Circa l’effetto Calasso 

Da almeno un trentacinque anni conosco Roberto Calasso, e mi si perdoni se senza motivo ora io non riesco a usare il passato. Il palazzo dell’Adelphi di via San Giovanni sul muro 14 s’apriva su un cortile ottocentesco, direi normale ai tempi di Verdi ma ancora più desueto, mentre ne salivo i gradini di pietra lombarda ornati di scala in ferro battuto. Era protezione dal mondo di fuori, già piuttosto insensato che ne era come attutito in quell’aria inattuale, che respirai pure suonando il campanello, antico. Entrai in grande appartamento borghese dell’altro secolo, con pareti e infissi un po’ malandati, coperti di pittura stanca, e scaffali di libri. L’impressione di entrare in una libreria antiquaria si rafforzò quando l’anziana e sbrigativa segretaria aprì la porta della stanza di Calasso: un accumulo di libri soprattutto inglesi e tedeschi di case editrici per lo più scomparse con le copertine ingiallite pure da un finestrone che deviava la luce e lasciava nell’ombra l’uomo: in giacchetta, non alto, con lieve pinguedine del quarantacinquenne che era. Mi salutò sorpreso, divertito dicendo: “Ma chi è questo che mi ha spedito il suo manoscritto”, non ricordandosi di averlo mai conosciuto questo tale mio amico. E però il libro, una critica piuttosto forte ma onesta della scienza economica e uno svelamento dei suoi abusi di metodo e retorici, gli era piaciuto. Il perché lo capiì trentacinque anni, leggendo la sua di tesi su Thomas Browne. Mi disse: “Lo pubblichiamo” credo un po’ rivedendosi giovane in me, che intanto lo studiavo, per niente intidimidito. Erano i capelli ricci e stanchi a essermi familiari, o l’età ch’era la stessa degli altri che m’avevano guidato nelle letture e non solo oppure era la voce? Sì ora che ci ripenso a distrarmi dall’emozione fu la voce, che direi Calasso aveva vescovile, o meglio: con le risonanze monacali di chi canta in gregoriano. Il suo respiro era l’entusiasmo raffrenato di chi sentiva il sacro ma al contempo ne temeva il sentimento: perciò la voce gli oscillava a dire ma senza coinvolgersi mai troppo. Mi disse che dovevo aggiustare qua e la il testo e che doveva essere fatto decantare, ribadendo: “Lo pubblichiamo”. Come avvenne, ma dopo tre anni d’indugi e una cartella di lettere e biglietti autografi che conservo. Pubblicare il mio libro era certo coraggioso, io ero nessuno. Dovette combattere prima di pubblicarlo, come la sua voce combatteva tra la prudenza e la simpatia. Ricordo che mi mandò una volta un biglietto scherzoso con sopra scritto “Roberto Calasso il suo revisore di bozze”. E quando non ci speravo più il libro fu edito, mentre lavoravo a Basilea in Svizzera, come era svizzera e gentile e mite sua moglie, malgrado i libri spietatissimi che scriveva. Ricordo ancora come dopo una serata con Strehler, una conferenza sulle idee economiche di Goethe e del Faust, Calasso fu il più felice. Ma non lo dava a vedere. Era rigoroso e si studiava d’apparire in solenne distacco, persino antipatico. Ma c’erano le battute a caldo che lo tradivano, come quando dopo un intervento mio, col povero Giorello e altri, al teatro Prenti, lui mi si avvicinò e mi disse. “Siete sembrati un gruppo di malati di mente ancora reclusi.” Ma era un complimento. 

dentato_50pxE tuttavia il secondo libro non me lo volle pubblicare. Era una storia economica della finanza mondiale tra il 1916 e il 1933, tra la finanza di guerra che rovinò la Germania arricchendo gli Stati Uniti e le menzogne di Roosevelt. Ma poi, e la narro solo perché la vicenda fa capire meglio l’uomo, il libro mi venne acquistato e tradotto e pubblicato in Francia dalla Grasset e dal suo editore che m’ospitò a Parigi. Alla pubblicazione scattò quello che io chiamerei l’effetto Calasso. Ricomprò i diritti dall’editore francese e il libro fu pubblicato col titolo il Secolo americano dall’Adelphi. Perché ci aveva ripensato? Direi per due motivi: il libro era bello e alleggerito; ma questo motivo da solo non sarebbe bastato. Il secondo veramente decisivo, fu il suo impulso direi acquisitivo: l’Adelphi e i suoi titoli erano la libreria personale che Calasso collezionava: gliene era sfuggito uno già suo. L’effetto Calasso era questa pulsione morbosa a crearsi una sua biblioteca universale, come quella degli eroi di Borges. Esso spiega direi l’Adelphi persino più dell’elenco dei libri da pubblicare che il Bobi Bazlen aveva lasciato a lui e al più anziano Luciano Foà. 

dentato_50pxEro insomma entrato nella collezione bulimica delle pareti di quei libri raccolti negli scafali mal piallati. Del resto i miei erano libri molto adelphiani: reazionari, ma finti di sinistra per non avere noie e perché certo Calasso non era di destra. Ma mi capiva quando gli dicevo che nessun libro m’era servito come quello marxista di Lucaks, La distruzione della ragione: elenco di libri proibiti e invece perfetto elenco per ritrovarli. Un po’ come Giustino e i primi teologi cristiani che dicendo ogni male degli gnostici però ne salvarono brani e idee dalla distruzione. Tuttavia ricordo la sua furia quando gli dissi che ero diventato consigliere economico a palazzo Chigi in un recente governo avventuroso. Che io mi compromettessi in qualche avventura non inattuale lo irritava, anzi se ne sentiva coinvolto, perché dopo i libri con lui io ero evoluto a pezzo di quanto lui aveva di più caro, la sua collezione di libri ovvero l’Adelphi. Peraltro solo l’ignoranza della sinistra italiana poté riuscire a fare nei decenni di una casa editrice che editava libri volentieri reazionari o sovente pubblicati prima in edizione clandestina dalla destra, invece un editore alla moda per gli snob di sinistra. 

dentato_50pxMa anche la storia del quarto libro di vite brevi, che pubblicai con Adelphi, e ebbero un certo successo, è forse rivelatrice per capire Calasso. Lo avevo lasciato anni prima per la Mondadori che pagava di gran lunga meglio, e il gesto non gli era piaciuto; tanto più considerando che lui s’era speso con Carlo Caracciolo per aiutarmi a trovare delle collaborazioni con la Repubblica. Fui un ingrato. Ma nella vita c’è anche il bisogno di campare un po’ meglio e io diedi Calasso per perso: invece che cosa avvenne? Che scaduti dopo venticinque anni i diritti dell’Adelphi io andai da lui a dirgli che volevo venderli a un’altra casa editrice, e vidi la sua smorfia. Come al tavolo da poker, mi confermai che i miei libri lui li considerava suoi per furia di dettaglio e accumulo. E rilanciai: dall’effetto Calasso, ottenni qualche soldo in più, che prima non voleva darmi e la pubblicazione di un quarto libro. Il resto accadde durante l’apocalisse del covid. Stava molto male, e lo sapevo, stando tra l’altro pure io non bene, però gli feci fretta ad arte: gli scrissi che avevo scelto una casa editrice diversa per il mio commento all’Apocalisse. Lui resse il gioco, rispose che sì in effetti: non era adatto all’Adelphi ma nel brevissimo messaggio aggiunse una certa parola che non dico, di quelle che usava per parere freddo, quando invece era commosso. Un mese e morì.  

dentato_50px[pubblicato da Hub, rivista mensile del Corriere del Ticino nel mese di marzo 2022]

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  1. Professore Alvi, ho finito oggi il suo Secolo Americano, ci ho messo molto, seppure non si debba ma quantificare per qualificare tuttavia per me 5 mesi su un libro sono molti. Ora però devo dire che avrei voluto mettercene di più.
    Un libro assurdo fuori dal tempo uscito dalla penna di un mistico assoluto .
    Idea verticale, che roba!
    Ci sono libri che per chi ama la letteratura genera invidia perché si vorrebbe averli pensati e scritti e venduti da se stessi.
    Questo libro il Secolo Anericano non appartiene a questo genere.
    Come Spengler e anzi superandolo tatua sul corpo del lettore il fuoco dell’ interiorità infinita dell’aria e della bellezza.
    Tutto questo , e mi spiace di non conoscere per nulla Belyi ma forse anche meglio, scritto da un economista marchigiano ( la cosa non è per me di secondaria importanza) .
    Libro invendibile perché illeggibile se non si è passati attraverso l’oltraggio della comprensione economica del mondo.
    Libro infine scritto da un giovane vecchio che parla a vecchi interiormente indomabili. Grazie.

  2. Devo dire che concordo, poiché pur non avendolo letto , come di certe piacevolezze che si lasciano per tempi più agevoli e quieti, il suo ultimo sull’Apocalisse non c’entra nulla con Adelphi. E non lo so nemmeno io perché ma ribadisco , non ancora comprato e lo vado cercando, forse, usato; però già annusato. Sentore di cosa nuova in forma e sostanza. Buone cose