Von Wirkow, atermico

Vita stravagante d’un barone eccentrico che non pativa né freddo né caldo, e prediligeva il respiro dei pesci e dei delfini

Negli impolverati digesti dell’Accademia Strasburgensis a Mulhouse è riportata la memoria redatta in bella calligrafia nel 1776, da un tale Hubert Von Wirkow, signore di un castello vicino a Le Havre, e malgrado il nome, francese. La memoria riguarda i vari eventi occorsi quarant’anni prima allo stravagante nonno dello scrivente, quel Barone ed ex ufficiale prussiano Adalbert Von Wirkow in cui negli anni venti alcuni eruditi identificarono un discendente del Barone di Munchausen. Anche solo una scorsa frettolosa a questa memoria lascia però intendere che il Adalbert Von Wirkow eccelse in gesta certo le più inconsuete, ma non nella menzogna. Ed il nipote, che da bimbetto fino all’adolescenza seguì da vicino le sue stravaganze, spergiura nella sopradetta memoria circa la veridicità del racconto. Il primo segno di uno squilibrio o perlomeno di forte eccentricità, si manifestò nel Barone durante il pomeriggio di Natale del 1737. Egli, ch’era alto e nasuto, parve d’un tratto infiammarsi per un intimo dissidio, poi quietarsi mentre faceva scivolare una bacchetta d’argento, uno schiaccia pidocchi sotto la parrucca; quindi svenne. Intanto che i servi e gli altri familiari, rapidi si adopravano per farlo rinvenire, lui aprì un occhio e curiosamente trattenendo l’altro occhio chiuso, iniziò a urlare, e denudarsi. Fuggì, ma seguitando a buttare per aria vestiti e mutande; e correndosene anzi saltando come un ragazzino, verso il mare. Lì giunto si gettò, ne uscì gocciolante ma calmo, e si rotolò sulla neve. Da quel giorno rifiutò di vestirsi, girò per il castello, i boschi, le spiaggie quasi ignudo; per decenza riuscirono a far coprire le sue penzolanti vergogne con un panno giallo. Lui del resto dimostrò da allora di non soffrire né il freddo dell’acque o dei venti invernali, né gli asfissianti caldi estivi. Non tremava, tantomeno sudava. Così pretese che ai suoi vari antichi titoli nobiliari si aggiungesse “l’atermico”; giungendo a rimandare al mittente le missive indirizzate alla magistratura, che tornato dalla guerra s’era comprato, se nella loro intestazione esse mancavano di accompagnare quello attributo al suo nome. Peraltro il Barone per dimostrare la sua sopravvenuta atermicità si sottopose a innumeri prove. Il nipote riferisce che il primo ricordo della sua vita è quello del nonno che resta un giorno intero a galla in una enorme botte nella quale dei servi infilavano di continuo palate di neve ghiacciata. Alla singolare indifferenza al freddo e al caldo s’aggiunse curiosamente tra l’altro un risveglio della vitalità del Barone, che impalmò diverse serve e diede a suo nipote in breve cinque zii bastardi, ma neonati. Furono verosimilmente queste prove erotiche che fecero abbandonare al Barone l’abitudine a girare ignudo, dentro o fuori casa. E tutti si stavano quasi persuadendo d’un suo rinsavirsi, quando senza un motivo smise invece di parlare. Iniziò a riempire qualunque recipiente esistesse nel suo castello di pesci. I tentativi dei parenti di farlo interdire fallirono, malgrado ciò, tutti. Il barone occupava una lucrosissima magistratura che l’arcivescovo di Ruen calcolava di affidare a un suo bastardo, appena questi avesse raggiunto l’età per ricoprirla. Pensò più prudente che lasciare in carica un pazzo era il modo migliore per proteggerla e serbarla ai suoi calcoli. E così appunto dalla fase atermica Adalbert Von Wirkow poté‚ quasi indisturbato, evolvere alla seguente: l’ittica. Tutto il castello ogni suo angolo, salone, anfratto fu mutato in  acquario. Ogni recipiente: bottiglie, botti, bicchieri, bicchierini, fu colmato di acqua di mare, puntualmente rinnovata ogni mattina e di casti pesci d’ogni forma e colore. Il nipote del Barone per spiegare sia l’atermicità, sia l’amore per i pesci del nonno cita il fatto che costui da piccolo gli sarebbe cascato nelle fredde acque dell’Oceano e ne sarebbe stato estratto quasi congelato. Ma questo spiega forse l’atermicità non certo la trasformazione d’un castello in un gigantesco acquario. E i pesci che Von Wirkow si proponeva di collocare nel castello via via divennero sempre più grandi, e il suo daffare sempre più inverosimile e grottesco. Così poco dopo che la morte di un delfino e di una foca provocò un disastro di urla e di cupa disperazione nel Barone, lui si risolse a vivere su una barca perennemente ancorata al largo del porto di Le Havre, e rifiutò si tornare ancora a terra pur di mantenersi accanto ai suoi pesci. E visto che non parlava, scrisse una volta sul biglietto lo stravagante motivo della sua affezione totale per i pesci. Scrisse: “Essi sono pulcherrimi, casti come gli angeli; perché non respirano”. Inviò anche al re di Francia una missiva invocandolo di costruire una sfera di cristallo trasparente al Louvre e di riempirla naturalmente di pesci. A quanto ancora riferisce il nipote, Adalbert Von Wirkow, dedicava ogni sua predilezione ai delfini, che parevano intenderlo e lo ricambiavano sbuffando e giocando intorno al barcone dove finì i suoi giorni. Fu per imboccarne uno che, in un pomeriggio invernale, il Barone cadde tra le onde e di lui, l’atermico, non si è ancora in mare o in terra ritrovata da allora traccia.

 

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