Discount

Ad andatura standard

Fino a qualche anno fa settembre era il mese delle buone intenzioni, quasi come gennaio, forse un po’ di più. Segnare la data, stare lontano da un pacchetto di sigarette era il proposito che non raggiungeva più la settimana, tenerne conto una minestrina alla Zeno Cosini, un limite troppo marcato per liberarti dal desiderio d’infrangerlo.

dentato_50pxPensavo in fila alla cassa del Lidl di Altavilla Vicentina. Non s’incrociavano conoscenze e parentele, appartenenti alla conventicola delle vite serenamente blindate. Meglio così, chi avrebbe retto più a sentirsi rivolgere la domanda: “Come stai?”.

dentato_50pxSe eri fra quelli che alla domanda “Come stai?” rispondeva con automatico distacco, registrando lo spazio residuo tra la tua risposta e la verità, allora eri anche tra quelli che si potevano chiedere com’era potuto accadere che ci si fosse tuffati, per galleggiarvi, in quel brodo amniotico-primordiale.

dentato_50pxE me lo chiedevo davanti alla cassa, ed era solo per quello che prendevo sul serio ciò che pensavo.

dentato_50pxOcchi fissi sul nastro mobile.

dentato_50pxIn quei discount tutto suonava triste e rimpiangevo il cazzeggio ai primi prototipi di centri commerciali. Se ti capitava di stare con un pacchetto di patatine alla cassa, davanti due consumatori con quaranta mesti involucri, non ti facevano passare neanche a pagarli. Facevano finta di nulla, non ti si rivolgevano nemmeno per sbaglio.

dentato_50pxMa attenzione alla promozione: due cartoni da un litro di succo d’arancia in promozione a 0,90 centesimi l’uno. 

dentato_50pxAspettavo impaziente il mio turno in fila e qualcuno più indietro, con cinque persone davanti, stava in posizione per pagare, proteso verso l’uscita, soldi in mano e conti fatti. Allora mi dicevo che un’altra volta avrei preso il portafoglio dalla tasca e pagato quando mi si presentava lo scontrino, una buona pratica per sfuggire all’angoscia del controllo.

dentato_50pxTra i pensieri se ne incuneava uno che mi faceva sentire in imbarazzo e mi mettevo a canticchiare per tre secondi, arginando l’indecenza che volevo esorcizzare. Una volta smesso m’imbarazzavo anche d’aver cantato. Sapevo che sarebbe tornato a farmi visita, ma per ora se n’era andato.

dentato_50pxVia finalmente, a lunghi passi verso la porta scorrevole che non si apriva. Indietreggiavo e ripartivo lento, non avevo sempre un buon rapporto con le porte scorrevoli, tarate su una velocità standard che per indole o mal celato senso del bastian contrario non rispettavo molto. Forse l’insofferenza luddista per cose che funzionano e si muovono senza esitazione. Per ottenere un lasciapassare da certi modelli di porte comandate elettronicamente, bisognava avere un’andatura standard e sentirsi in sincrono con il congegno.

dentato_50pxFortunatamente erano solo due cartoni. Quelle nuove borse misembranylon non servivano e se non eri veloce a salire in auto si spappolavano lasciando cadere i tesori del discount.

dentato_50pxPoi un po’ di sole.

dentato_50pxNon sapevo gli altri, ma con tutte quelle versioni di polveri sottili, piogge rosse, acide e pulviscoli in circolazione l’unica cosa che andava rischiarandosi giorno per giorno era il cielo stellato e soleggiato sopra di noi. La roba dentro era intorpidita di brutto e avrebbero voluto darmi a bere il contrario, anziché succo d’arancia, di coscienze cristalline che si ergevano a paladine del cielo opaco. 

dentato_50pxA forza d’occuparci della psiche, avevamo un risultato.

dentato_50pxE via in automobile… per brevi movimenti, sempre quelli. Sterzo, cambio, freni, acceleratore, frizione. Musica, frusciare delle gomme sull’asfalto e via, ognuno per la propria strada che, fosse stata anche la mia, non ci saremmo parlati comunque. Se possibile nemmeno ci saremmo lanciati uno sguardo, chiusi in scatole di latta. Niente di meglio. Processioni di pensieri schizzavano tra curve, rettilinei e le prime sperimentali rotatorie (quelle piccole inutili, da passarci sopra).

dentato_50pxSuperato il negozio di autoricambi sulla sinistra c’era una lieve discesa e procedevo imboccando via Sigmund Freud, geniale fondatore di non so bene cosa, accostando a sinistra nel piazzaletto con un pensiero fisso che mi premeva.

dentato_50pxDa tutto il giorno cercavo di ricostruire un sogno fatto durante la notte, ma mi mancava un pezzo e non sapevo dove cercarlo, come quando lasci le chiavi sopra lì prima di uscire di casa e trenta secondi dopo non le trovi.

dentato_50pxAd ogni modo mi servivano ancora soldi e volendo entrare in banca rimanevo a pensare al bottone da premere per aprire il portale delle meraviglie.

dentato_50pxQuello verde, quello blu, quello nero…

dentato_50pxQuegli aggeggi di porte sicure si aprivano ogni volta in modi diversi. Invidiavo Edipo, che alla soluzione dell’enigma vinceva qualcosa (comprese due tonnellate di sventura inverosimile, selezionate per lui).

dentato_50pxIntrappolato tra una porta e l’altra, se non ero nella sede abituale mi scrutavano da lontano, cercando di carpire cattive intenzioni. Ed ecco che assumevo un’aria rassicurante, impresa improbabile. 

dentato_50pxCome Alì Babà non mi sentivo sicuro, ma diversamente da lui sapevo che coloro che temevo mi aspettavano sorridenti.

dentato_50pxPiù di rado, per entrare, mi era capitata una vera e propria porta girevole, di quelle che trovi anche negli hotel. In quei casi giravi un po’, come un sufi lievemente rintronato. 

dentato_50pxAltro che cattive intenzioni! Andava tutto alla rovescia, tanto che mi toccava chiedere il favore di lasciarmi un po’ dei miei soldi. Una brutta frase persino a buttarla lì in una conversazione, figurarsi ad attribuirgli un significato minimo.

dentato_50pxAlla fine via anche da quel postaccio, ma non prima d’aver ingaggiato una mesta battaglia con il telecomando della chiusura centralizzata della mia Fiat.

dentato_50pxLa malefica banalità di funzionare senza pensare, esitare, scegliere di fare e non fare non è mai abbastanza temuta. Eppure, quello che chiedevo a me stesso a un certo punto era di funzionare senza tanto stare lì a pensarci.

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  1. Lo stimolo ad innescare un progetto cosciente diventa sempre più oggetto di gratitudine, ancor più se lo si accoglie in quella che cisembraunagabbiaincellofanata cioè il modo di sopravvivere agli eventi. Gli automatismi servono di per sé a salvaguardare risposte immediate a fatti standardizzati in un sistema primordiale di difesa. L’elaborazione del pensiero è tanto più vitale e indispensabile quando ci si deve difendere dall’imprevisto incalzare di eventi invasivi e distruttivi di ogni libertà. Ma non c’è pensiero creativo senza conoscenza e soprattutto attenzione. Altrimenti , come deliziosamente è stato descritto, ci si infila in una porta girevole da cui i sensi non possono indicarci l’uscita. Sulla progettualità del mese di settembre in particolare non mi sono mai soffermata e ringrazio anche per questo spunto. Fare esperienza è il modo più sano per esercitare il pensiero e senza confronto si rimane dei poveretti: come è vero! Grazie Massimo Fontana

    1. Grazie Vittoria Lacchini, per le tue parole, soprattutto quelle sul nesso tra esperienza e pensiero, perché comprendono ciò che ho cercato, e cerco, in tutti i miei scritti per La confederazione italiana.