La genesi della tecnica è vista dal regista come evento, salto evolutivo non determinato dalla volontà dell’uomo, ma vissuto come destino per l’umanità intera
La genesi della tecnica è vista dal regista come evento, salto evolutivo non determinato dalla volontà dell’uomo, ma vissuto come destino per l’umanità intera

Il pensiero cosmico di Stanley Kubrick

Una lettura di 2001 Odissea nello spazio

E chi se lo scorda il monolito? Mi capitò di vederlo in qualche frame video, non ricordo bene come e quando. Poi al cinema. 2001: Odissea nello spazio. Si trattava di fantascienza? Mi viene qualche dubbio, perché quella forma nera non sembra concepita da un’intelligenza che fa del suo immaginare un’ipotesi, una previsione sul futuro e potrebbe giustificare non tanto la tesi che fa di questo film un capolavoro della fantascienza, ma quella che vede in quest’opera una potenziale pietra tombale posta sul genere stesso.

dentato_50pxIl monolito sta lì, ti fa pensare. A guardarci bene dentro sembra che assorba i tuoi pensieri e più ti avvicini e più te ne scordi, perché il monolito è meschino, oltre che oscuro. Un momento prima pensavi una cosa, ti eri fatto delle opinioni anche verosimili e anzi, via via sempre più giustificate, e poi niente, reset. Il monolito fagocita ciò che dovrebbe evocare, un pensiero complesso, un’ermeneutica. E quando ti allontani rimane quel blackout cognitivo e dopo qualche passo nemmeno quello. Cos’è? E se non sai cos’è, inizi a chiederti cosa rappresenta. Oppure, di questi tempi, cosa nasconde. Poi la cosa si deposita, solo apparentemente evasa dal tuo pensare si annida da qualche parte lanciando segnali, un suono stridente e continuo di sottofondo. E a capo.

dentato_50pxDimenticherei però simbolica e residui di processi neurali e proverei a entrare nella finzione di 2001 come se di ganci per significati esterni non ce ne fossero, chiedendomi che dinamica stabilisca il monolito all’interno della storia raccontata. Ma anche facendo tabula rasa di ogni riferimento, accettando l’invito di Clarke e Kubrick a non provarci più di tanto, il monolito occupa sempre la stessa casella. Circondato da scimmie, fluttuante nello spazio, sulla luna, in una stanza da letto, non fa differenza. La sua presenza attrae e annichilisce la trama e pur fondandola la liquida, portandola ad avvitarsi di continuo su sé stessa.

dentato_50pxFosse logica, il monolito sarebbe un postulato, necessario a far tornare i conti e impenetrabile nel suo significato. Si comprende la sua indispensabilità tanto quanto se ne ignora il senso. La sua presenza impone domande esistenziali dal peso imbarazzante sulla nostra origine, la nostra identità e il nostro destino, lasciandole però cadere, svuotandole e facendo girare la trama di 2001: Odissea nello spazio in una suggestione ipnotica d’infinito.

dentato_50pxNell’estetica di Kubrick la rotazione è ancora equilibrio e armonia, in un universo di incastri perfetti e movimenti circolari. In quest’ordine la stonatura apparente è del monolito, che con il suo vuoto di senso insinua il dubbio in una visione del cosmo ancora newtoniana. Ma il monolito è solo in apparenza una stonatura, perché nella dinamica del film rimane stabilmente al centro del movimento rotatorio, come se anche l’impossibilità di continuare a perorare la credibilità della visione newtoniana del cosmo fosse affidata a un fattore X irredimibile, un perno refrattario a ogni teoria razionale.

dentato_50pxMerita anche attenzione l’eleganza di quest’oggetto alto, liscio e nero, levigato. E pensare che tra le ipotesi in lavorazione ce n’era una che al suo posto prevedeva uno schermo quasi televisivo, elargente istruzioni a vantaggio delle scimmie adoranti, istruite nell’uso bellicoso delle ossa di animale… Ma eleganza, di questi tempi, è parola che sdogana i contenuti più vari e non di rado vacui o nebulosi. Un’eleganza che corrisponde alla negazione di vita, colore e gusto.

dentato_50pxNon a caso Christopher Nolan nel suo Interstellar, debitore rispetto al film di Kubrick, attribuisce un’anima al monolito, gli attribuisce una forma e un soffio vitale, un movimento. Il robot monolitico è una delle bizzarrie del suo film, perché non me lo spiegherei un robot con quella forma, che per articolare dei movimenti deve scomporsi e prodursi in evoluzioni piuttosto goffe. Non me lo spiegherei, se non con l’intento di dare movimento a ciò che in Kubrick rimane inerte sullo sfondo.

dentato_50pxE appena il monolito acquisisce umanità entra in gioco, perdendosi nella narrazione del film. Non a caso in Interstellar non troviamo postulati, ogni cosa deve potersi spiegare, pur osando nella giustificazione scientifica degli accadimenti, in una visione del cosmo disarmonica ed einsteiniana.

dentato_50pxForse la soluzione scelta in 2001: Odissea nello spazio non pone alcuna ipotesi sul futuro. Non possiamo escludere che Kubrick una soluzione l’avesse, ma dev’essere stato vittima egli stesso del monolito, che ha finito per asciugare il suo pensiero riservandogli un trattamento non diverso da quello che avrebbe riservato all’ultima delle comparse del film, se solo avesse avuto l’ardire di avvicinarsi un poco. Nulla è rilasciato. Niente teorie, solo un’emicrania latente.

dentato_50pxTolto questo, non rimane che cogliere un segno dei tempi sotto forma di una riflessione sul baratro che anche i viaggi interstellari aprono, ma accanto a quest’aspetto, che preso per sé non ha molto di visionario, si affaccia una forza vorticosa e abissale che con il futuro e la fantascienza ha poco a che fare. Oppure, che concepisce il futuro come azzeramento, con una ripartenza che è un baluginare sullo sfondo.

dentato_50pxLa tecnica, prima mostrizzata e poi superata. All’inizio del film, agli albori della civiltà umana, un ominide impugna un osso da una carcassa di animale, intendendolo per la prima volta come arma. Genesi della tecnica come evento, salto evolutivo non determinato dalla volontà di un uomo, ma vissuto come destino per l’umanità. Un destino culminante con il potere di cervelli artificiali alla Hal 9000, il computer di bordo che coordina ogni funzione dell’astronave Discovery in direzione Giove. Eppure, all’apice della civiltà determinata dal controllo esercitato dalla tecnica, la macchina inizia a incepparsi. Hal 9000 è irretito nella sua stessa demenza ancor prima che dallo scollegamento al quale il comandante Bowman è costretto, nel tentativo di liberarsi dello sclerotico cervello artificiale.

dentato_50pxIl computer troppo umano si scompone e frana sotto il peso del suo errore, neanche fosse reduce da una seduta di psicoanalisi, sprofondando nel fanciullesco della filastrocca in dissolvenza. La macchina fa il suo lavoro elaborando dati e situazioni per poi cannare clamorosamente, ficcare il naso come una suocera mezza sorda, vendicandosi infine piccata. È la macchina che anziché superare l’uomo ne assume pregi e difetti divenendone copia scialba e alla fine persino un tantino scema.

dentato_50pxTocca a un uomo comprendere la natura di questa parabola, solo Bowman potrà prendere il comando della situazione per infilarsi in un tunnel psichedelico a suon di Ligeti, verso un nuovo evento, ancora una volta indisponibile. Il respiro affannoso all’interno di un casco all’interno di una stanza barocca dalla pavimentazione lucente, un Bowman molto invecchiato e ancora il monolito, di fronte al suo letto di morte. Infine, un bambino che si può definire celeste ci guarda consapevole.

dentato_50pxE nonostante questo, o proprio per questo, calato il sipario sulla visione di 2001: Odissea nello spazio può venire il sospetto di trovarsi incastrati tra una ieraticità paraclericale e uno scherzo di cattivo gusto, nonostante la credulità fine anni Sessanta, in cosmica buona fede, giustificasse tutt’altre impressioni. Alla fine sembra che in questo lungometraggio postmodernismo e profondismo s’incontrino, generando una specie di nichilismo pop e sdoganando fumosità impensabili, impossibili da pensare. Ci si può giusto girare attorno.

dentato_50pxIl dogma pop potrebbe sembrare grandioso e ilare assieme, magari nel senso di una grandiosità che eccedendo nel solenne scivola anche nel nonsense producendo un comico e involontario ribaltamento di significato, oppure in quello di un simbolo che nasce ambiguo e bifronte, suscitando silenzio e inconfessabile devozione ai più e segrete risate in altri.

dentato_50pxA ben vedere, in quest’ultima direzione, il vero finale del lungometraggio sta all’inizio, con tutte quelle scimmie adoranti il monolito. Da parte mia ci vedo due piani narrativi in 2001: Odissea nello spazio, due assi. Orizzontale. Il primo asse è la trama, l’affascinante odissea di Bowman, la successione degli eventi e la loro verosimiglianza logica. Verticale. Il secondo asse è l’universo emozionale, da psicologia junghiana del profondo, che poggia saldamente in terra allo scopo di perdersi tra gli astri.

dentato_50pxAl centro, a saldare i due assi, c’è lo stesso postulato, il monolito, logico ed emotivo assieme. Oppure, quando ti trovi davanti Stonehenge, o il suo simulacro in pixel, puoi ragionevolmente vedere un tentativo commovente di appoggiare una pietra su un’altra, per arrivare un giorno alla potenza armonica del Partenone, ma se preferisci vedervi una purezza intrinseca, ancestrale e cosmica, allora ti convinci che non serva altro, che basti e che ne avanzi parecchio.

dentato_50pxDi certo, fosse anche solo per la ridda di ipotesi che il suo monolito ha scatenato, l’unica cosa appurata è il genio di Stanley Kubrick.

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