"Un nuovo genere di Cavalieri, dico, che i tempi passati non hanno mai conosciuto"
Crociati

“Un nuovo genere di Cavalieri, dico, che i tempi passati non hanno mai conosciuto”

Dottrina cristiana di lotta e vittoria

“Sapete, viviamo in un tempo di castighi e rovina; il nemico dell’uomo ha sparso in ogni luogo l’alito della corruzione; ovunque non vediamo che malvagità impunita.”

“Un nuovo genere di Cavalieri, dico, che i tempi passati non hanno mai conosciuto”. Così Bernardo da Clairvaux predicava attorno all’anno 1145 chiamato da papa Eugenio III a promuovere la seconda crociata. La voce doveva essere udita sia come sprone che come flagello. Le prime campagne contro i turchi avevano lasciato dietro di sé un rosario di vittorie e altrettante sconfitte; una corona di episodi gloriosi e racconti di massacri cruenti.

dentato_50pxSono convinto che non sia questo il luogo per confutare quello che la critica storica marxista ha raccontato circa le crociate né per riprendere quanto fatto da Giovanni Paolo II nel 2000. Basterà forse dire che destrutturando un evento complesso come le crociate alle sue mere applicazioni socio-economiche si perde il senso ed il segno della verità.  Una marcia attraverso i continenti che fu al contempo un ver sacrum, una vendetta, un autodafé collettivo e la prima e forse unica rivolta popolare della storia.

dentato_50pxPietro l’Eremita non era un erudito né un condottiero ed i suoi non erano filosofi, cavalieri né poeti; erano piuttosto un proletariato furioso a stento trattenuto nei suoi eccessi dai pochi nobili bellatores presenti. L’esempio eroico di Goffredo di Buglione: il primo vivo oltre le mura di Gerusalemme; la torre di legno dei carpentieri genovesi che sola sconfigge le torri di pietra della cinta era uno specchio cristologico troppo brillante. Tutto ciò male si sposava con la visione del seguente sacco della Città Santadel 1099.

dentato_50pxMasse di fanti resi deliranti dallo sforzo, dalle privazioni e posseduti dalla vittoria; bruciarono nell’eccitazione divenendo essi stessi fuoco. Se la crociata fu la Rivoluzione questo ne fu il Terrore. Circa trent’anni dopo la conquista di Gerusalemme, Bernardo acconsente alle richieste di Ugo di Payns e scrive l’esortazione all’Ordine dei Cavalieri del Tempio in Gerusalemme Liber ad Milites Templi de Laude Novae Militiae.

dentato_50pxSan Bernardo è dunque chiamato a dare impeto e lustro all’impresa e, ad un tempo, riaffermare lo spirito corretto del miles Christi. L’opera rappresenta lo sciogliersi e la sintesi di tensioni sociali, spirituali e di dottrina circa il combattimento, il sangue, l’oro e l’uomo. E occorre però con ogni cura tenerla distinta dalle idee di Julius Evola e di quanti reclamano per la cavalleria medievale un’essenza pagana. E addirittura Evola nella “Rivolta contro il Mondo Moderno” riprenderà alcuni detti di Maometto per dimostrare la persistenza di una primordiale tradizione nell’Islam di una “piccola guerra” e “grande guerra”. dentato_50px

dentato_50pxLa “piccola guerra” sarebbe il combattimento fisico e la “grande guerra” quella interiore all’anima. Risultato: una ovvietà che appiattisce e davvero confonde quanto fu la cavalleria cristiana. I concetti cristiani di guerra e di combattimento spirituale sono profondamente diversi da quelli delineati da Evola e nuovi, non antichi, ancor meno ideologicamente ancestrali. Sono al contrario ringiovaniti. Una “nuova milizia”, come dice il titolo carica di quello spirito solenne e avventuroso che animava quell’Europa che al tempo si chiamava Cristianità. dentato_50px

dentato_50pxE qui vale citare proprio San Bernardo: “Un nuovo genere di Cavalieri, dico, che i tempi passati non hanno mai conosciuto: essi combattono senza tregua una duplice battaglia, sia contro la carne ed il sangue, sia contro gli spiriti maligni del mondo invisibile.”(cfr. Ef 6:12) La piccola guerra di San Bernardo non è la conquista di un territorio ma la liberazione dal male proprio e altrui per via di mani umane. Il “malicidio”, termine che lo stesso Bernardo conia per l’occasione, è lo scioglimento del peccato in destino più alto, per via d’eliminazione fisica. E anche la sconfitta diventa così per il nemico o per l’amico mezzo di espiazione e penitenza aprendo opportunità alla Misericordia. dentato_50px

dentato_50pxQuesto approccio non è esclusivo del “de Laude” ma riecheggia in tutta la Scrittura. Dal libro dei Giudici, al libro dei Re, alle Cronache di Esdra e Neemia al Levitico (Gc2:14-15, 5:8, 2 Re 15:37, 1 Cr 5:26) si legge che la guerra è la punizione dei peccati. Specialmente per l’idolatria. Quello che nella Scrittura fa la differenza tra l’esercizio della barbarie e la guerra santa è la scelta, la designazione da parte di Dio del suo campione e la consacrazione dello stesso. L’episodio di Davide contro Golia è stato a lungo interpretato dal senso comune come un invito a confidare nelle proprie capacità ancorché limitate. Una sorta di parabola dell’auto-stima. Molto diversamente nell’opera Il Combattimento spirituale il teatino Scupoli riprende e pone in forma di manuale molta della tradizione dell’agôn dei padri del deserto. E apprendiamo che la prima e più importante arma è la “diffidenza di noi stessi” e la “confidenza in Dio”.

dentato_50pxBernardo disprezza profondamente i costumi e le attitudini della cavalleria secolare sua contemporanea che ritiene vana, violenta e temeraria. Parlando poi di quelli “ordinati espressamente per volere divino all’esercizio delle armi” impone loro un’umiltà che doveva apparire come una vera umiliazione. Privati dell’oro, degli ornamenti e dei capelli l’investitura costituiva un porsi totalmente nelle mani del volere divino. A guidare l’opera del cavaliere non sarà più la sua propria intenzione. “E’ davvero impavido e protetto da ogni lato quel cavaliere che come si riveste il corpo di ferro, così riveste la sua anima con l’armatura della fede. Nessuna meraviglia se, possedendo entrambe le armi, non teme né il demonio né gli uomini. E nemmeno teme la morte egli che desidera morire. Difatti cosa avrebbe da temere, in vita o in morte, colui per il quale il Cristo è la vita e la morte un guadagno?”

dentato_50pxIn questo senso il cavaliere non pone fiducia nel suo braccio ma nella sua iniziazione cristiana e cambia per noi il paradigma secondo il quale oggi si giudica il combattimento. Se la volontà di superbia non appartiene al combattente e neanche l’idea di vittoria, che è rimandata al cielo, cambia il significato che si attribuisce sia al dolore, sia alla morte che si trasforma in Salute. Ogni lotta diviene così un rinnovamento cruento, riguardante carne e sangue, del combattimento tra l’Arcangelo Michele e l’angelo ribelle. Lucifero cadde per il suo “non serviam”; per non aver voluto servire a causa della superbia.

dentato_50pxLa caduta, nella fattispecie umana, non è già l’effetto della sconfitta ma è l’effetto della superbia che è, a sua volta, la causa della Caduta (sic). Ogni scontro fisico costituisce quindi un’opportunità di caduta se il lottatore combatte per la propria superiorità. Solo combattendo in abnegazione, qualunque sia il risultato, questo gli sarà salutare.

dentato_50pxE’ in conclusione attraverso il concetto di malicidio che il combattimento cristiano diviene non solo sacro ma sacramentale. Nel senso che riesce a fondere una realtà eterna in rapporto ad un evento temporale. Il cavaliere che per scelta divina rinuncia a sé e si pone sotto la volontà suprema viene da essa consacrato. Nella cerimonia dell’investitura abbiamo infatti un rito religioso e definitivo che i cavalieri ismaeliti non avevano, né potevano avere. L’Islam infatti possiede concetti di espiazione, penitenza e misericordia troppo diversi. Quella descritta da San Bernardo è diversa, consiste in una cavalleria sacerdotale; essa è vocazionale in adozione, sacrificale in oggetto e sacramentale nei suoi effetti. La militia cristiana mostra qui la sua superiorità sia sul piano dell’efficacia che sul piano dello spirito rispetto a quella musulmana preferita dagli emuli di Evola.

dentato_50pxIl cambiamento radicale dal cavaliere del secolo al cavaliere nuovo è visibile nella seconda parte del De Laude Novae Militiae. Ci si presentano due templi, chiaramente antropomorfi, l’antico e il nuovo. Il primo, quello antico di Salomone, agghindato di ori e marmi lucidi ed il secondo, quello nuovo, decorato dalla sua virtù, dalla giustizia e dalle armi. Quale è la figura maestra di questo cambiamento se non il Cristo che, armato di un flagello di corde, scaccia i mercanti dal Tempio e poi profetizza di distruggerlo e ricostruirlo in tre giorni. (Mc 11:15, 14:53). Questo tempio ricostruito ha caratteristiche e una vita propria che il tempio degli ebrei antichi non aveva e questo viene affermato dallo stesso Bernardo: “Gli Ebrei si accontentarono del sottile profumo, i cristiani si sono però saziati con l’alimento solido”. Quindi chi si è saziato del nuovo cibo e prende in mano il flagello di corde è un guerriero rinnovato, inaudito nell’antichità e unito a Cristo. Inutile dire che né i guerrieri islamici né gli ancestri evoliani potevano disporre del cibo in questione.

dentato_50pxIl grande santo mariano Bernardo offre un’interpretazione e una nuova struttura regolare e dottrinale all’interno della quale venivano trasformate e risolte le tensioni virili e bellicose del suo secolo. Questo valse allora la liberazione del Santo Sepolcro e non solo. La violenza e la brutalità guerresca dei franchi, come venivano chiamati i crociati dai turchi, venne trasmutata, usata ad maiorem Dei gloria tanto da aver trasformato per sempre la stessa anima della nobiltà europea. Il “terribile” Boemondo d’Altavilla fu un comandante nella prima crociata, suo pronipote l’imperatore Federico II comandò la sesta dopo poco più di cento anni. La differenza tra i due personaggi testimonia il progresso di una stirpe guerriera nata pagana e poi cristianizzata, e perciò non meno ma più eroica. Vedo l’affermarsi oggi di molte pratiche marziali che, diventate merce pregiata, vendono carne e sangue a milioni di consumatori e di adepti.

dentato_50pxCorpi gonfi di paura si fanno massacrare per denaro. Pagando col sangue l’oro che non salva. Altri ancora gonfiano in palestra i muscoli col loro dolore in costante frenesia e anticipazione. Immaginandosi in una scontro perfetto e irreale che li vede sempre vincenti e sempre in piedi. Oppure piegati, ingobbiti verso il nemico e con le braccia alzate e minacciose. Questo è lo stile che viene adattato alle masse come passatempo dopo-lavoro e anti-stress. Il combattimento come sfogo. Per tirar fuori dal cittadino la scimmia sanguinaria. Non sono sicuro che questa animalità abiti nell’uomo. Né credo che questo serva a scacciarla. Piuttosto sono convinto che possa entrarvi dal di fuori e prenderne il possesso.

dentato_50pxLa pratica delle arti marziali può servire ad esorcizzare la brutalità umana. Può avere, per converso, il potere di invocarla e tra l’esorcismo e l’invocazione diabolica la più facile da compiere è sempre la seconda. Capita spesso così che la bestia che ha combattuto ieri ancora oggi desideri combattere con risultati spesso dannosi e ancora più criminali. Sarebbe perciò opportuno che quella scimmia assassina, tirata giù dal suo albero, si riconoscesse per incanto ai piedi della grande quercia di Vincennes; dove l’augusta figura di Luigi IX dei francesi gli sarà da giudice; lui santo, guerriero e crociato.

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