Enigma e analogia

Franz Kafka e lo statuto della somiglianza

Raramente come per pochi autori, su Kafka la furia esegetica del secolo passato si è scagliata. L’elenco delle ipotesi dei generi in cui la sua “prosa” è stata spesso ingenuamente collocata è dei più svariati: parabola, favola, allegoria, foresta di simboli sotto un’apparente trama realistica, romanzi teologici, referti densi di un personale misticismo, commentario, leggenda chassidica o talmudica, senza un testo sacro a cui riferirsi.

dentato_50pxLe sovrainterpretazioni non fanno che renderne ancora più enigmatico e potente il portato, la sua ineffabilità, che sembra darsi piuttosto con una letteralità quasi paradossale. La disperazione dell’interprete è la disperazione dello scriba, l’incessante intarsio dello stesso autore nell’atto di condensare i gesti ed atti che la scrittura e la sua “macchina” gli offrivano. Su tutte, una delle forme elementari della letteratura era motivo di particolare disperazione per Kafka: la metafora. Come egli scrive nei suoi Diari, “la metafora è una delle cose che mi fanno disperare della letteratura”. Gilles Deleuze, in Kafka. Per una letteratura minore tende a sottolineare come la scrittura dell’autore sia tesa a eludere una poetica della metafora o del simbolismo. Da un lato si insinua precisamente nelle designazioni e significazioni ancorate al reale nel linguaggio, finalizzate al naturalismo, alla minuziosa descrizione, ma come uno scollamento che sabota sembra insinuarsi. Non a caso la stessa Milena Jesenská parlava dei romanzi di Kafka come di romanzi dalla “parvenza naturalistica”, o dall’altro lato si tendeva a leggerli in forma di un paradigma teologico travestito da romanzo, come Brod o Haas credettero.

dentato_50pxQuel che sembra premere all’andatura sonora esatta delle sue prose è l’effetto del punto di fuga, di un uso del linguaggio assolutamente svincolato da eredità linguistiche e morali, riproducente solo se stesso. In questo senso lo statuto delle immagini usate e dei rapporti di somiglianza tra le cose nel mondo dei suoi romanzi viene a riconfigurarsi secondo una logica assai peculiare. Commenta prontamente Enzo Melandri nel suo La linea e il circolo riguardo a Kafka:

dentato_50pxLa stessa minuta descrizione della realtà oggettivamente data, come è evidente soprattutto in Kafka, non serve che da correlativo oggettivo (come direbbe T.S. Eliot) per l’espressione del sentimento della sua non appariscente realtà, inconsistenza o mancanza di credibilità. Il principio di individuazione, che è “emanazione del principio di realtà”, si sposta e cambia di senso: recede dal dato per imporsi a sostegno del suo significato. La tipologia, intesa in senso eidetico, e non fenomenistico, richiede la poetica del surrealismo. È venuto il momento di chiederci se nell’eîdos non si esprima una realtà complessa in forma compendiaria e di difficile lettura; e, quindi, se non sia possibile un diverso approccio al problema del “tipico”, tale da renderne più agevole l’analisi.

dentato_50pxA Melandri premeva dimostrare filosoficamente come i principi fondamentali di identità e non contraddizione da un lato, e l’analogia come forma specifica del pensare per funzione e inclusione della contraddizione dall’altro, siano in contatto ma non siano commensurabili. Attraverso la complessa stratificazione del concetto greco di eidos (traducibile come “aspetto sensibile”, ma poi traslato in immagine, forma sia interna che esterna nella trattazione platonica, aristotelica e stoica) Melandri pone il problema dei rapporti tra l’individuo e i suoi attributi di senso con la “realtà” come somma dei suoi dati posti come “forma sensibile”. Il suo formarsi come individuo e darsi come “tipico” nel “senso comune del reale”, dal suo principio psichico, percettivo e logico”è più problematico di quanto finora immaginato e richiede ulteriore analisi, soprattutto se lo si rapporta nell’ambito della letteratura, della poetica come logica dello stile. Il filosofo ricorreva dunque al concetto di “poetica del surrealismo” per intendere l’atto generale della letteratura moderna di superare prontamente i dati del fenomeno secondo un nuovo sistema formale di associazione di dati, come se oltrepassare la datità primaria del mondo conducesse verso la tipizzazione di cui la letteratura moderna si fece carico.

dentato_50pxI sistemi formali del “principio di individuazione come principio di realtà” postulano un “individuo” come tipizzazione di alcune ricorrenze formali in un linguaggio atto a significare il reale in quanto tale. Ma cosa accade qualora il linguaggio stesso, o la scrittura fa nascere i suoi stessi tipi, senza badare alla pura descrizione fenomenologica dei dati? Ricondurre questo quesito all’opera dell’autore ceco partendo dalla suggestione melandriana sembra porsi come una domanda potenzialmente feconda.

dentato_50pxCome per una estrema e ulteriore ironia del caso, raramente l’adagio critico più insopportabile che si potrebbe udire a riguardo di Kafka è il “kafkiano”, ovvero il tipico che questo autore sembra aver offerto non solo come rappresentazione letteraria ma come una ontologia vera e propria del mondo. Il poeta Giovanni Giudici arrivò a dire che tale ne era la diffusione da sognarne l’abolizione per salvaguardare l’opera dell’autore. Ma questo anche in un senso più concreto va ad indicarci come esista una specificità dei rapporti tra Kafka e la sua scrittura. Come un mondo ulteriore, in nome di una logica personalissima, di termini e modi che egli è in grado di creare. Si diceva poc’anzi della disperazione della metafora. Occorre sottolineare come Kafka sia giunto al punto di riflettere sul concetto di similitudine e metafora a un punto tale da creare una parabola apposita chiamata Von den Gleichnissen (il titolo, dato da Brod, fu tradotto in italiano sia come “Delle parabole”, che come “Delle similitudini”):

dentato_50pxMolti si lamentano che le parole dei sapienti siano sempre e soltanto similitudini che però non si possono applicare alla vita d’ogni giorno, la sola che possediamo. Quando il saggio dice: «vai di là» non intende che si debba passare dall’altra parte della via – cosa che si potrebbe anche fare, se mettesse conti di andarci – ma intende qualche «di là» favoloso, qualcosa che non conosciamo, che nemmeno lui saprebbe indicare meglio e che pertanto qui non ci può giovare affatto.

dentato_50pxIn fondo tutte queste similitudini dicono soltanto che l’Inconcepibile è inconcepibile, e questo si sapeva. Ma altre sono le cose che ci affaticano ogni giorno.
A questo punto uno disse : «Perché vi opponete? Se seguiste le similitudini, voi stessi diverreste similitudini, e quindi sareste liberi del travaglio quotidiano».
Un altro disse:«Scommetto che anche questa è una similitudine». Disse il primo: «Hai vinto».
Disse il secondo: «Ma purtroppo soltanto nella similitudine».
Disse il primo:«No, nella realtà; nella similitudine hai perduto».

dentato_50pxIn essa Kafka tematizza il rapporto interminabile, indeterminabile che affanna e coinvolge gli uomini nell’atto di darsi attraverso la conoscenza (tipicizzata nel racconto nelle forme delle “parole dei sapienti”) come forme metaforiche della loro personale esperienza. Egli metaforizza la sconfitta del linguaggio attraverso i suoi stessi mezzi, fa della metafora una metafora dell’impossibilità di uscita da se stessa, condensando, agglutinando il procedimento logico di deduzione che le metafore implicano (come ebbe prontamente ad accorgersi Gunther Anders nei riguardi dell’uso del pensiero e dell’immagine in Kafka). Dandosi o tentando di seguire la via delle metafore, gli uomini letteralmente si perdono nel mondo perché fanno confusione tra traduzione delle metafora ed esperienza applicata dalle parole figurate nella loro vita. Non ricavandone esperienza quotidiana perdono continuamente anche nel mondo della metafora come pura possibilità di “libertà dal travaglio dei giorni”, perché si ostinano a ricondurla a una logica ingenuamente letterale, ostinata a trasporla nel mondo come ipostasi statica, quando invece la metafora indica un inconcepibile della realtà sul piano del linguaggio. A volte gli uomini vi riescono a tradurre il portato, essi vincono nel mondo della vita, ma non in quello della metafora perché resistono alla stessa in virtù di un principio di esigenza sensoriale. Questo sembra dimostrare come la potenza dell’opera kafkiana stia anche nel tentativo di esporre a un grado di esposizione ed umorismo enigmatico l’indecidibile iato tra nomi e cose che il linguaggio stesso come atto crea, come la naturale paradossalità della logica umana sia il suo stesso tentativo di farsene soluzione. Questa parabola sembra essere un tentativo senza uscita di esporre questa continua battaglia tra le immagini e le cose in cui gli uomini potranno forse non essere sconfitti dall’incomprensione delle loro stesse metafore, ma saranno essi stessi metafora.

dentato_50pxNel senso qui esposto, i racconti di Un medico di campagna hanno un loro portato emblematico: vi si trovano una serie di metafore per analogie che sembrano dimostrare già dalla loro forma singolare quanto il lavoro stilistico di Kafka vada nella direzione di un gusto per l’analogia, in cui la metafora implode e si condensa ben oltre il metaforismo che tende verso il simbolico. Essa vuole significarsi oltrepassando le apparenze stesse dei dati nei loro consueti rapporti di somiglianza. Nel racconto Un medico di campagna la ferita di uno dei personaggi viene definita “un fiore sul fianco”, o “una grotta granulosa, aperta in pieno giorno”. In Un vecchio foglio il linguaggio dei nomadi è “un gracchiare di corvi”. L’orda delle iene accorpate tra di loro in Sciacalli e arabi ha l’apparenza di “uno steccato circonfuso da fuochi fatui”, il passato da animale della scimmia-uomo di Una relazione per l’accademia è “un turbine che soffiava e si rabboniva, “una brezza che sfiora il tallone”. Il respiro di Odradek in Il cruccio del padre di famiglia è “uno scrosciare di foglie cadute”. Volendo elencare alcune delle metafore per analogia più potenti di tutta l’opera di Kafka vi sarebbero certamente quella sull’esegesi della leggenda del guardiano in Il processo: in essa l’idea stessa delle interpretazioni possibili della leggenda viene definita come “espressione della disperazione che nasce di fronte all’inalterabilità del testo e della scrittura”. O la figura di Klamm in Il castello descritta in qualità di un’”aquila” che “descrive secondo incomprensibili leggi cerchi indistruttibili, troppo alti da poter essere turbati nel cielo”.

dentato_50pxLa metafora per analogia, come Melandri insegna, si basa sull’uso costruttivo del senso, tra un elemento di somiglianza o dissomiglianza in una intensificazione polare di due termini a volte mai accostati. Essa crea una logica di relazione fondata sulla forma analogica, che procede per relazioni legate a un’identità di funzione astratta, non legata a una riduzione elementare del principio di identità, o di realtà del fenomeno. Essa è intensiva, intenzionale, continua e infinita. Essa non guarda all’estensione del genere, all’esclusione, alla finitezza e alla bivalenza del vero-falso tipiche della  logica di un elementare realismo conoscitivo. Ad essa interessa la gradazione seriale e l’intensificazione qualitativa. Elementi che non casualmente Gilles Deleuze, sempre nel suo emblematico testo su Kafka, ravvisava come forme imprescindibili in cui Kafka piega la logica del linguaggio generale alla forma del suo stile: un referto apparentemente sobrio, da istruttoria, contiene al suo interno la spiazzante estraneazione e fuga dalla gerarchia consueta dei rapporti. Rapporti che sembrano quasi beffa di concetti statici come somiglianza e identità, basti pensare alla storia dei ritratti dei giudici del pittore Titorelli in Il processo, in cui l’unico fa la serie, e non si comprende se i ritratti siano uguali per ripetizione o si tratti di una spiazzante somiglianza che non è uguaglianza. Le stesse metafore sembrano suggerirci di distruggere e ricostruire a nostro modo. Nei loro nessi qualitativi con un’alta concisione, astrattezza e precisione visiva, Kafka continuamente cerca di minare e fugare il linguaggio nella sua tipizzazione realistica, facendo di esso il fatto che sia nient’altro che una maniera, dimostrandone a sua volta la costruzione metaforicamente implicita del “reale” come “comune”.

dentato_50pxL’autore di questi meccanismi intricati di senso si volge gradualmente verso altre zone, come nel caso del diventare animale di creature che non perdono paradossalmente l’umano. La forza stessa della sua forma di pensare il mondo e i nessi diventa un meccanismo di metamorfosi inesauribile che indispone le apparenze del quotidiano. Forse è in questo senso che si deve intendere la letteratura e il suo esodare anche dai suoi consueti atti come “assalto all’ultima frontiera”: la frontiera delle nostre parole.

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