Grünewald, il tuorlo cosmico

Sul miracolo della Pasqua

Con rude imponenza il polittico di Issenheim rifulge, come ultimo faro dell’Occidente religiosamente unito, di mistica bellezza. Il misterioso artigiano che vi pose mano nella prima decade del sedicesimo secolo, è avvolto ancora e forse per sempre nel più fascinoso, nebbioso dei misteri. Matthias o Mattìas Grünewald, nome e pronuncia teutonici, di notti iperlunari, nere della paura nordica dell’abisso, quasi che la tempesta in arrivo può sembrare quasi un rifugio, un approdo terrestre che allontani, anche se solo per un momento, la nerezza aliena del nero.

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dentato_50pxSoggiogandosi di fronte a tali sacri marchingegni che la devozione ha prodotto nei secoli passati la mente e l’anima tutte dell’Europeo non possono che sostare con velata malinconia ripensandoli nell’ubicazione originaria, dimensione insieme solennemente legnosa e petrosa, di fantasia monumentale, teologico-educativa.

dentato_50pxCorporazioni e potentati, ecclesiastici e laici, le avevano previste con studiata metodologia liturgica, sottraendosi alla deportazione museale turistica dei tempi moderni. Tuttavia Colmar, attuale sua ubicazione, con la sua fresca aria pastorale, di coloriture artigianali, riesce nel restituire la dimensione collettiva e cultuale, ambientando degnamente, all’interno del fu complesso monastico d’Unterlinden, il polittico d’Inssenheim. Ridona, come in preghiera, fin dalle prime battute del giorno l’atmosfera goticheggiante di queste terre forestali, di confine e passaggio.

dentato_50pxUn gotico sicuro di se stesso e arcigno, ancora raziocinante e descrittivo, non ancora perduto nella vertigine o nella svolazzo delle sue facciate. Raccolto, a misura di prete e di lavoratore. Concepita a misura di malato la Crocifissione  che si erge nella parte centrale e primaria del polittico. Unicum nella storia iconografica, pur vastissima, del mondo Occidentale.

dentato_50pxDi colpo, Grünewald, nel tratto, nel disegno, dimentica le magistrali e accurate forme di un super-maestro come Dürer, accantona le fantasie melliflue di Schongauer, parlatori anche loro di lingua teutonica, ma ri-educati allo spatium latino dei luminosi chiostri rinascimentali.

dentato_50pxSe da una parte, nelle ante laterali del polittico, possiamo ancor vedere il ricadere nell’antica giovanile maniera d’accalcar le masse tuttinsieme, con gli sfondi a boccheggiare su minimi ritagli qui invece, dipingendo il momento supremo della consegna dell’anima da parte di Nostro Signore, Grünewald scopre lo sfondo. Fu per lui, teutonico, come un’illuminazione o una visione.

dentato_50pxMaterico, Grünewald fa dietro al Cristo. In una tundra barbarica che non si sa di dove gli venga, geograficamente mentale, uno spazio di carestia spirituale, tundra d’infertilità post-nucleare atavicamente insonora e inabitata. Il momento supremo della consegna dell’anima da parte di Nostro Signore. Finisce la sua parabola strettamente fisica, corporea, anatomicamente straziata e finisce nel tremendo, come sappiamo, come Lui Stesso volle.

dentato_50pxNel peggiore dei modi finiva la vita dei tanti in malattia che si accalcavano pei corridoi e gli stanzoni, i medievali ambulatori, che andavano laceri e intestarditi nel pianto e nello sgomento di patologie terribili: sifilitici, scrofolosi, epilettici, appestati, colpiti dal sacro fuoco che incancreniva gli arti, decomponeva le epidermidi, mangiatori di segale cornuta e biforcuta che infiammava il budellame vario di questo cascame umano postulante e sofferente.

dentato_50pxPer tutti costoro, ospitati e pietosamente curati nell’ospedale del monastero di Issenheim, Grünewald concepisce questo Cristo terribile, appeso ad un legnaccio da villaggio rurale, maltagliato e piallato alla grossa, appeso e ormai soffocato dalle toraciche vicende sue della crocifissione. Ma con le mani ancor spasmodiche, seppur chiodate, in convulse forme epilettoidi e i piedi mostruosamente abnormi da satanasso, masticatore di carni.

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dentato_50pxMa Gesù lo aveva pur detto che avrebbe sconfitto la morte ed infatti eccolo proiettato in un’altra tavola del polittico ancor più stupefacente della Crocifissione. Poiché se poteva esser ancor facile indulgere nei particolari piagati e crudi della Passione, non sovviene a queste terre transalpine di quell’epoca una teologia così rarefatta e mistica. Pressoché completamente abortita qualsiasi forma di testimonianza calligrafica, piuttosto una trasparenza e una concettualità così pure da superare qualsiasi pensoso dogma del Soggetto e del Predicato.

dentato_50pxLa preghiera, allorquando sia sincera, devotamente ripetitiva e prolungatamente raccolta, può concedere a volte il lussuoso ritirarsi del pensiero umano, per brevi attimi. Il sorgere di questo bagliore trasparente in cui la coscienza nuota amniotica, avvoltolata dal candore luminescente che squarcia dapprima il buio e tutto irradia. Matthias Grünewald dipinge questo attimo ove Resurrezione, Ascensione e Trasfigurazione contemporaneamente stanno e si compenetrano mentre di giù, tra gli italici, il Sanzio modulava con matematica e musica le composizioni calcolando i passi e gli aspetti dei filosofi; il Buonarroti arrancando sui ponteggi Sistini gonfiava i muscoli e insieme tutto il suo pessimismo  calcando i simboli sui personaggi.

dentato_50pxDalla scoperchiatura di una massiccia pietra sepolcrale il Cristo levita, miracolosamente ectoplasmatico, affatto precipitoso ma epifanico, spiralizzato con le vesti sue in forma di turbo elicoidale, a tratti sobriamente lattescente, vaporizzato nel culmine del viso, nello sguardo; geometricamente precipuo nel moto perpetuo, di rotazione planetaria, partecipi anche loro, nell’interezza esistenziale dell’Uno, dei disastri o della salute umana, santissimamente  manifesto e silente nell’ultratomba dello sfondo. Siderale, Oltreluce e oltrecosmo.

dentato_50pxQuesto è un Cristo – Sole totale che riunisce la Sanctissima Trinitas  nel calor tiepido e confortevole, nel grembo ultraterreno di un arancione quale mai più i nostri occhi vedranno all’infuori  che in questa tavola. E’ il nucleo dell’inizio dei tempi, il tuorlo da dove viene il tutto, arancione non pensato e non pensabile, circonfuso d’elettrizzata aurea biancocelestiale, color dell’ubiquissimo  Pater: L’Im- Possibile , Il Generativo.

dentato_50pxEd è proprio a questo che fa riferimento il Giovanni Battista della Crocifissione , con improbabile ditone segnaletico, acconciato a bottegaio ma più irsuto, più inselvatichito. Epperò gigantesco, fiero digiunatore: costui indica la via maestra della fede: affinché Egli cresca occorre che io diminuisca.

dentato_50pxÈ il pensare che è tana, una ferita e il resto. Tutto il resto, cioè l’infinito, è la Pasqua di Cristo che toglie i peccati del mondo.  Di li a pochissimo per queste valli boscose sarà anche attraverso tali devotissime radici che un monaco zelante crescerà la malapianta, dividerà per sempre la Chiesa.

dentato_50pxIntanto sotto, da basso alla Resurrezione, vinti da un siffatto sillogismo mistico soltanto tre soldatacci in armatura ferrata: l’uno in primo piano accecato stravolto praticamente inerme col compare seduto a capo chino oscuramente meditabondo, l’altro, volto in giù, rotolante alla maniera che sarebbe piaciuta, forse, a Pisanello.

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