Il tempo del pensiero

Giorgio Agamben, il filosofo italiano più stimato all’estero e dunque più eluso in Italia, ha pubblicato un libro intenso e delicato: Il tempo del pensiero, per Giometti & Antonello Macerata. È collezione brevissima di foto e scoloriti appunti ma presi lì per lì quando partecipò, nell’estate del 1966 e di nuovo nel 1968, ai seminari che Martin Heidegger tenne in un mite alberghetto della Provenza, a Le Thor. Questo libro ci dà maniera ancora di riviverli, in quel giardino proletario tra i vitigni di uva moscata profumatissima dove la luce settembrina della Provenza illumina ancora adesso le pietre abbacinate e i campi di lavanda. Indimenticabili, ammette Agamben: “Come non posso togliermi dalla mente l’incontro con Heidegger che nella mia vita che pure si avvicina alla fine non ha ancora cessato di avvenire.”  Perciò il libro è inconcluso, e però raccolta di frammenti, così contratti da tornare alla lettura viventi, e di foto d’allora che rivivono dentro immedesimanti. Del resto “L’idea heideggeriana del Dasein è al di là tanto del soggetto che dell’oggetto. Pudore aidòs come esperienza dell’aletheia del non velamento. Zoè vuol dire apparire della presenza. Nietzsche: “L’essere: noi non ne abbiamo altra rappresentazione che vivere”.

dentato_50pxLo si avverte già da questi appunti contratti, il libro di Agamben è per chi sappia almeno il greco antico; eppure malgrado ciò vive d’una vita propria e afferrabile a tutti almeno in quelle foto che completano gli appunti. Dove è ritratto il giovane Agamben che compito fa colazione accanto a un Heidegger minuto, che con gli occhi puntuti fissa sempre l’obbiettivo. V’è in lui compostezza modesta d’altri tempi in cappellino bianco mentre sale il sentiero, o spicchia i chicchi d’uva. Pare un anziano tra tanti, e invece commenta abissalmente il frammento 2 di Eraclito: “occorre seguire ciò che è comune. Pur essendo il logos comune, i molti vivono come avessero un proprio intendimento.” Ma nella foto d’una partita di bocce, contento tra i pensionati del luogo Heidegger pare uno di loro.  

dentato_50pxIl seminario del 1968 ebbe invece inizio il 31 agosto, dieci giorni dopo l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe di Varsavia. Agamben appunta d’aver partecipato nel giugno agli ultimi scontri con la polizia nel quartiere latino di Parigi e a luglio sarà ad Harvard per partecipare a un seminario diretto da Henry Kissinger, professore in quella università, a settembre segretario di stato. Di Heidegger annota la perentoria affermazione dopo l’invasione: “i russi arrivano qui in sei ore” e poi l’inizio del seminario col filosofo che dice: “in einem seminar gibt es keine autoritaet: la sola autorità è la cosa stessa…”  Infine un’altra foto: il paesaggio vi dirupa vertiginosamente, poi risale in altopiano lontano dove la vetta di St. Victoire troneggia. Heidegger v’è ripreso di spalle: figurino nero di spalle col basco che contempla la valle, e quella montagna dipinta da Cesanne. “Restiamo a lungo seduti all’ombra dei pini, in una sorta di quieto raccoglimento”. Come sarebbe molto consigliabile pure adesso.  

dentato_50px[pubblicato da Hub, rivista mensile del Corriere del Ticino nel mese di agosto 2022]

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