Le cose a venire e H. G. Wells  

Sorprende che in questi anni d’inauditi progressi della tecnica e di ansie catastrofiche non ci si sia ricordati di H.G. Wells, e di un suo libro premonitore Things to come. Meno conosciuto dell’Isola del dottor Moreau , o di altri romanzi di fantascienza, lo fu tuttavia abbastanza nel 1936 da divenire un film. Di esso tra l’altro Wells settantenne seguì la lavorazione, compiaciuto dall’attrici tecnocratiche, in tenuta unisex, mi­nigonna e spalline samurai, come gli uomini. Le cose a venire dopo una serie di catastrofi evolvevano nell’utopia di Wells verso un World State retto da tecnocrati, dove si parlava solo l’inglese. E a rivedere il film su internet si resta sorpresi di quanto le sue profezie in qualche misura si siano attuate, come quella che prevedeva nel 1940 il bombardamento dal cielo di Londra e altre città della terra. Inoltre Wells peggiorava gli eventi prevedendo epidemie apocalittiche, che avrebbero distrutto l’umanità, qualora non fosse stata salvata e redenta dagli scienziati, e dalla vittoria dei suoi androginici aviatori, di cui tale John Cabal, recitato da Raymond Massey, è l’eroe.  

dentato_50pxQuello di Wells non era solo un racconto, ma la traduzione di un intento utopico di riforma delle cose del mondo, che gli guadagnò per i suoi saggi la stima di Winston Churchill. Il suo fine dichiarato da quand’era giovane biologo era la fine degli stati nazionali e uno stato globale che profittando di tecnologie via via superiori avviasse il mondo alla salute, liberandolo da malattie e difetti sociali. Si trattava di imporre all’umano un destino solo collettivo. E del resto Wells aveva già incontrato sia Lenin sia Stalin, dissentendo da loro circa i mezzi, non nel fine scientista. Il risultato: un mondo anaffettivo, di accoppiati compiaciuti di salire su dei razzi per colonizzare la luna e marte. E il film si chiude appunto con Cabal, il protagonista, che guarda la figlia col marito salire sul razzo che decolla. Non si turba del fatto che non la rivedrà più: considera il destino individuale insignificante, i figli non più suoi, ma della pluralità umana. E così rimirando le stelle, Wells predisse al mondo il destino plurale e febbrile di una utopia che incarna il morire di ogni quiete, nell’emergenza continua di salvare il mondo grazie a crescita economica e tecnocratica senza fine. 

dentato_50pxAl lettore giudicare se somigli all’oggi. Lo scrivente ammette di preferire comunque la pace che dona Shakespeare nei versi del sonetto 107: «the prophetic soul of the wide world dreaming on things to come…». Più che un sogno l’utopia di Wells la direi incubo in via d’attuarsi. Ma abituato a parlare d’altro, ammetto il mio pregiudizio, approvo il filosofo russo Berdjaev, che scrisse pure lui in anticipo, però pessimista: “Le utopie paiono molto più fattibili di quanto non lo sembrassero in passato. E dobbiamo affrontare quindi un problema molto più preoccupante: come possiamo impedire la loro effettiva realizzazione”. Auspicava l’epoca nella quale le persone colte “sogneranno i mezzi attraverso cui le utopie possano essere evitate e come si possa tornare a una società non utopica…”   

dentato_50px[pubblicato da Hub, rivista mensile del Corriere del Ticino nel mese di dicembre 2021]

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *