Pensare, malgrado la guerra 

La sospensione della libertà in nome della libertà

Può darsi come coerente e dunque logicamente e moralmente sostenibile il dato per cui la lotta contro un’entità illiberale possa avvenire con metodi illiberali? Con metodi cioè simili, seppure più sofisticati, a quelli indicati come opposti all’ideale regolativo per cui si chiede la mobilitazione generale?

dentato_50pxLa domanda prospetta già in sé e per chi la formula – nel nuovo stato di emergenza seguito all’altro – una serie di capi d’accusa che vanno dal disfattismo alla diserzione passando per l’intelligenza col nemico. Appunto le chiavi d’argomentazione con cui nei regimi illiberali si chiudono le bocche dei dissidenti e s’apre il baratro delle leggi sui sospetti (lo spirito di Robespierre è sempre tra noi). Lo stato d’emergenza del resto non contempla la possibilità di sollevare obiezioni.

dentato_50pxEppure la prudenza che la situazione indubbiamente richiede – per non essere equivocati, arruolati o tacciati a vario titolo contro i propri convincimenti – e che indurrebbe a tacere, contiene in sé un più grave rischio, avallare cioè il paradosso di cui sopra: la sospensione della libertà in nome della libertà, il divieto di auspicare la pace al fine di non indebolire l’idea, diffusa dal martello della propaganda bellica, che la pace debba essere perseguita con la guerra (per procura). Ma è appunto prudente avallare col silenzio un paradosso così aberrante? La risposta è “No”, e anzi sarebbe temerario, perché significherebbe acconsentire-obbedire al divieto di pensare consegnandosi al monoideismo orwelliano della propaganda, dove anche il silenzio induce al sospetto l’entusiasmo essendo obbligatorio. E’ di nuovo il verdetto dei tribunali speciali del Terrore giacobino contro la categoria dei già condannati sospetti: “Coloro che non avendo fatto nulla contro la rivoluzione, neppure avevano fatto nulla per essa”.

dentato_50pxNella seconda edizione di Per la pace perpetua  (1796) Immanuel Kant – – scriveva: “Le massime dei filosofi sulle condizioni di possibilità della pubblica pace devono essere prese in considerazione dagli Stati armati per la guerra”. Il monito di Kant conteneva una clausola di realismo: la politica in guerra può continuare a mostrarsi ferma e combattiva ma dovrebbe intrattenere con chi pensa un rapporto dialettico accogliendo sia il contributo del pensiero sia il contenuto morale del pensare. “Dunque lo Stato li inviterà tacitamente a dare questi insegnamenti, ciò significa che esso li farà parlare liberamente”. E questo perché la ragione umana è al di sopra della potenza dello Stato – il quale, malgrado un conformismo ideologico mai così asfissiante da 70 anni – non può mai limitarla né cancellarla, nemmeno cercando di attuarlo per mezzo dei suoi guardiani e censori: gli zeloti ufficiali del discorso ammesso ma in termini più minuti e capillari anche della volenterosa legione delle Caterina Rosa e Ottavia Bono.

dentato_50pxChe il potere diventi filosofico o che i filosofi prendano il potere, chiosava Kant, è cosa tuttavia né da aspettarsi né da desiderare “perché il possesso del potere corrompe il libero uso della ragione”; che però il potere anche nello stato di guerra “non faccia scomparire o ammutolire la classe dei filosofi, ma la faccia parlare pubblicamente, è ad entrambi indispensabile per la chiarificazione del loro compito” (Kant, Per la pace perpetua) e perché non si inveri quella barbarie della riflessione che sempre porta alla muta ferocia della cieca prassi.

dentato_50pxCosì pensava e scriveva un grande europeo tedesco…quando l’Europa ancora pensava. Noi però che cosa vogliamo fare. Rinunciare a Kant? E per chi? Per Kagan, per Luttwak, i teorici neocon dell’infinity war? Per il misticismo bellico-panslavista di Dugin?! Non possiamo farlo. Perché significherebbe abdicare alla Ragione, “perché non è né sicuro né sincero agire contro la propria coscienza”; sicché: “Qui stiamo fermi, non possiamo fare altro”.

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