Quella cinese è un’economia dove non è il mercato a indurre stabili equilibri, ma piuttosto un sistema amministrato
Quella cinese è un’economia dove non è il mercato a indurre stabili equilibri, ma piuttosto un sistema amministrato

In Cina si amministra il capitalismo di stato

Nella visione del partito comunista l’intervento governativo è quanto rende l’economia pianificata superiore alle altre

Quando ancora esistevano in economia dottrina e collezione di fatti, si dissertava sul ciclo economico e la sua effettiva durata: argomento serio, come tutti quelli ora obliati dalle retoriche presenti, giornalistiche o accademiche. E di praticità immediata. Quindi trascurato dalla più parte dei commenti recenti che si sono adoperati a dare tutta la colpa dell’attuale spasmo finanziario globale alla Cina, esagerando, giacché è il ciclo mondiale che sta girando. Sei, sette anni sono la durata consueta di un ciclo, e la svolta dei tassi americani può dirsi piuttosto la certificazione del suo concludersi. Dunque risulta ingiusto incolpare la Cina delle difficoltà della congiuntura attuale.

dentato_50pxSarebbe meglio invece concentrarsi sui paradossi del capitalismo cinese, per il quale la conversione da un intervento statale che ha troppo esagerato gli investimenti ai consumi privati non è così immediata come aveva lasciato intendere la più parte dei commenti. Quella cinese è ancora meno delle altre un’economia nella quale i meccanismi di mercato inducono equilibri stabili per via del mutarsi dei prezzi. In un’economia pianificata, com’è appunto la Cina, è semmai il governo a utilizzare decreti per influenzare i prezzi, delle attività finanziare per esempio al fine di evitarne l’instabilità. Del resto nella visione del partito comunista è proprio l’intervento governativo per pilotare la crescita, evitarne le crisi quanto rende superiore l’economia pianificata alle altre. Certo anche in Occidente il libero mercato viene troppo assecondato nei mercati finanziari o distorto nei mercati reali dalle politiche monetarie delle banche centrali. Ma il governo cinese vi ha aggiunto vincoli ulteriori; ha assecondato il mercato azionario cinese a salire oltre tutti i livelli giustificati dai fondamentali economici, e alla fine ha risposto alla correzione con mano piuttosto pesante e misure amministrative. Col risultato che l’impatto sistemico a lungo termine di un simile approccio interventista è destinato forse a inquietare gli analisti più avveduti, assai più del grave declino del mercato azionario.

dentato_50pxIn un mercato in cui il governo può cambiare le regole del gioco in ogni momento, nessuno è tranquillo di investire. Tra l’altro gli investitori non hanno in Cina lo stesso accesso all’informazione dei mercati occidentali. E diventa lecito chiedersi quanto un mercato finanziario organizzato come quello di Shanghai sia compatibile coi metodi autoritari. E anche la svalutazione inattesa del renminbi suscita dubbi non diversi. Per quanto la dirigenza cinese abbia in tal maniera voluto favorire il disegno di inserire la valuta cinese tra le valute di riserva mondiali, e per quanto la svalutazione sia stata minore di quelle del Giappone o degli Stati Uniti, i suoi effetti sono stati percepiti con più ansia. Proprio perché più diretto, meno mascherato, vi è apparso l’intervento statale. In conclusione manipolare il sistema dei prezzi con le banche centrali come fa l’Occidente è un agire più abile ed efficace del gesto politico, della sbrigatività amministrativa a cui ricorre la Cina. La riconversione ai consumi ne sarà quindi complicata.

 

dentato_50pxImmagine di copertina: Hao Wei (dalla Cina), La Grande Muraglia.

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *