Una storia sbagliata

per fabrizio de andré

dentato_50px“È una storia di periferia
dentato_50pxè
 una storia da una botta e via”,

Fu la sua prima immediata reazione dopo aver ascoltato, sui resti di una bottiglia e all’ombra di un salice, il racconto che gli stavo facendo; la trama cioè delle storie che avremmo dovuto musicare con il suo contributo: di Fabrizio De André, per l’esattezza. Forse, sarà il caso di fare maggior chiarezza!

dentato_50pxAndai a salutarli all’Agnata, tenuta agricola nel nord della Sardegna, dove Fabrizio e Dory Ghezzi vennero prelevati la notte del 27 Agosto del ’79 e tenuti prigionieri da una decina di banditi sulle pendici del Lerno, il monte che domina Pattada, nel centro dell’isola; paesino famoso anche per i suoi micidiali coltelli, oggetto quasi di culto per ogni pastore che si rispetti.

dentato_50pxErano trascorsi quattro mesi dal sequestro. Dory venne rilasciata alle undici di sera del 21 Dicembre, Fabrizio la notte successiva: suo padre – Giuseppe – aveva pagato un riscatto di mezzo miliardo di lire. Fabrizio e Dory – si era nell’estate del 1980 – erano tornati nella tenuta dove, nonostante il dramma vissuto, intendevano stabilirsi: con la figlioletta Luvi di appena tre anni.

dentato_50pxL’Agnata, che Fabrizio amava definire “la casa della mia età riflessiva”, quando l’acquistò, qualche anno prima, non era che un rudere a due piani invaso dai rovi, uno stazzo tipico della Gallura, in granito, costruito alla fine dell’800 da pastori del luogo. Realizzava, così, un sogno da bambino; quando i genitori, per sottrarlo ai pericoli della guerra lo trasferirono nella tenuta della nonna, in provincia di Asti. Fu lì che imparò ad amare la terra, le piante, gli animali quando aveva solo cinque anni. Fra una tournée e l’incisione di qualche disco, poi, riuscì a trasformare lo stazzu in una fattoria moderna; 150 ettari di pascoli, boschi e coltivazioni.

dentato_50pxNei giorni del sequestro il cantautore stava imbastendo con Massimo Bubola, un nuovo album destinato a non avere un titolo ma identificabile dalla copertina  del long playing; un pellerossa a cavallo  e per questo definito, poi, album dell’indiano. Il messaggio del disco voleva dichiaratamente essere un parallelo tra gli (oppressi?) indiani americani ed il popolo sardo. Nei brani del disco scorre infatti un filo sottile ma evidente di continui riferimenti alla terribile esperienza del sequestro.

dentato_50px“Quello che non ho è una camicia bianca
dentato_50pxquello che non ho è un segreto in banca
dentato_50pxquello che non ho sono le tue pistole
dentato_50pxper conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole”

dentato_50pxIn una intervista il giorno dopo il rilascio non dimostrò astio o rancore verso gli improvvisati banditi che l’avevano sequestrato; ebbe, anzi, pietà perdonandoli al processo. “Noi ne siamo venuti fuori, loro non potranno farlo mai”.

dentato_50px“Tu bandito senza luna senza stelle e senza fortuna
dentato_50pxquesta notte dormirai col tuo rosario stretto intorno al tuo fucile
dentato_50pxmarinaio di foresta senza sonno e senza canzoni
dentato_50pxsenza una conchiglia da portare o una rete di illusioni”

dentato_50pxIn tribunale ne lui ne il padre si costituirono parte civile; contro i mandanti, invece, si. “Perché persone economicamente agiate”, fu la spiegazione.

dentato_50pxQuesti suoi atteggiamenti “comprensivi” verso quello che venne definito il proletariato di periferia, insospettirono i servizi segreti di casa nostra. Già nel 1967 era stato costretto a presentarsi dinnanzi al tribunale di Milano per rispondere di oscenità. Nei versi di una canzone divertente scritta su Carlo Martello descriveva gli svaghi del Re che, tornando vincitore dalla battaglia di Poitiers, allietava la sua vittoria con puttane a pagamento. Sospettosi funzionari dei Servizi vi intravedevano paralleli o riferimenti a situazioni analoghe nel mondo politico nostrano. Torniamo al motivo della mia visita all’Agnata.

dentato_50pxDa alcuni mesi ero impegnato nella sceneggiatura di un programma tv a puntate per il secondo canale Rai. L’avevo battezzato “Dietro il processo”; un tentativo di ricostruire in tv  importanti fatti di cronaca che avevano colpito gente e giornali. E  che avevano già subito le prime due fasi del relativo processo giudiziario; sino alla conclusione dell’appello. Si trattava di comporre due puntate da un’ora per ciascun episodio, avendo a disposizione la sceneggiatura fornita dagli stessi procedimenti giudiziari. Dovevamo ripercorrere con la cinepresa le varie fasi di ciascuna storia affidando la parte da protagonisti ad attori che non dovevano recitare ma mimare; riproporre fisicamente, cioè, i diversi momenti della vicenda. Considerati gli ascolti da record, “Dietro il processo” si rivelò un programma vincente; che ebbe anche alcune brutte scopiazzature.

dentato_50pxDecisi di puntare su clamorosi fatti di cronaca. Scelsi la storia di Wilma Montesi e quella di PP. Pasolini. La vicenda della povera Wilma sconvolse il mondo politico degli anni ’50. Il suo corpo venne rinvenuto sulla battigia di Torvaianica, il litorale tra Anzio e Fiumicino. L’avvenente ragazza – si saprà piu tardi – si era recata a Castelfusano per un pediluvio sulla spiaggia; che le avrebbe provocato un collasso facendola annegare. Tesi contrastata da chi, invece, sosteneva che Wilma era morta dopo un festino a base di droga per poi essere gettata in mare. Giulio Andreotti commentò all’epoca: “Tutto può essere tranne che la Montesi possa essere morta per un pediluvio”.

dentato_50pxPer la parte di Wilma scelsi la brava attrice Carla Romanelli; per Pasolini l’indimenticabile Riccardo Cucciolla. Quanto al commento musicale ebbi l’onore della firma di Ennio Morricone. Al programma così composto mancava una sigla filmata in testa e in coda; sigla che volevo, appunto, proporre a Fabrizio.

dentato_50pxTra un incessante via vai di amici, parenti, dipendenti,con Luvi e Dory che lo distraevano in continuazione tentai una prima descrizione della mia proposta: una sequenza filmata di Fabrizio che, alla chitarra, intona un motivo le cui strofe richiamano, in qualche modo, il contenuto delle due storie raccontate nel programma. Mi disse subito che la cosa gli piaceva molto; fremeva dalla curiosità di conoscere nei dettagli le due storie; ma in quell’ambiente, dove si faticava ad intenderci, sarebbe stato impossibile fargli digerire i contenuti delle due vicende che avremmo dovuto trasformare in musica e refrain.

dentato_50px“Perché non vieni da me con Dory e Luvi ? A Villasimius, 200 km più a sud, a casa mia; lì starai tranquillo e ti racconterò le due storie” dissi. Quasi con sollievo accettò subito l’invito e decidemmo di vederci a metà Giugno.

dentato_50pxRestarono in casa nostra un paio di giorni, convocò anche Massimo Bubola che era il suo prezioso consulente musicale  e lui stesso cantautore. Ripercorremmo più volte i dettagli dei due misteriosi fatti di cronaca. Lui fu colpito dai risvolti sia politici che sociali delle storie che gli stavo raccontando. Dopo diverse ore di costruttive discussioni nel verde di un prato, sui resti di una bottiglia e all’ombra di un salice ci trovammo d’accordo nel dover impostare un motivo con dichiarati contenuti di critica sociale. Era ciò che interessava a Fabrizio. Io volevo un motivo orecchiabile che facesse presa sul pubblico. Ne uscì  fuori “Una storia sbagliata”, canzone che toccò i vertici della hit parade ma che non fu spesso inserita nei programmi di replica delle sue opere. Neanche del come nacque si disse mai.

dentato_50pxSi trattò, comunque, di una breve ma interessante coabitazione con momenti difficili anche per mia moglie Eliana e ciò perché era difficile potersi muovere tra le stravaganti abitudini – giorno e notte – di Fabrizio con il suo incessante bere e fumare. Non restava che scegliere il luogo dove girare lo spot con Fabrizio.

dentato_50pxScelsi un paesino a 40 km da Roma; Calcata, borgo medievale degli Anguillara, ricavato nel tufo e circondato da un torrente; il Treia. Un ambiente suggestivo che piacque a Fabrizio. Ne seguirono due giorni di riprese per i vicoli e le grotte del borgo, con lui e Bubola che passeggiavano cantando con le rispettive chitarre il motivo appena nato.

dentato_50pxLo spot così composto andò ad aprire e chiudere le quattro puntate di “Dietro il processo” che, sulla seconda rete Rai, registrarono  ascolti da undici milioni di anime.

dentato_50px“È una storia vestita di nero
dentato_50pxè una storia da basso impero
dentato_50pxè una storia mica male insabbiata
dentato_50pxè una storia sbagliata”

 

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  1. è stato come tornare a respirare gli odori ed i colori della Tua Sardegna, ad ascoltare i suoni della chitarra del Tuo amico cantautore, accovacciarsi ai piedi del Tuo salice nel mezzo del Tuo giardino e soprattutto a sentirsi di nuovo accolti dalla incommensurabile dolcezza della Tua Compagna. Mia moglie mentre ti leggevo, si commuoveva ed io pure! Caro Franco è bello avere ricordi comuni, è forse tra le cose più preziose della vita e Tu lo sai bene!
    Ciao