La vita delle cose

Fuori dalla caverna

dentato_50pxNon ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra (Esodo, 20, 4).

In piena trasgressione a questo secondo comandamento abbiamo trasformato il mondo in un sistema di rappresentazioni e lo abbiamo ridotto a quanto (e come) di esso ci appare. Contro questa riduzione, che è in realtà un indebito assoggettamento, si leva il comando rivolto allo spirito, indifferente alla mano dell’artista e alle sue opere visibili. L’ente ridotto a rappresentazione, cioè ad immagine o apparenza, è quel lugubre spettacolo d’ombre sulla parete della caverna platonica che intimorì anche Heidegger, figura di un mondo antropocentrico eppure spento, ostile, inabitabile.

dentato_50pxL’ombra è dunque apparenza, ma l’apparenza è ciò che dell’ente affiora nell’anima ripiegata su se stessa, la sua propaggine ultima, che crediamo in nostro potere. Nel mondo come rappresentazione, nel mondo-in-ombra governato dalla doxa, sedicenti legislatori ed artefici han lasciato l’essere alle spalle (compreso il loro) ed ora, incatenati alle loro più umili vittime, fissano ombre sulla roccia, iati della luce che non vedono.

dentato_50pxMa l’essere che è luce sovrasensibile (Repubblica VI, 509b), fulgore invisibile della stella del Bene, è lo sguardo supremo e intelligente che illumina tutte le cose e le accende dall’interno. Essere è il dono di un’intelligenza assoluta a un’intelligenza relativa che ne è, essa sì, l’immagine. È la forza, la grazia e la bellezza del fenomeno così come ci viene donato. È il doppio movimento della percezione e della comprensione, che si libera soltanto se lo vogliamo accogliere benevoli, se ne avvertiamo la natura di dono. Quando un’anima che le è affine, liberatasi dalle catene scorge l’imboccatura della caverna e vede finalmente le cose come sono, allora può ammirare lo spettacolo della luce che filtra attraverso di esse e poi si schiude come uno scrigno solare i cui raggi trafiggono la materia. Dietro il fenomeno, la luce dell’essere è integra e pura. Essa traspare attraverso la soglia del percepito, e se la lasciamo entrare vivifica tutte le cose, le anima e le riempie di calore.

dentato_50pxAllora il mondo si trasforma in una casa d’infanzia, dove tutti gli oggetti parlano, raccontano storie, chiedono attenzione e cura, e dove anche gli angoli bui, gli scricchiolii notturni, prendono vita per difetto, quanto basta per non farci dimenticare che esistono anche le realtà infere.

dentato_50pxLe cose del mondo, se le si lascia essere e vivere, divengono manifestazioni della luce suprema, animate e benevole, oppure luoghi di tenebra, ostili e minacciosi. Ridotte invece ad immagini, a zone d’ombra di una luce non più avvertita, esse divengono invece manipolabili, possiamo impadronircene e distruggerle senza più provare pena oppure scrutarle, per dominarle con la nostra residua intelligenza. Ed ecco, il mondo che ci circonda si è spento ed è divenuto risorsa da sfruttare o terreno di conquista da sottomettere, nel migliore dei casi dimora in locazione temporanea, uno spazio abitabile del tutto indifferente a chi lo abita. Mentre noi giriamo le spalle alla sorgente dell’essere e discendiamo il suo fiume alla deriva, diventiamo freddi e duri come la roccia su cui danzano le ombre platoniche o come i suoi schermi surrogati che degli ultimi incatenati tradiscono oltre agli occhi anche le mani.

 

COMMENTA

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  1. Sembra che il vertice luminoso, nel quale è possibile lasciar essere le cose, sia visibile, oltre le cose, se il possesso, il dominio sulle cose, non è offuscato dal bisogno di tale dominio.