Patrizia Cavalli

lei tredicenne impavida e mia cugina

“Hai fatto il giro dell’orto” e me lo disse dopo essermi stata calma dietro, a studiarmi, nemmeno sfottente ma schietta, a volermi dire che lei la vita e come finiscono le migliori intenzioni l’aveva già capito. Per gli altri a Roma era già la Patrizia, che impavida a ventott’anni sapeva trattare con l’identica efficace freschezza le fruttivendole di Campo dei Fiori dove abitava ed Elsa Morante, carattere non facile ma che l’adorava. E non soltanto perché lei Patrizia Cavalli aveva pubblicato il suo primo libro di poesia nella collana Einaudi, che allora era una cosa seria, non quella risulta di poeti finti, nemmeno domenicali, ch’è adesso. “Le mie poesie non cambieranno il mondo” era libro di grande poeta, che esibiva già metriche ed ispirazione perfetta. Del resto dove arrivava, non alta ma con gli occhi e il viso da etrusca cogli occhi celesti, in certezza di sé lucente, induceva una considerazione immediata. Il che in quegli anni settanta, criticissimi, a Roma non era da tutti. Quanti intimi visi: Cecchi, Agamben, Berardinelli, Ghezzi e una schiera di giovani donne intemerate, Daria Nicolodi e le altre. E con tutti ad avventurarmi in discorsi per partito preso, temerari, ma perdonati, e non solo perché ero il più ragazzino, e nemmeno per il mio candore. Molto di più: ero di Patrizia il riconosciuto cugino. E adesso che non c’è più, me la ripenso rigirando tra le dita una foto a Todi: io bambino di sei anni e lei tredicenne, che litiga e tra le vigne si simula pugilatrice. In effetti mai nei cinquantatre anni seguenti l’ho vista cedere a chicchessia, sia al tavolo da gioco, sia in breve discorso. Era in lei una posa febbrile che giocasse a poker o desse dello stupido a qualcuno, guerriera manteneva comunque sempre una forma sua.  Ecco direi che non si capisce la sua poesia senza aver conosciuto questa continuata onestà di prendere la vita con imprevedibile buon senso di franchezza tutta sua. 

dentato_50pxMa ritorniamo a quel giro dell’orto. M’ero appunto ritrovato alla stessa fontana dietro a Piazza Farnese, da dove in passeggiata con lei ero partito, in una di quelle ottobrate romane, che per la luce chiara e l’aria fanno la vita lucente. E tornammo a via del Biscione al portone di casa sua accanto all’albergo del sole allora per fortuna ancora in disarmo.  Qualche ora, iniziò la cena, la Patrizia era come sua nonna e mia zia Aspasia: cucinava da dio. Ma per la verità il suo era soprattutto un cenacolo di amiche, così belle alcune che pure quelle brutte diventavano belle standovi accanto. Alcune, le sue amate; il che era più che comprensibile: ho sempre pensato che essendo una donna non mi sarebbe proprio piaciuta l’intimità degli uomini. Ma il pensiero risultava sospetto, essendo io uomo e non donna. Qualunque discorso sul sesso finisce sempre del resto in cervellotico gioco di specchi. E almeno allora in quegli anni settanta, c’era il riserbo educato per cui ognuno faceva quanto gli pareva, senza l’odiosità della prescrizione politica. C’era una forza di vita più pura d’adesso. Comunque le amiche della Patrizia erano belle e schiette, e io ne ero stordito e invaghino, e comunque infine intenerito me ne sentivo protetto. Gran mistero; delicato, che almeno allora sapevamo tale, appunto senza le sfilate a comando in recita reclamante d’adesso. La felicità essendo mai un diritto ma sempre una grazia.   

dentato_50pxE comunque sia, quanti anni così a via del Biscione con Patrizia e le sue cene. Quanti amici e amiche, e sempre più un volerci bene via via più puro e sensato. Il tutto parve addirittura per un po’ quasi eterno, senza età, e invece tornò il tempo: di colpo presero a ammalarsi o morire. Ma Patrizia la morte ogni volta la rimoveva; decisa a non dargli soddisfazione. Ma quanti amici via nell’aldilà, Guarini, Bice, Daria, Roberto. E gli altri sovente vecchiardi svaniti. Mal surrogati da un cerchio recente di ragazzine adoranti, piuttosto oche, e l’ultimo libro per l’Einaudi che non doveva pubblicare: era già malata. E Diana consorte americana che pure lei si ammala. Il covid, la malattia: il restare da sola. Le mie visite e lei che solo una volta è attenta: quando ascoltiamo Cherubino che canta, di Mozart. L’altro ieri lei sul letto stanca senza fiato, guarda nel vuoto, le dico: “Oh, sono Geminello, e lei che protesta non so cosa; tossisce male appena le inclino la testa per darle un sorso d’acqua. E’ evidente, la morte sarà un sollievo. Ma non voglio che la si veda così. Deve restare per gli altri bellissima, col viso affilato, raccolto nei capelli dorati e le labbra splendide illuminate da occhi sfottenti, tondi come quelli delle dee di Omero. Ma la sera è finita, via da Roma  devo tornarmene a casa; la bacio, a domani;  ma so ch’è l’ultima volta. Lei mi guarda e dice qualcosa con filo di voce, che non capisco, e mi pare quasi di risentirmela dire: “Hai fatto il giro dell’orto”. 

dentato_50px[pubblicato da Hub, rivista mensile del Corriere del Ticino nel mese di agosto 2022]

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