L’anti-urbanesimo di Olivetti racchiudeva l’istanza di far coesistere i pregi della modernità con quelli di una tradizione rurale rivisitata in chiave comunitaria
Un progetto tradito

L’anti-urbanesimo di Olivetti racchiudeva l’istanza di far coesistere i pregi della modernità con quelli di una tradizione rurale rivisitata in chiave comunitaria

Sognare il silenzio,
ma svegliarsi nel rumore

Adriano Olivetti e il destino paradossale dell’anti-urbanesimo riformista

Recentemente pubblicato nella collana Humana Civilitas delle Edizioni di Comunità, Noi sogniamo il silenzio è un ampio stralcio dal testo con cui Adriano Olivetti contribuì nell’ottobre 1956 al VI Congresso dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, svoltosi a Torino.

dentato_50pxÈ proprio la proposizione “noi sogniamo il silenzio” a fare da incipit al discorso, con la funzione di autocompiaciuta constatazione identitaria che chiami a raccolta una minoranza riflessiva. Il tema è l’essere e il dover essere della città italiana, o più precisamente nord-italiana, agli inizi del boom economico. Quanto all’essere, l’analisi di Olivetti è a tinte fosche. L’esplosiva crescita urbana del dopoguerra industriale italiano starebbe infatti importando un falso mito della modernità, un attrezzo male invecchiato delle metropoli statunitensi di mezzo secolo prima: il grattacielo.

dentato_50pxQuanto al dover essere, la proposta coincide in gran parte con una parola d’ordine: decentramento. Nell’argomentazione dicotomica di Olivetti, l’edificio alto (per la scala americana, in effetti, i veri e propri grattacieli che l’Italia del boom costruisce sono pochissimi) è presentato come un riflesso pavloviano con cui le amministrazioni pubbliche reagiscono all’impossibilità di gestire densità sempre crescenti di abitanti e di usi. Governare la crescita diventerebbe tuttavia possibile – è la pars construens – se solo gli amministratori riconoscessero il ruolo salvifico dei professionisti dell’urbanistica. E i professionisti dell’urbanistica avrebbero la cura pronta: appunto decentrare, ovvero spalmare la crescita su territori vasti, contrastando “la tendenza deplorevole” dei cittadini ad affollarsi.

dentato_50pxCoerente con la propria storia di promotore della pianificazione regionale in Italia, a partire dal piano per la valle d’Aosta commissionato nel 1936 al duo di architetti milanesi Figini e Pollini, Olivetti considera il decentramento come unica alternativa di fronte all’alienazione che la società di massa inevitabilmente indurrebbe. Obiettivo della polemica non è la modernità in senso lato, ma la modernità legata alla città industriale, densa, rumorosa, sporca, affollata e dunque fonte di alienazione, secondo i topoi classici dell’invettiva anti-urbana ottocentesca. A questi Olivetti aggiunge una implicita stoccata al Sigfried Giedion di Mechanization takes Command, pubblicato nel 1948 e tradotto in italiano solo nel 1967, da Feltrinelli: “Un pericolo mortale ci sovrasta perché il mondo moderno, là dove la meccanizzazione ha preso il comando, può travolgere l’uomo vero, nel suo integrale valore”

dentato_50pxTesto sacro che Olivetti invoca nella propria missione è When Democracy Builds, manifesto anti-urbano pubblicato da Frank Lloyd Wright nel 1945. Filtrato attraverso le pagine di Wright, l’ideale di Olivetti si proietta su una comunità dove industria avanzata e agricoltura convivano, garantendo il radicamento sociale a cui si legherebbe automaticamente, nelle supposizioni di Olivetti, la conservazione del paesaggio. Alle parole di Wright, Olivetti affianca poi come esempio costruito di coesione sociale e di densità sostenibile l’insediamento di Channel Heights, realizzato nel 1942 su progetto di Richard Neutra per alcune migliaia di operai dell’industria bellica, nell’hinterland di Los Angeles. Anche se Olivetti nel suo understatement lo lascia tra le righe, è chiaro che le aree residenziali commissionate da Olivetti a Ivrea negli stessi anni sarebbero la Channel Heights italiana, l’esempio costruito di un’urbanistica moderna, in grado di integrare il paesaggio senza aggredirlo, sempre in virtù della limitazione delle densità. In questi insediamenti sufficientemente diradati può ancora vincere il silenzio invocato da Olivetti nell’incipit di questo testo polemico e scopertamente pedagogico.

dentato_50pxEsistono due letture possibili di Noi sogniamo il silenzio.

dentato_50pxLa prima fa emergere il riformatore idiosincratico nei confronti della civiltà delle macchine, che associa inestricabilmente alla città densa. In questa lettura Olivetti appare già proiettato verso una nuova civiltà che grazie all’informatica può prescindere dalla necessità dei grandi agglomerati urbani. Proprio nella seconda metà degli anni cinquanta, del resto, la Olivetti dedica grandi energie alla sperimentazione sull’informatica, e nel testo stesso compare l’immagine salvifica di “cervelli elettronici” a servizio dei pianificatori.

dentato_50pxLa seconda lettura fa emergere invece l’imprenditore paternalista di genealogia ottocentesca, che deve necessariamente affidare il proprio voluminoso bagaglio di buone intenzioni a una visione dirigista, e affidarne la realizzazione a una classe di savant, identificata negli urbanisti. Forti del loro sapere specialistico, questi ultimi guideranno le masse alla realizzazione e all’apprezzamento di un Eden che solo l’ignoranza impedisce di preferire al mito della città. E’ infatti proprio l’atavica tendenza dei contadini a inurbarsi a suscitare le ambizioni pedagogiche di Olivetti. In questo senso, la presa di distanza dalle politiche fasciste che legavano le popolazioni rurali alle campagne appare più che altro una obbligata professione di antifascismo in un periodo in cui le radici fasciste di tanta architettura moderna italiana erano tabù.

dentato_50pxQuale che sia la lettura che si ritenga più difendibile, o semplicemente più suggestiva, il sogno anti-urbano di Olivetti rimane comunque, in fondo, un paradossale esempio di eterogenesi delle intenzioni. Il decentramento si è in effetti realizzato nei decenni successivi in Italia, a scapito della città densa. Dalla fine degli anni ottanta grandi porzioni del nord-Italia sono state elette nella letteratura urbanistica a casi da manuale di città diffusa, accumulo di luoghi generici popolati di capannoni, villette, centri commerciali, rotonde. Contro ogni intento olivettiano, tuttavia, questa città si è diffusa in modo spontaneo, senza aspirazioni ideali, ma come prodotto di puro pragmatismo.

dentato_50pxL’anti-urbanesimo di Olivetti racchiudeva l’istanza di far coesistere i pregi della modernità con quelli di una tradizione rurale rivisitata in chiave comunitaria. A realizzarsi è stato invece un anti-urbanesimo individualista, che senza saperlo ha seguito più il disincanto ludico, dell’eccesso di luci e rumori descritti da Venturi e Scott Brown in Imparare da Las Vegas che non l’impegno messianico celebrato da Wright in When Democracy Builds.

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