Ferro e luce

Ricordi e itinerari a Vicenza, quartiere Ferrovieri. Un racconto

Un ricordo sfocato, tanto che un po’ dubito sia mio e non un collage di sentiti dire e stereotipi. I miei genitori però confermano, più che smentire, pure se è difficile ricordare, anche per loro. Un ventuno luglio fine Sessanta, appena dopo cena. Avevo meno di tre anni e scorrazzavo su e giù per la terrazza del nostro appartamento in affitto, al terzo piano di un condominio in via Cantore, quartiere Ferrovieri, Vicenza.

dentato_50pxMio fratello aveva poco più di un anno e chissà dov’era, magari a pisolare da qualche parte in salotto, con mio padre e mia madre lì vicini, occhi incollati alla televisione. La sequenza di immagini testimoniava di un lento oscillare su un deserto bianco, non di questo pianeta, che dallo schermo irradiava tutta la stanza, sino a catturare la mia curiosità attraverso le tende e fuori. Tutto ciò, accaduto poche ore prima. Cosicché la mia attenzione era diretta a diverse cose. L’audio del televisore e le voci a un certo momento concitate, la luce del sole verso il tramonto, quella dello schermo fattasi più scura con sagome che scendevano lentamente una scala, in goffe tute bianche. L’altezza del terzo piano, impressionante per un bimbo di tre anni appoggiato alla ringhiera del terrazzo, ma non si distoglie lo sguardo. 

dentato_50pxA cosa serviva, poi, un ragno di metallo scuro appeso al muro, in bella vista sopra la porta della cucina (che pure quella dava sul terrazzo)? E cosa stava succedendo? Mi pareva di volare via come un palloncino bianco che sfugge alla presa. In salotto si mangiava solo la domenica, quando mia madre preparava ogni volta tortellini in brodo, carne lessa, purè di patate. Era un ambiente con mobili scuri e librerie con libri solo da guardare e che erano lì per scoraggiarti. In mezzo al mobile ci stava la televisione, già padrona dell’ambiente. 

dentato_50pxIn quel salotto, credo dopo un paio d’anni, mi ritrovai a vedere il mio primo telefilm di fantascienza intitolato UFO, senza tanti giri di parole. Curiosamente, l’appuntamento settimanale col mio telefilm cadeva la domenica, mi pare dopo pranzo, sicché mi rimane questo ricordo di tortellini in brodo e liquido verde all’interno dei caschi degli alieni, che evidentemente non respiravano ossigeno ma una brodaglia improbabile. A introdurre i due brodi era l’andata e ritorno in chiesa la domenica, in abiti di materiale rigorosamente peggio che autarchico, con i tessuti sintetici dei pantaloni e dei maglioni che producevano scintille per sfregamenti.

dentato_50pxLa chiesa, in stile architettura conciliare, stava sopra una collinetta che più artificiale non si poteva. Struttura a poligono e campanile centrale. Non ricordo campane però, la domenica suonavano attraverso la messa in onda di una registrazione, una specie di disco usurato. E anzi, proprio un vinile. Sentivi il fruscio della puntina e qualche inesorabile saltello. Probabile che molti ragazzini uscissero dal seminato elaborando quel suono sacro in un modo diverso da quello dei loro coetanei nei paesi di campagna, dove le campane della chiesa ti spaccavano le orecchie se eri vicino e non suonavano per nulla accomodanti. Quei rintocchi ovattati, attraverso il medium del vinile, arrivavano alla percezione come Warszawa di David Bowie (che di lì a qualche anno sarebbe stata concepita), specialmente nelle giornate in cui il cielo era bianco. All’interno, il pavimento in marmo scuro mi sembrava la cosa più liscia che avessi mai visto, più del ghiaccio. Poi pareti bianche rugose e vetrate appariscenti. Abbondanza di grigio, come per i capannoni industriali e forme che ricordavano astronavi spaziali. Queste astronavi, a volte, avevano degli oblò in plastica trasparente al posto delle finestre. 

dentato_50pxNon di rado l’altare, al primo colpo d’occhio, entrando, si perdeva, come se le astrazioni in cemento armato lo soffocassero. Non c’era armonia tra il luogo del dio che si fa carne, calpestando terra e polvere, e le mura che ospitavano quell’evento, blindando un’architettura pronta a proiettarsi ed entrare nell’orbita di Saturno. Soffitto alto e altare spoglio, posto quasi al centro di una struttura che quando c’eri dentro, più che poligonale, sembrava rotonda. 

dentato_50pxIl tabernacolo e poche altre forme di ferro battuto erano le uniche concessioni a qualcosa di ornato, lavorato, anche se nello stile sembravano incisioni rupestri. Non c’era alcuna gradualità, nulla a introdurti attraverso gli oggetti della liturgia. Questi ultimi erano ridotti al minimo, corrispondendo a geometrie urticanti, fredde. Le immagini non c’erano, se non talmente stilizzate da inibire ogni associazione d’idee. Le vetrate m’impressionavano e rimanevo sempre a osservarle incuriosito. Erano larghe circa due metri e alte uno. L’una affiancava l’altra e unite creavano un cerchio che teneva unito quel luogo dall’interno. Credo rappresentassero scene della passione, con qualche figura ad emergere ogni tanto, ma in pratica erano strisce multiformi e colorate di vetro, regolate da cornici in ferro. Rosse, verdi, gialle, nere, blu. Colori molto carichi, privi di sfumature. Le forme che ne uscivano erano ogni volta diverse e poi, via via, con il passare degli anni, con l’abitudine e la messa a fuoco, sempre quelle. Alla fine prendevano fisionomie stabili, un’acquisizione definita e senza chiavi simboliche, senza scampo. Scrutandole, cercavo comunque di ricavare qualcosa da quelle fessure di luce colorata, alla ricerca di un significato possibile e quest’esercizio mi restituiva un’idea di spiritualità difficile da spiegarsi, ma persuasiva.

dentato_50pxUna dimensione dell’essere aperta al ferro e alla luce, infine non proprio cristiana. E il quartiere stesso era delimitato da due estremi. Da un lato la passerella in ferro, un ponte pedonale che passava sopra le rotaie, la ferrovia; dall’altro l’Arsenale, luogo di lavoro e costruzione di carrozze per treni. Nella sua estetica, Ferrovieri era una spina arrugginita conficcata nel fianco di una città stancamente consacrata all’armonia del Palladio (e vivacemente alle americanaggini). Spiritualmente accoglieva ogni afflato religioso sotto la categoria del cattolicesimo comunisteggiante, tutto condivisione, chitarre acustiche e livellamento; ma nel segreto degli appartamenti dai muri sottili, in casermoni marrone e verde scuro, si spandeva il fluido della modernità, un brodo dal colore artificiale. Vi sguazzava gongolante una delle divinità più potenti, in mancanza d’altro: Babbo Natale, del quale è difficile farsi un’idea sensata anche in età prescolastica, a pensarci bene, ma se non ci pensi troppo tutto fila liscio. 

dentato_50pxArrivava molto atteso una volta l’anno, attraversando i muri e suscitando attese messianiche venali, per un tornaconto senza ambiguità, senza la scusa della preghiera. Apparizione e dono. Metà Ford e metà Stalin, non per nulla vestito di rosso, forgiava la gioventù a venire all’attesa del tutto per tutti, astrazione scintillante e transumana. E sempre un ventuno luglio, quattro anni dopo, in concomitanza con il fallimento della sonda sovietica in entrata nell’orbita di Marte, dagli indizi raccolti ero abbastanza certo di poter ricondurre l’omaccione coi regali venuto dal Nord a un nome che usciva e passava tra le labbra di alcuni, non ben scandito, biascicato con un senso di rischio misto trasgressione: Carlo Marz, un essere che presumevo vivesse sul pianeta rosso con i suoi seguaci, i marziani. Questa mia teoria spiegava molte cose. Oppure era solo… non so, non sapevo bene, ma ero attento e aspettavo conferme alle mie congetture, che nel frattempo non osavo confidare ad alcuno. 

dentato_50pxE tornati dalla messa cosmica, sempre andando e venendo a piedi, ecco appunto l’Arsenale, delimitazione del confine accanto casa e allo stesso tempo luogo di lavorio silenzioso e misterioso, quasi inaccessibile. Si sapeva che chi vi lavorava poteva considerarsi destinatario del dono di un’occupazione costante nel tempo e senza scossoni.

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