Villaggio satellite

In disparte all’interno di un agglomerato umano

Se per esempio arrivi in auto dalla statale Pasubio e alla rotatoria svolti a destra, verso zona fiera, tra un semaforo e l’altro costeggi un blocco di calcestruzzo ancora abbastanza abitato, una stratificazione di saracinesche e serramenti che sembra ondeggiare, come se la materia non volesse infine assoggettarsi a una forma paradossale o come se il blocco architettonico flettesse nello spaziotempo. 

dentato_50pxA meno che non ci sia un po’ di colonna d’auto che sfrizionano nervose e quasi ferme, non fai in tempo a capire bene ciò che vedi; passando si apre questo squarcio, che spezza la continuità dello sguardo. Sembra che gli ingegneri ideatori del quartiere vicentino Villaggio del sole usassero per i loro plastici e disegni il nome Città del Sole, villaggio satellite di Vicenza; in pratica un quartiere di edilizia pubblica, costruito nel 1960 e pensato per ospitare circa tremila persone.

dentato_50pxLo stazionare acquietante, nelle odierne villette a schiera con erbetta inglese, è solo un pallido surrogato di un villaggio satellite evocante La città del sole o il sol dell’avvenire; qui il concetto di appartamento è l’appartarsi, lo stare in disparte all’interno di un agglomerato umano. E ciò accade negli anni, in direzione inesorabile contraria rispetto agli intenti degli ideatori del progetto, che teorizzavano un modello di convivenza integrato con la natura e umanamene condivisibile. E tutto questo sarà pure successo… io non lo so, ma prima le parabole della televisione via cavo e poi, all’interno, la dimensione social che trasporta il sociale sugli schermi, sono state le spie che indicavano che il satellite perdeva via via la sua orbita.

dentato_50pxPotente e persuasivo, si espande idealmente negli anni un nirvana architettonico nel quale smarrire sé stessi dopo aver perso il mondo attorno, dove essere dimenticati e dimenticare. Un luogo che non è Vicenza, anche se è lì. 

dentato_50pxE al centro del “villaggio satellite” si trovano edifici bassi, d’uso collettivo: la chiesa, il centro sociale, la scuola primaria e l’edificio delle opere parrocchiali. Questi edifici sono più annichiliti che protetti dai segmenti di quattro e cinque piani in cemento armato, laterizio, intonaco, calcestruzzo, pilastri, logge incavate sui muri, parapetti, serramenti, vetro che costituiscono la muraglia frammentata attorno; rispetto alle antiche mura della città, di cui questa è proiezione ideale, lascia ampi e poco invitanti spazi d’accesso. 

dentato_50pxTra le intenzioni di chi ha pensato questo villaggio pare vi fosse la realizzazione di un punto di vista che permettesse alla moltitudine appartata tutt’attorno di scrutare dalle finestre tra le viuzze e le strutture più basse e le aiuole. Come per un panopticon rovesciato. 

dentato_50pxE tra le strutture basse c’è anche la Chiesa di San Carlo, priva di campanile e con una forma quasi rotonda, che può ricordare un bungalow di qualche villaggio turistico di mare, solo più grande (oltre al calcestruzzo compaiono infatti, ad allietare, mattoni facciavista). La struttura è singolarmente bassa per una chiesa e colpisce subito per questo. Non si eleva. All’interno opere contemporanee in ferro battuto e facciate vetrate istoriate.  

dentato_50pxSingolare anche il tetto a spirale che sale verso l’alto, ma non abbastanza, riproducendo la forma di una conchiglia Nautilus e sostenuto da una nervatura di reticoli in rilievo. Il tutto ben visibile dall’interno. Dovrebbe essere un tetto a tenda, ma non evoca la tenda del Signore; si manifesta come una struttura che, volendo riprodurre l’ordine matematico del cosmo, finisce per rappresentare un vuoto irreparabile insinuatosi nella teologia cristiana.

dentato_50pxLa misura di un ordine matematico, utilizzato per rispecchiare quello cosmico, dissolve la trascendenza, ancorando, controbilanciando ogni anelito verso il cielo. Immagino che questa tenda geometrica riluca mirabilmente nel suo progetto originale, su carta; proiettata nel mondo, manifesta invece l’azzeramento di ciò che, forse…, intendeva rappresentare. 

dentato_50pxEcco il significato di quella spirale, che pare sostenersi nel nulla e rimanere lo stesso in piedi. Con un singolare artificio architettonico essa riproduce non l’idea della caduta e nemmeno la sua minaccia, ma l’attimo prima dello sprofondare, come se guardandola iniziassimo già a sentire i primi scricchiolii, qualcosa sgretolarsi. 

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