre più irruento. Vortici rendevano ogni passo sempre più precario. Il gigante dovette dare fondo a tutta le sue risorse bestiali per raggiungere la riva opposta.

dentato_50pxNon a tutti è dato arrivare dall’altra parte. Chi non trova l’equilibrio interiore di fronte alle responsabilità del bello e brutto che convivono in lui, sprofonda nelle acque come Giovanni di ferro. Per lui, il momento del riscatto arriverà solo quando un altro giovane verrà a liberarlo. Perché i giovani, come Gesù, non temono l’istinto. E l’aver sperimentato il peso della vita con tutto il carico delle sofferenze farà di noi, come Giovanni di ferro, il giusto mentore per una nuova iniziazione. Il medium con madre Natura. Tant’è.

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