Il problema della minor redditività rispetto al confronto internazionale è un falso problema, il fine mutualistico, il legame col territorio, rendono le popolari più coerenti a l’economia sostanziale
Mutualismo

Il problema della minor redditività rispetto al confronto internazionale è un falso problema, il fine mutualistico, il legame col territorio, rendono le popolari più coerenti a l’economia sostanziale

Intuitu personae e mestiere delle banche

Le Banche Popolari ed il Decreto Legge n.3 del 24 gennaio 2015

Il decreto legge appena varato dal Governo riguardante le misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti impone una rivoluzione copernicana alle banche popolari. L’articolo 1 comma 1 evidenzia che le banche con attivi superiori a 8 miliardi di euro si devono obbligatoriamente trasformare in società per azioni, entro il limite massimo di 18 mesi dalla data di entrata in vigore, così come recita il successivo comma 2. Il decreto – così come riportato dai media – riguarda solo le Banche ormai di una dimensione non più correlata al territorio, solo dieci banche di cui sette quotate su un totale di settanta Istituti bancari costituti in forma cooperativa.

dentato_50pxDai dati ufficiali rilevati dal sito di Assopopolari l’universo banca popolare è rappresentato da 1.340.000 soci e 12.300.000 clienti e, in particolare, impieghi per 385 miliardi su un totale di 1820 miliardi di euro erogati dal sistema bancario nazionale, il 21.1 % del totale. Le banche popolari quotate – come rilevato dai dati desunti dai bilanci 2013 – erogano complessivamente crediti alla clientela per circa 308 miliardi, quelle non quotate hanno impieghi per ulteriori 64 miliardi. Complessivamente quindi il decreto incide sulla governance e sulla politica creditizia di circa 373 miliardi di euro destinati alle piccole e medie imprese italiane, il 96% del totale degli impieghi delle banche popolari. Gli altri sessanta Istituti, non soggetti al decreto, si dividono i rimanenti 12 miliardi di impieghi.

dentato_50pxI risultati di esercizio conseguiti dalle dieci banche popolari nel 2013 sono come aggregato algebrico complessivamente negativi: circa 440 milioni; positivi invece se escludiamo Banco Popolare. Si può pensare che questi risultati siano forse modesti per un azionista che ha investito e desidera il ritorno economico del proprio capitale, o con pingui dividendi o con l’incremento del prezzo dell’azione, ma l’investitore sapeva anche – prima di acquistare – cosa comperava, un azione di una banca popolare, una società cooperativa con fini istituzionali e normativi diversi da una società commerciale.

dentato_50pxSi vorrebbe qui proporre alcune riflessioni al fine di chiarire il percorso di questa diversità. Attualmente, convivono due modelli di Banca cui corrispondono due diverse prospettive finanziarie: quello di impresa commerciale, basata sulla massimizzazione dei profitti, sulla ricerca di valore per gli azionisti, sull’uso del denaro come bene atto a creare altro denaro e quindi sul concetto di “squeeze economy” ed il modello, che discende dalla tradizione cattolica, che si adegua alle Istituzioni, al tessuto sociale, insomma alla società civile nel suo complesso poiché, in questo quadro, si può pervenire a una ricchezza diffusa, al progresso. In sostanza, si tratta di una finanza che ha una visione più attenta alla responsabilità civile dell’impresa-banca verso i clienti e verso tutte le componenti aziendali che spinge a farsi carico, quando occorre, anche delle responsabilità verso l’interesse generale della comunità.

dentato_50pxEd è su questa tradizione, sulla fiducia della persona umana identificata nella Banca, sull’etica altruista e solidale che si e’ sviluppato il nostro sistema bancario, ed in particolare quello cooperativo mutualistico. La visione di breve periodo legata ai risultati aziendali e quindi alla redditività potrebbe falsamente orientare negativamente il giudizio, così pure l’affermazione che il credito erogato non è in linea con gli standard delle banche costituite in società per azioni.

dentato_50pxDa una lettura dei dati emerge invece che le attività prevalenti delle dieci banche popolari interessate – rappresentate da erogazioni di credito alle famiglie e alle imprese – sono il 73% del totale, confermando il modello tradizionale di fare banca. Gli impieghi sono finanziati prevalentemente dalla raccolta diretta, che rappresenta mediamente oltre il 68% del totale del passivo. In altri termini il modello delle banche italiane, ed in particolare quello delle banche popolari è diverso rispetto alle altre banche europee ed internazionali che invece detengono nei loro attivi attività finanziarie quali obbligazioni, strumenti finanziari sintetici, derivati, etc. per circa il 50 % del totale.

dentato_50pxQuesto determina che le altre banche europee ed internazionali sono più vulnerabili in caso di variazioni repentine del prezzo delle attività finanziarie detenute . Nel 2008 e nel 2009 anni dell’ inizio della crisi finanziaria legata al crack della banca statunitense Lehman Brothers, le banche italiane hanno avuto una redditività modesta, ma positiva, che ad ogni modo non determinò bail out pubblici. La crisi economica seguente che ha colpito il nostro paese con la contrazione dei consumi di quasi il 10% e della produzione industriale di quasi il 25 % ha determinato un aumento della rischiosità dei prestiti in Italia, ancora in crescita a novembre 2014: le sofferenze lorde sono risultate infatti oltre 181 miliardi, dai 179,3 miliardi di ottobre. Produzione industriale che è rappresentata prevalentemente da piccole e medie imprese, concentrate nel centro nord ove trovano le loro radici storiche e sociali- culturali le banche popolari: la Dottrina sociale della Chiesa e la tradizione cristiana cattolica basata sulla solidarietà e sussidiarietà.

dentato_50pxLe banche popolari hanno conseguentemente una struttura dei costi diversa rispetto alle altre banche e quindi anche indici diversi sul totale degli attivi; maggiore è infatti il costo del lavoro poiché maggiori sono gli impieghi tradizionali e la raccolta tradizionale che necessitano entrambe di una maggiore attenzione verso il cliente. Certamente, in alcuni casi, vi possono essere diseconomie ed inefficienze ma il problema della minor redditività’ rispetto al confronto internazionale è un falso problema, il fine mutualistico ancorato all’ intuitu personae ed al legame sociale con il territorio non è il fine – come già ricordato – di creare valore agli azionisti, ma quello di rendere la finanza ancillare all’economia e motore di sviluppo delle imprese.

dentato_50pxCerto, la globalizzazione e la conseguente apertura ai mercati, sia economici sia finanziari internazionali impone una riflessione, e probabilmente un adeguamento, non dimenticando comunque che “l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono essere mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici….Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale” ( Benedetto XVI, ‘Caritas in Veritate’ 36)

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  1. Mi sembra che quest’ultima azione, come sempre autoritaria, non sia che l’ennesimo esempio di un attacco mirato diretto verso un’ altra delle particolarità e singolarità del sistema Italia. Sistema che si fa via via sempre più disfunzionale, questo è da ammettere, che molti vogliono ristrutturare ma che nessuno vuole restaurare. Ancora una volta la radice del problema credo risieda proprio nella prassi sociale dell’etica cattolica e di quanto questo generi un odio viscerale negli ambienti internazionali e internazionalisti. Ammettere che ciò che per lungo tempo ha moderato le spinte opposte di capitalismo e socialismo fosse un ideale religioso è un tema scabroso nel dibattito politico. Proprio come urlavano quelle scostumate in piazza San Pietro: “la tua morale religiosa, tientela dentro!”. E invece no. Perchè se si tratta di costruire un mondo e se si vuole che questo mondo duri, allora il suo spirito e la sua inspirazione deve per forza essere più grande del mondo.