L’universalità di Swedenborg

Il veggente del nord visto da Suzuki e Corbin

Daisetsu Teitarō Suzuki fu tra i più autorevoli studiosi del buddismo zen, ma tra i suoi lavori se ne possono rintracciare, in apparenza improbabili, alcuni su Emanuel Swedenborg. Tra il 1910 e il 1915, Suzuki tradusse alcuni testi di Swedenborg e lo introdusse per primo in Giappone, scrisse un breve saggio sulla vita e il pensiero del mistico svedese e poi un altro nel 1924. Questi due saggi sono raccolti nel libro “Swedenborg Buddha of the North, Swedenborg Studies / No.5, Monographs of the Swedenborg foundation”.

dentato_50pxCome riporta nell’introduzione il traduttore dal giapponese Andrew Bernestein:«Nell’estate del 1954 [a Eranos, Ascona], durante un incontro con Henry Corbin e Mircea Eliade, a Suzuki fu chiesto quali analogie rinveniva tra il Buddismo Mahāyāna e la teologia di Emanuel Swedenborg. Secondo la testimonianza di Corbin, Suzuki improvvisamente prese un cucchiaio e dichiarò: “Questo cucchiaio ora esiste in Paradiso…. Ora siamo in paradiso”. Durante la conversazione che ne seguì, Suzuki proseguì definendo Swedenborg “il vostro Buddha del Nord”».

dentato_50pxPer Suzuki il paradiso e l’inferno di Swedenborg “potrebbero essere considerati come condizioni post-mortem, o potrebbe essere che questo mondo, così com’è, sia il paradiso o l’inferno, a seconda di come lo si viva”. Quelli che Swedenborg definisce “stati” interessano particolarmente lo studioso giapponese: stati che ricorrono nello Swedenborg di “Cielo e Inferno” quando vengono delineate le differenze tra i cieli stessi e i loro gradi di vicinanza al divino più puro.

dentato_50pxDal pensiero deve sparire la falsità, il cuore deve rivelarsi come la dimora della semplicità e dell’innocenza, la conoscenza e l’amore per Swedenborg tendono all’unità: nel mistero che li connette, subordinandoli vicendevolmente, c’è l’altro mistero per cui la vita dei luoghi celesti sussiste in una luce più o meno diretta. Nella perfetta unione di amore e saggezza l’uomo appare nella sua piena realizzazione, impossibile al di fuori del Regno del bene e della verità. 

dentato_50pxSuzuki trovò questa armonia nei cieli di Swedenborg così come nello Zen, di cui fu testimone tutta la vita: nell’idea che i cieli siano persone tese verso un processo di individuazione che, a dire il vero, fa perdere l’individuo nell’impossibilità di farsene un concetto. Abbandonando l’amor di sé stessi, che è l’inferno e la falsità, si può trovare l’unico amore sensato, quello per l’unica Luce che è realmente vera. “Il bisogno di pentirci deriva dal fatto che siamo in uno stato di degenerazione” e bloccati dalla menzogna “siamo risvegliati da quella dalle parole della Bibbia [in Swedenborg], o nel Buddismo dal nome di Amida, il nome che suona in tutte le dieci direzioni”.

dentato_50pxQuando nel 1954 Suzuki affermò davanti ad Henry Corbin che Swedenborg poteva considerarsi il Buddha del Nord per gli europei, era di una trentina d’anni più vecchio rispetto all’epoca dei suoi scritti giovanili sul mistico svedese e stava parlando con uno dei più grandi islamisti e iranisti del secolo scorso, non a caso. Lo stesso Corbin avrebbe in seguito scritto dei saggi su Swedenborg confluiti poi in “Swedenborg and esoteric islam, Swedenborg studies / No.4, Monographs of the Swedenborg foundation” nella traduzione inglese.

dentato_50pxIl filosofo del mundus imaginalis, da sempre interessato alle topografie spirituali, incentra il suo saggio sulla gnoseologia in Swedenborg e la dottrina delle corrispondenze. Se già Suzuki rinviene tra le corrispondenze di Swedenborg e i corpi del Buddha del Mahāyāna una potente analogia, Corbin tenta qualcosa di più. Andando a studiare le parti di esegesi biblica in Swedenborg, tra cui quelle dell’opera “Arcana Cœlestia”, ricostruisce quella che solo in un modo riduttivo si potrebbe chiamare la teoria della cognizione di Swedenborg, perché è più una vera e propria teosofia, dove la percezione non si slega dalla cosmogonia: qui la cognizione umana è vista in rapporto ai giorni della creazione entro i quali avviene un’allontanamento tra quelli che Swedenborg chiama l’uomo interno e l’uomo esterno.

dentato_50pxRiprendendo il concetto di luogo dell’epifania ricorrente nei suoi lavori sui teosofi dell’islam sciita, Corbin evidenzia le analogie tra le immaginazioni della terra di Hurqualia e quelle di Swedenborg, riconnettendosi così a quelle angelologie che nei suoi libri non sono mai secondarie: “…la vasta dottrina delle corrispondenze che si dispiega come una fenomenologia della coscienza angelica, insieme alla gerarchia dei gradi di percezione e rappresentazione che essa implica, è ricapitolata, per così dire nel grande tema dell’Homo maximus…”. Tali speculazioni portano Corbin a ritrovare un analogia tra il Deus Absconditus, Hyperousion per i greci, Mobdi per la gnosi ismailita e l’esse infinitum di Swedenborg, e considerare poi la manifestazione cosmica come una “antropomorfosi”. 

dentato_50pxPiù che dare due visioni di Swedenborg, Suzuki e Corbin riferiscono aspetti che paiono complementari della stessa, rivelando l’universalità del pensiero del Veggente del nord. Entrambi scoprono in Swedenborg una delle più chiare esposizioni di una dottrina celata dalla stessa incapacità di una conoscenza privata di amore. Entrambi costeggiano l’arcano dell’individualità umana enunciato dal cristiano Swedenborg ne “La vera religione cristiana“: “Dio è il solo uomo vero ed assoluto, il Dio uomo…” che “L’uomo naturale non può scoprire in nessun modo, in forza della sola sua ragione”.

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