In uno spergiuro orizzontale d’anima ed odio

dentato_50px Vale la pena di sollevare tanta polvere per un io rifiutato e inutile?… Compresso e soffocato, quell’io si è ormai rifugiato nella piena coscienza della propria nullità. […]<<Tu lo sapevi che viviamo nella sovrastruttura?>>. Qualcuno si era premurato di istruire Mandel’štam sui rapporti tra base e sovrastruttura. Era una vita sporca e infame quella della <<sovrastruttura>> e noi vedevamo come si indebolivano i rapporti tra gli uomini. Più che indebolirsi, crollavano, e prima fra tutti era  scomparsa l’arte di conversare.

 

Bisognerebbe far tesoro delle parole di Nadežda Mandel’štam, memoria vivente dell’opera di suo marito, Osip Mandel’štam, poeta dell’arco euroasiatico, del lambirsi di Occidente ed Oriente. Entrambi furono braccati dalla ferocia tirannica dell’epoca, quella della burocrazia sovietica, delle polizie segrete,  soprattutto dei funzionari della cultura, come questo passo delle sue Memorie ci esorta a osservare. Dove un tempo vi era un poeta ed un tiranno (Josif Stalin) irretiti nel crollo della civiltà, ora si sente solo l’eco della <<sovrastruttura>>, resto caricaturale dei secondini che sciamano, da un secolo di distanza. Adesso che di nuovo siamo esposti alla pressione di un vecchio ma novissimo editto. Attorniati di tetraggine di un qui ed ora ch’è la pletora di alcuni accorti consiglieri di aneddoti immunizzanti, strillanti ridicole analogie con pessimi libri: L’amore ai tempi del colera in tutti i giornali nazionali, formule all’apparenza seducenti ma subdolamente aventi la natura delle peggiori ingiunzioni; nel ripetersi eseguono il protocollo perfetto per cui nascono, la profilassi del senso. Ne consegue ovunque il coro di lode dai superstiti, nelle grotte domiciliari di questi giorni. Il loro pensare  divulga ignaro la riduzione dell’Italia a un dispotismo orientale in riduzione scalare, ospitati nella fibra della parola falsata; in ogni occasione si alambiccano concupiscenti in bizantinismi, nella ridicola triade di paura, fobia ed angoscia. Con tracotanza esortano a distinguerle, a renderle prontamente scisse, gestite ad hoc come fosse un’esercitazione di campo non prevista dall’anima che mendica un segno. Sotto il sorriso di questi stolti secondini sta la peggiore delle vanità: elevarsi a specialisti di un immaginario abecedario della “salvezza”. Come se tutto si fosse azzerato, come si dovesse solamente ritornare a sillabarla l’obbedienza schiacciante. Si fanno avanti, ultimi e pessimi attori del crollo della parola, sempre in nome della “sovrastruttura”, assecondatrice delle esigenze surrettizie della “struttura”, che governa malissimo e predica anche peggio. Dotati di una insolenza  senza pari, omologanti, si improvvisano nei giornali o nei salotti televisivi d’occorrenza come ispettori generali dell’animo, offrono “consigli di lettura”. Privi di un apparato sintattico che non sia quello della difesa del ridicolo, inoculano l’evidenza del delitto in atto contro l’io, in nome di un gioco tra guardiani. Meglio una struttura senza apparati atti alla vacuità, priva di qualsiasi sovrastruttura di sorta, esito di una cloaca snobistica di aspiranti che stermina la letteratura in uno spergiuro orizzontale d’anima ed odio.

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