Forse le citazioni maledette dei Quaderni Neri non sono risultate sufficienti per condannare alla damnatio memoriae Heidegger? Era necessario insistere sul tema e calcare la mano coinvolgendo nella polemica Evola?
Forse le citazioni maledette dei Quaderni Neri non sono risultate sufficienti per condannare alla damnatio memoriae Heidegger? Era necessario insistere sul tema e calcare la mano coinvolgendo nella polemica Evola?

Su viltà, coraggio e nobiltà di Julius Evola

Documenti alla mano: il “barone” non venne mai meno al suo onore di uomo e di ufficiale. Il titolo nobiliare? Un atto dadaista. Risposta ai denigratori

E’ singolare, e inquietante a dimostrazione delle degenerazione dei tempi, come stia di nuovo circolando la leggenda metropolitana di una presunta vigliaccheria di Julius Evola, non si capisce bene se fisica, intellettuale, spirituale o morale. Forse tutto insieme. Da ultimo ne è la dimostrazione il dibattito aperto dall’articolo di Luca Negri su La Confederazione Italiana dove, nonostante gli importanti spunti che l’intervento poteva suscitare, ci si è appigliati non tanto su questioni dottrinali o spirituali, accennate vagamente o per sottintesi (Evola “frainteso”: da chi, come e perché? e chi allora lo ha veramente “inteso” e ha deciso che quella sia l’interpretazione autentica?), quanto sulla faccenda della “paura di battersi” evoliana, appunto, e sulla questione del “barone” vero o falso.

dentato_50pxSembra di capire che da un po’ di tempo a questa parte l’intento di alcuni sia quello di togliere credibilità e autorevolezza a Evola, di dimostrare che predicava bene e razzolava male. Altro che Maestro dunque, piuttosto un “baro” con atteggiamento “fantozziano”, per usare le forbite parole di un suo ex estimatore che in tal modo non fa certo una esegesi critica ma del volgare pamphlettismo. Sicché dopo Thomas, Renzaglia, Iacona, Pirrotta, adesso si aggiunge, buon ultimo, anche Corrado Sabatucci che ritorna su un fatto di ormai quindici anni fa senza tener conto – ed è questo ciò che più sorprende e allarma – di tutto quanto è stato precisato in proposito su documenti inediti e integrali (non parziali) e relativa analisi, alcuni di essi pubblicati anche su Il cammino del cinabro.

dentato_50pxMa è come se questi documenti non esistessero tanto che sembra di essere di fronte a un partito preso, ad una ostilità di principio. Senza dover scomodare De Felice, ricordando le sue raccomandazioni sul metodo della ricerca storica, sui documenti ci si dovrebbe confrontare e non interpretarli settariamente e malevolmente come viene fatto per Evola, che forse sconta il fatto di essere “antipatico”, come scrive sempre Negri, e che risulta essere un “alieno” alla cultura nazionale.

dentato_50pxSi accenna polemicamente al fatto che Evola sia anti-Risorgimentale. Ma oggi in diversi lo sono ed Evola ne Gli uomini e le rovine spiega esattamente perché, e io credo che di fronte ad una interpretazione/proposta come quella di una Confederazione Italiana non sarebbe stato contrario. Si accenna al suo non condividere le ragioni che ci spinsero alla Prima guerra mondiale. Ma all’epoca non era certo unico e solo, anche se le sue motivazioni erano particolarissime, e si sorvola sul fatto che alla guerra partecipò comunque e non fu un imboscato, si rammaricò di non essere stato mandato in prima linea (non dipendeva certo da lui) e del fatto di avervi in ogni caso preso parte se ne servì per chiedere di partire volontario per la guerra del 1940. Ma allora di che stiano parlando, ci si potrebbe chiedere?

dentato_50pxTuttavia a beneficio degli immemori interessati facciamo una ricapitolazione non brevissima di tutta la faccenda così che non si dirà che la fonte di certe interpretazioni è una sola e soprattutto in questo modo chi ha buon senso ed è scevro di ostilità preconcette potrà liberamente giudicare su quello che purtroppo resta ancora l’ultimo tabù della cultura conformista italiana di sinistra e di destra. L’”alieno”, appunto.

dentato_50pxIl primo a parlare della presunta viltà di Evola fu, nel lontano 1999, D.L.Thomas sul settimanale Il Borghese (che nulla ha a che vedere con il mensile odierno diretto da Claudio Tedeschi) ricordando il rifiuto del filosofo di battersi in duello con il giornalista Guglielmo Danzi, esponente di un certo squadrismo con cui Evola polemizzava su La Torre, che lo aveva sfidato e subendo quindi la rimozione dal grado di tenente di artiglieria. Gli risposi su un altro settimanale, Lo Stato diretto da Marcello Veneziani, ricordando che i veri motivi non furono la paura di affrontare uno scontro all’arma bianca, la “vigliaccheria”, bensì il fatto che Evola non considerava Danzi al proprio livello, del proprio stesso “rango”: non ci si batte con un inferiore, con un “vile meccanico” di manzoniana memoria. E per dimostrare che non era affatto un vigliacco facevo riferimento ad una lettera, allora inedita, di Evola a Roberto Farinacci, in cui veniva chiesto di partire volontario come corrispondente sul fronte di guerra, iniziata da una settimana.

dentato_50pxAppariva chiaro all’epoca, come appare chiaro oggi con i nuovi rigurgiti di questa maldicenza pretestuosa, che il motivo dell’insinuazione sta nella volontà di screditare il pensatore anche su piani che non sono semplicemente quelli delle idee, della visione del mondo, dell’interpretazione della tradizione, delle teorie filosofiche ed esistenziali, come è ovvio che avvenga, ma sul piano strettamente personale.

dentato_50pxOra, sulla nuova edizione de Il cammino del cinabro (Mediterranee, 2014) tra gli altri sono stati riportati integralmente proprio questi documenti di cui ancora, a quanto pare, non si vuole tener conto: la “lettera aperta” a circolare (intercettata dalla Polizia politica) spedita nel 1931 dal direttore ad ogni abbonato de la Torre in cui Evola spiega i motivi del rifiuto del duello e la lettera a Farinacci del 1939. Di fronte a prove concrete che smentiscono le dicerie e relative interpretazioni contrarie a Evola, l’argomento dovrebbe considerarsi chiuso. Quale il motivo per non credere al punto di vista di Evola? Forse perché oggi al “rango” (spirituale) non crede più a nessuno?

dentato_50pxIn precedenza in un libro di Carlo Calogero Lo Re (La destra eversiva, Solfanelli, 1994) si descriveva Evola come un vigliacco morale e intellettuale, nel senso che dopo essersi accorto di aver mandato allo sbaraglio una generazione di ragazzi di destra durante il Sessantotto e poi gli “anni di piombo” (nonostante fosse morto alla loro vigilia, nel 1974), avrebbe fatto marcia indietro ritrattando le sue precedenti affermazioni. Insomma: tirare il sasso e nascondere al mano. Anche qui una analisi puntuale degli scritti e delle parole specifiche del filosofo in articoli e soprattutto interviste su quel preciso argomento (cosa assai diversa dalla loro interpretazione da parte dei contestatori di destra) che effettuai in Elogio e difesa di Julius Evola (Mediterranee, 1997) smentì questa interpretazione capziosa. Anche qui, dati e testi alla mano, le tesi malevole non reggevano.

dentato_50pxStranamente però in ambienti di ex evoliani, ex tradizionalisti e di neoavanguardisti, di autonominatisi neofuturisti e di amanti della modernità, a tanti anni di distanza ecco rispuntare l’accusa di “vigliaccheria” in modo nemmeno tanto nascosto. Per quali motivi? Forse perché l’attrazione che il pensiero di Evola ha sulle nuove generazioni fa un po’“paura” a certa destra, o a chi non sta né a destra né a sinistra? Oppure per mutamenti di umori e opinioni del tutto personali? Forse il desiderio di rimuovere il proprio passato considerato un errore giovanile “uccidendo” (diffamando) freudianamente il “padre”? Francamente, non si capisce proprio, soprattutto per la sconcertante e ingiustificata animosità. E quindi, ancora adesso, forse occorrono nuove precisazioni con nuovi documenti in modo da portare dei solidi fatti di fronte a semplici illazioni spacciate per verità.

dentato_50pxEcco intanto altre testimonianze dirette. La prima si trova in un paio di lettere del filosofo a Massimo Scaligero, conservate nell’archivio della Fondazione a lui intitolata, dalle quali emerge che quello sopra riportato non era il primo tentativo effettuato nei confronti di Roberto Farinacci: Evola aveva provato a chiedere di partire volontario già tre anni prima durante la guerra d’Etiopia (ottobre 1935-maggio 1936) come risulta da due missive inedite inviate all’amico, una da Capri il 19 settembre 1935, l’altra da Vienna il 6 febbraio 1936. Nella prima, nell’imminenza del conflitto, scrive: “A Farinacci ho trasmesso, come altri, domanda di richiamo alle armi. Ma francamente preferirei una bella guerra con l’Inghilterra”. Quattro mesi dopo aggiunge: “Cercherò di mettere in moto delle aderenze per far dare esito alla mia domanda per l’Abissinia, già fatta da mesi”. Non se ne fece nulla, evidentemente per gli stessi motivi che bloccarono la sua pratica nel 1939.

dentato_50pxE’ stato poi rintracciato un documento, a me pare decisivo, che conferma una storia raccontata proprio da Massimo Scaligero, ma di cui il diretto interessato invece non ha mai accennato, e quindi considerato un semplice aneddoto senza alcuna prova. In un “Appunto al Duce” del Gabinetto del Ministero della Cultura Popolare il 27 gennaio 1942 si racconta come “nei giorni scorsi in un ristorante di Capri” Evola avesse schiaffeggiato un militare tedesco in licenza insieme ad altri il quale diffamava l’Italia affermando che forse sarebbe stato meglio occuparla in quanto “passare il Brennero sarebbe stato un gioco perché gli italiani sono dei vigliacchi”. L’incidente, si legge nella nota inviata a Mussolini, “ha avuto fine per intervento del proprietario del locale e di un sottufficiale dei carabinieri”. Si evitò così un caso diplomatico.

dentato_50pxInsomma, un acclarato “vigliacco” che non sopportando che i soldati italiani siano considerati dei “vigliacchi” dal cosiddetto “alleato germanico” prende un’energica iniziativa contro un graduato tedesco facendo giungere le sue malefatte sino alle orecchie del capo del fascismo… Non solo: anche un acclarato “filotedesco” e “anti italiano”, secondo la vulgata diffusa da persone estremamente diverse fra loro, come il citato D.L.Thomas e Piero Vassallo, che se la prende in pubblico con i tedeschi e difende l’onore degli italiani. Qualcosa dunque non quadra, e gli interessati, per onestà intellettuale, dovrebbero meditarci ben bene su. Da cosa nasce questa contraddizione? Non sarà per caso che Evola si preoccupava soprattutto dell’aristocrazia dello spirito?

dentato_50pxEsiste anche un ulteriore documento dell’Archivio Centrale dello Stato che chiude ogni illazione a proposito della non partenza per il fronte di Evola come volontario. Documento che non dovrebbe essere sconosciuto, ma che non si cita mai o si cita solo per le parti che interessano a sostenere tesi avverse. Ed è un “Estratto di Relazione alla Corte Centrale di Disciplina” del PNF (l’autore, capo del Servizio di Disciplina, è anonimo perché il documento disponibile è solo una “copia conforme” dell’originale inviata dal segretario del Partito Nazionale Fascista Vidussoni al ministro della Cultura Popolare, Polverelli). Ecco la lettera di Vidussoni a Polverelli del 10 aprile 1943 (a tre mesi e mezzo dalla caduta del regine) che riportiamo integralmente in quanto contiene tutte le notizie utili per una valutazione oggettiva e non isterica o prevenuta:

dentato_50px“Nel dicembre 1939 XVIII [tre mesi dopo la lettera a Farinacci-ndr] il giornalista Giulio Cesare Evola avanzò domanda di iscrizione al PNF quale combattente della guerra 1915-18, ma la domanda venne respinta dalla Federazione dei Fasci di Combattimento dell’Urbe per gli ‘emersi precedenti politici e perché ritenuto elemento indesiderabile’. Sul ricorso prodotto dall’interessato la Corte Centrale di Disciplina del PNF, dopo un’ampia indagine, ha deciso di confermare la deliberazione della Federazione dell’Urbe negando all’Evola la tessera del PNF. Dati i motivi che hanno determinato tale decisione (risultanti dall’accluso estratto di relazione alla Corte Centrale di Disciplina) ritengo necessario segnalarti l’Evola affinché gli sia inibita ogni attività nella Stampa Fascista”.

dentato_50pxDue giorni dopo, il 12 aprile, alla Direzione Generale della Stampa Italiana e all’Ufficio Studi e Propaganda sula Razza (di cui Evola era regolare collaboratore) si faceva sapere che il segretario del Partito “chiede che al predetto venga inibita ogni attività sulla Stampa Fascista”. In questo modo assurdo si chiude la vicenda della richiesta di Evola, iniziata tre anni e mezzo prima, di iscriversi al PNF. E come mai, ci si chiederà, Evola avrebbe compiuto un passo simile, lui che non ne fu mai iscritto, anzi si vantava di non esserlo mai stato? Il documento non lo smentisce, per caso? Il motivo è semplice e capovolge a suo favore la situazione. Esso risale proprio al desiderio di partire volontario in guerra, come richiesto nelle lettere a Farinacci del 1935 e del 1939. Ma per poter ottenere questo “onore” era necessario essere iscritti al PNF, e il filosofo non lo era mai stato. Da qui la necessità di richiederlo.

dentato_50pxInsomma, Evola si adattò a questa prassi per andare al fronte! Una chiara manifestazione di “vigliaccheria”, come ben si vede. Gli venne negato, tra le altre cose, perché fu ritenuto sospetto questo suo ritardo dopo tanti anni senza iscrizione. Non gli si poteva concedere adesso questo “privilegio”, anzi meglio punirlo non facendolo scrivere più. Ma nel rifiuto pesò una concausa, quel suo famoso negarsi al duello con Danzi che gli costò la perdita del grado di tenente nel 1934, come anche risulta dal suo curriculum militare pubblicato per la prima volta sempre nella citata edizione critica de Il cammino del cinabro.

dentato_50pxInfatti, sulla sua domanda di “reintegrazione nel grado” presentata il 30 marzo 1942 il Tribunale Supremo Militare espresse “parere contrario”, come comunicò il sottosegretario di Stato alla Guerra il 22 gennaio 1943. E il fatto che Evola fosse stato “degradato” nel 1934 era la pietra dello scandalo del citato articolo di Thomas del 1999, su cui si disquisiva e condannava moralmente senza aver riportato con onestà tutte le giuste informazioni. A ciò si aggiunga che in un’altra lettera presente nell’Archivio di Stato, quella del 9 agosto 1943 inviata nel momento in cui il Minculpop era transitato dal fascismo al governo Badoglio, Julius Evola ricostruisce senza infingimenti e con molta onestà tutti questi passaggi per spiegare la sua situazione professionale. Senza alcuna vergogna, ma dando le veritiere spiegazioni delle sue intenzioni. Documento che sarà da me pubblicato integralmente in un libro in uscita l’anno prossimo.

dentato_50pxEvola non si nascondeva dietro a nulla e quindi non si vede perché a nostra volta nascondere certi momenti della sua vita, a meno di non volerli interpretare con aprioristica ostilità.

dentato_50pxTutto chiaro? Purtroppo no. Dato che, nonostante fossero stati di nuovo pubblicati integralmente i documenti privati e pubblici sin qui citati, non se n’è tenuto conto alcuno. E così, dopo aver definito Evola “scrittore di seconda mano”, si afferma: “L’aedo guerriero che allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, a 43 anni, anziché andare volontario – come fecero, il sessantenne Marinetti e il trentaseienne Berto Ricci, e con l’esempio pratico dare lustro alla decantata teoria dell’armiamoci, si rintanò in casa contemplando col monocolo, accigliato lo struggente spettacolo degli altri partire” (Miro Renzaglia, in AA.VV, Non aver paura di dire…, Heliopolis Edizioni, Pesaro 2015, pp.86-87). Di fronte a tanto pesante sarcasmo, immotivato soprattutto perché errato nei presupposti e condito di falsi (“si rintanò in casa”), si deve pensare che questo “poeta giornalista e blogger” come si autodefinisce, abbia scritto in totale malafede o da perfetto disinformato dato che motivi e spiegazioni della non partenza di Evola come volontario sono, come si è visto, ben noti e chiarissimi. Evidentemente l’intento esplicito è quello di diffamare Julius Evola a tutti i costi, pure andando contro fatti documentati, con un astio che solo uno psicanalista potrebbe spiegare. Le polemiche seguite all’articolo di Negri stanno a confermarlo, ed è veramente deprimente.

dentato_50pxIn conclusione, un emerito “vigliacco” che schiaffeggia il militare di una nazione alleata e che pur di andare al fronte si sottomette alla richiesta della iscrizione al Partito. Un emerito “pauroso” che compiva scalate di quarto grado superiore mettendo a repentaglio la propria vita, che avrebbe dovuto essere un “post occupational agent” nella Roma “liberata” dagli Alleati, come si legge in un documento dei servizi segreti americani che pubblicherò anch’esso nel mio libro l’anno prossimo, e che attraversa le linee americane e francesi a piedi dopo aver lasciato la capitale nel giugno 1944. A meno che non si sia inventato tutto questo di sana pianta, e che i documenti siano tutti falsi, per crearsi una mitologia personale accreditarsi diverso da come era nella realtà.

dentato_50pxLo stesso vale per la questione del “Barone” per cui tanto s’indigna Sabatucci. Del titolo nobiliare (vero o presunto) Evola non ha mai fatto alcun vanto: non solo non ne parla nella sua autobiografia intellettuale, ma non ci sono sue lettere così firmate ad esempio, né che io sappia atteggiamenti privati. Della questione del titolo me ne parlò per la prima volta molti anni fa Claudia Salaris, storica del futurismo, che aveva conosciuto una signora che all’epoca era amica della madre di Evola; ne hanno trattato in seguito il professor Piero Di Vona e Gaspare Cannizzo, direttore di Vie della Tradizione, senza alcuna supponente meraviglia o condanna. Non è una sconvolgente scoperta di oggi che svela chissà quali altarini…E allora? Il titolo nobiliare che si attribuiva Evola con atteggiamento dadaista era per Evola una trovata, un modo formale per distinguersi da chi era di un “rango” spirituale inferiore al suo come i vari Danzi,e riportare la nobiltà al conseguimento dello spirito. Gli serviva inoltre questo escamotage del titolo per entrare in certi circoli aristocratici tedeschi dove riuscì a far circolare idee di Destra spirituale ostili al nazismo. (E per questo Evola fu attenzionato dalla polizia segreta di Hitler)

dentato_50pxE se gli amici, i discepoli e addirittura gli evolomani lo chiamavano fra loro “Barone” è scandaloso e condannabile? E se gli avversari lo chiamavano “Barone nero” è da offendersi? Questo inficia le sue idee e la sua visione del mondo per chi le apprezza o, viceversa, rende peggiori idee e visione del mondo per chi le critica o le disprezza? Mah! Io continuerò a definirlo, quando è il caso, “Barone” pur se incorrerò nell’anatema dei vari Iacona, Pirrotta e Sabatucci. Il Barone è dunque calvinianamente inesistente? Ma chissenefrega, conta altro. E’ da fare quindi una seria riflessione sul perché certe persone e certi ambienti, dopo tanti anni, si lancino di nuovo in simili campagne denigratorie sul piano personale, ostinatamente restie ad accettare quanto li smentisce.

COMMENTA

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  1. Gentile De Turris,

    sapevo con certezza che il passaggio su Evola, in “Non aver paura di dire…” avrebbe scontentato qualcuno (pensavo in primis soprattutto al comune amico Sandro) e probabilmente molti. Non sono quindi sorpreso del suo richiamo.

    Dire che Evola non è partito volontario per nessuna delle guerre comandate dal fascismo è un mero dato di fatto. Diamo per buono che il mancato arruolamento allo scoppio del Secondo conflitto mondiale sia stato causato dal rigetto della sua richiesta di iscrizione al Pnf. Ma come la mettiamo con il mancato arruolamento nei corpi della Rsi? Nella X Mas, per esempio, non solo non era richiesta l’iscrizione al Pfr ma, addirittura, era fatto tassativo divieto di iscriversi a quel partito. Senza contare che in altri Corpi, come le SS italiane, la questione non si poneva proprio. Avrebbe potuto arruolarsi perfino nei Corpi Franchi tedeschi, direttamente in Germania, dove pure soggiornò negli anni finali del conflitto. Ma anche lì, del guerriero Evola non si sono avute notizie.

    Sia chiaro, io non accuso Evola di vigliaccheria: se la legge te ne dà modo, e a lui era dato, è un sacrosanto diritto dell’individuo astenersi dal prendere le armi. Io lo accuso, e nel mio testo mi sembra ben sottolineato, di incoerenza fra la teoria del guerriero e la sua rinuncia pratica a combattere. E questo, mi consentirà, è difficilmente confutabile.

    un caro saluto dall’autodefinito “poeta giornalista blogger”

    miro renzaglia

  2. Nel commento all’ articolo L’ Antitaliano di Luca Negri ho ricordato due circostanze relative alla vita di Julius Evola e un giudizio sulla sua opera espresso da Marguerite Yourcenar . La prima circostanza consiste nel fatto che Evola non era di nobili natali e che non gli spettava alcun titolo nobiliare di cui potersi legittimamente fregiare. La seconda circostanza riguarda il gravissimo provvedimento che portò alla rimozione del suo grado di ufficiale e quindi alla sua degradazione. Entrambe sono state riconosciute vere nello articolo del de Turris. Naturalmente ognuno rimane libero di giudicare come crede le giustificazioni addotte, ma su una cosa posso essere d’accordo con de Turris. Da questi fatti non si può dedurre che Evola sia stato un vile, ma si può arguire che sia stato uno snob. Circa il giudizio della non proprio ignota Yourcenar, de Turris non spende una parola e fa male perché quel giudizio bene mette in luce le problematicità di un pensiero che, se non può dirsi del tutto irrilevante, per lo meno in certi ambiti di riferimento, non può nemmeno essere irragionevolmente sopravalutato. Quello che risulta singolare è come de Turris non si renda conta di mettere in ridicolo il suo super eroe quando ce lo narra intento a spacciare per vero il suo falso titolo nobiliare per cercare di accedere a certi circoli tedeschi, ove veicolare “idee di Destra spirituale”ostili al nazismo, notoriamente ancora un filino troppo moderato per i gusti del sedicente barone. Italiani all’estero verrebbe da dire, come Alberto Sordi con ombrello e bombetta in Fumo di Londra, Evola avrà indossato il suo monocolo magico, capace di fare apparire barone anche chi barone non era. Può capitare a chi prenda troppo sul serio il ruolo di vestale di immaginifici culti sulfurei. Quanto a noi buon ultimi, le uniche icone che abbiamo conosciute sono quella della Madonna e de Turris ci scuserà per la modestia dei nostri orizzonti