Un laico

Punti di vista e atteggiamenti della contemporaneità in un libro di Richard Rorty

Chi è e soprattutto cosa fa un laico. Ritengo sia un credente in qualcosa che può permettersi di sospendere il proprio credo, al fine di convivere con chi la pensi in altro modo. Tra i contemporanei che mi pare abbiano contribuito a ridefinire questo concetto c’è il filosofo Richard Rorty. Mi riferisco soprattutto al suo Contingency, Irony and Solidarity. 

dentato_50pxTre le premesse, secondo Rorty dobbiamo al cristianesimo la convinzione che l’amore conti più della conoscenza, così come dobbiamo a Platone l’idea che la conoscenza della verità renda liberi. Questi ideali sarebbero fondati sulla convinzione che vi sia qualcosa che possiamo definire “natura umana” a presupporli, qualcosa che faccia pensare al cielo stellato sopra di noi e alla legge morale dentro di noi credendo di alludere alla stessa cosa.

dentato_50pxI filosofi, sino a Kant, ci avrebbero portato a considerare la ragione un tratto comune, nella convinzione che si possa individuare in tutti gli uomini un criterio di giudizio razionale che si rifà a principi fondativi uguali per tutti. Qualcosa che tiene assieme la sfera pubblica e quella privata, mettendo sullo stesso piano l’ideale del perfezionamento individuale e quello comunitario, legando indissolubilmente ciò che è bello e buono per noi a ciò che facilita la convivenza tra simili.

dentato_50pxI tentativi di Nietzsche di far sembrare queste idee eccessivamente edificanti e molto meno ragionevoli di quello che sono, non farebbero che svelare un suo punto di vista ancora metafisico, pure se rovesciato, un’idea fissa che sta ancora alla base della condotta umana, solo molto meno solidaristica.

dentato_50pxSempre per Rorty, dopo Hegel, e con Freud, i pensatori più storicisti avrebbero invece preso le distanze dall’idea di una natura umana monolitica, che possa agire aldilà e a prescindere dai condizionamenti ambientali e sociali. Per questo il problema non sarebbe più metafisico o teologico, ma proporrebbe una domanda in particolare: quanto possiamo essere liberi in un contesto sociale che è comunque frutto di condizionamento? Una domanda che prende in considerazione più il tema della libertà che quello della verità.

dentato_50pxNonostante ciò, Rorty pensa vi siano comunque pensatori come Heidegger e Foucault, abbastanza inclini a vedere l’esigenza della solidarietà come un intralcio rispetto a quella della realizzazione individuale e altri come Dewey e Habermas che tendono a vedere il desiderio di perfezione individuale come eccessivamente irrazionale, estetizzante ed egoista.

dentato_50pxRorty esclude che questi due punti di vista possano essere riuniti da un unico sguardo metafisico o teologico e tuttavia crede che possano coesistere. L’ironico, colui che persegue un ideale di autocreazione e perfezione individuale, e il liberale, colui che ha a cuore il bene della collettività, possono coesistere, facendo a meno di una teoria che armonizzi il loro privato con il pubblico. E se questa proposta è indirizzata principalmente a intellettuali e filosofi, non vi sono impedimenti a limitarne l’applicazione, se è vero che lo stesso Rorty pare cogliere, tra le innovazioni di Freud, anche una sorta di “democratizzazione del genio” che farebbe di ognuno di noi un potenziale ridescrittore di sé, un ironico. 

dentato_50pxSe davvero così fosse, la privatizzazione di sé ad opera dell’ironico e liberale riguarderebbe tutti, non solo una élite intellettuale e verrebbe a ridefinire il concetto di laicità e, forse, quello di senso comune.

dentato_50pxPotremmo insomma essere degli ironici e dei liberali, degli individui consapevoli della contingenza delle nostre acquisizioni (importanti per noi, ma prive dell’imprimatur di un tribunale sovraumano) e del fatto che la crudeltà che potremmo infliggere a un nostro simile sarebbe il vero rischio per una società libera e inclusiva.

dentato_50pxE tuttavia non esisterebbero risposte definitive a una domanda come: perché non dobbiamo assolutamente essere crudeli? Se tentassimo una risposta a questa domanda ricadremmo nel vizio metafisico di fondarla una volta per tutte sulla nostra “natura” e in una visione che terrebbe insieme tutto al prezzo di alienarci per qualcosa che eccede l’esistenza, la storia.

dentato_50pxCome si può abbandonare l’approccio fondazionale, metafisico, e rimanere comunque solidali verso i propri simili? E quali sono i nostri simili se non possiamo confidare in una natura umana che ci accomuni?

dentato_50pxRorty ritiene che si possa raggiungere questi risultati con un’opera di sensibilizzazione continua, che ci renda consapevoli rispetto al tema della crudeltà e della sofferenza al fine di universalizzare la solidarietà. In quest’utopia liberale, caratterizzata da una cultura storicista e nominalista, la caritas, o l’empatia, sarebbero un obiettivo, non un imperativo dedotto da principi razionali generali.

dentato_50pxUna nuova solidarietà sganciata da presupposti fondanti e alimentata da opere come film, romanzi, fumetti, saggi, reportage che sappiano definire le differenze culturali e abbattere la barriera tra noi e loro per edificare il noi di coloro che sanno di avere in comune la possibilità di subire crudeltà e di provare dolore. Si tratta di diventare più consapevoli della nostra cultura democratica e liberale, quella dei diritti umani e cercare di rafforzarla includendo e allargando il campo del noi, senza dover ricorrere a giustificazioni metafisiche. 

dentato_50pxQuesto liberale postmoderno dovrebbe essere schiettamente storicista e invitare a fidarsi delle conquiste di civiltà ottenute e a misurarsi continuamente con le nuove sollecitazioni poste dal presente per modificarle, senza diffidare troppo del senso comune.

dentato_50pxDagli anni Ottanta, il periodo storico in cui Rorty scriveva di contingenza, ironia e solidarietà sono però cambiate alcune cose. La secolarizzazione del cristianesimo, o la kénosis come direbbe Vattimo, ha aperto spazi inaspettati sino a pochi anni fa. Anche la spiritualità, uscita dal seminato grazie anche a quel fenomeno sincretistico di massa nominato new age, ha assunto molte forme. Rimane importante sapere chi sia e cosa faccia un laico, in presenza di questo filtro storicista e nominalista proposto da Richard Rorty, di fronte al fiorire di nuovi culti e ideologie.

dentato_50pxL’antispecismo, ad esempio, parrebbe venire incontro proprio all’esigenza di evitare la crudeltà evidenziata da Rorty, anche nei confronti degli animali. Quest’allargamento del noi, il noi di chi è soggetto a provare dolore e vorrebbe comprensibilmente evitarlo, non pare irragionevole (pure se rimane difficile stabilire il grado di sopportazione del dolore di un animale). Si notano però tutte le difficoltà del caso, perché proprio questa visione porta molti di coloro che vi aderiscono a un entusiasmo che può trasformarsi in proselitismo, ora anche online, e che li porta, in spregiudicatezza, a superare le avance dei Testimoni di Geova e dei call center. Questo desiderio di evitare il più possibile la crudeltà parrebbe tracimare dal privato al pubblico e non sempre nel modo tollerante che Rorty immaginava, ma anche nel modo della conversione di schiere di non credenti o credenti in altro.

dentato_50pxC’è da chiedersi se queste nuove configurazioni ideologiche possano essere considerate figlie della sensibilizzazione auspicata anche da Rorty e sembra proprio di sì, che lo siano, e tuttavia pare che possano facilitare la nascita di conventicole affamate di verità fondative nuove di zecca. Lo specismo è infatti una configurazione che non nasce dal desiderio da parte di alcuni uomini di distinguere la specie umana da altre specie, che casomai è consapevolezza maturata nei millenni, ma dalla ferma volontà di alcuni altri di edificare un’idea forte come lo specismo per poi bombardarne le fondamenta, definendo al contempo quest’attività antispecismo. Rafforzare un termine come specismo significa prendere troppo sul serio un termine come specie (categoria classificatoria, nata per la catalogazione nella ricerca scientifica), rendendolo una verità fondativa anziché il concetto che è (laddove per concetto s’intende tutto ciò che di fondamentale abbiamo da dire definendo qualcosa).

dentato_50pxTra gli animali, per quanto ne sappiamo, non ce ne sono di coscienti di voler evitare la crudeltà verso ogni essere capace di provare sofferenza. Gli umani, i principali imputati di crudeltà verso gli animali (e non solo), sono anche gli unici consapevoli di questo e rimane importante la conservazione di una gerarchia di valori tra umani e animali. Non a caso la scelta di rinunciare al consumo di carne è squisitamente umana e, per il solo fatto di porsi, apre una distinzione e una gerarchia che è nelle realtà delle cose. 

dentato_50pxNei nuovi ambiti ideologici invece si avversa la propria cultura, preferendo riferimenti astratti e generici; alcuni di noi cercano di vedere rispecchiate negli occhi degli altri le proprie configurazioni ideologiche, non reggendo al mondo una persona che possa mettere in dubbio ciò in cui vorremmo disperatamente credere. Non della certezza, infatti, si nutre il fanatico postmoderno, ma del suo opposto spinto a volte sino alle sue estreme conseguenze. Probabilmente Rorty non avrebbe apprezzato questa esaltazione per tutto ciò che non è umano e occidentale e liberale, magari avrebbe proposto ancora di tenere lontana questa nuova sensibilità dall’impulso di fondarla in una metafisica.

dentato_50pxE tuttavia… non sembra che la sensibilizzazione figlia della lettura di romanzi, fumetti o della visione di film ben fatti possa condurre a una presa di coscienza collettiva facilmente priva di ipostasi e, dunque, di presupposti ideologici. Forse l’ironico e liberale, o colui che distingue tra una filosofia privata e una pubblica, potrebbe ancora ispirare una laicità per il terzo millennio, ma non è ben chiaro dove stia la capacità individuale di ridescriversi in un’epoca in cui si rinuncia volentieri a sé stessi a vantaggio di una configurazione ideologica interposta tra l’io e l’avventura rischiosa dell’esistere. 

dentato_50pxRorty temeva anche che l’ironico potesse trasformarsi in una specie di fascista disprezzante il senso comune, il tipo di persona che tende a mettere in dubbio il buon senso legato alle consuetudini di un popolo, banali per lui, ma necessarie al mantenimento di un qualche tipo di equilibrio e di ordine sociale.

dentato_50pxE tuttavia… il guaio di questi nostri tempi non sembra essere legato a questo, ma ai pensieri del lupo solitario, del misantropo di turno; tipi umani che mi paiono diversi dall’ironico, nel senso in cui lo intendeva Rorty. Se è vero che si vanno producendo suggestioni ideologiche che viaggiano alla velocità della luce, spazzando via persino il senso comune, rischiamo di trovarci di fronte a un io artificioso condiviso, a una forma mentis surrogata che sostituisce quella individuale, facilitando generalizzazioni rudimentali. 

dentato_50pxIn breve, forse Rorty non aveva pensato la natura di queste nuove ideologie e il conseguente rischio di sgretolamento del senso comune e, con esso, della laicità stessa. 

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