Plasmati dalla necessità

Le forme risiedono nell’uso

Necessità vuol dire usare l’indispensabile. In Olivetti, i programmatori delle macchine da scrivere elettroniche avevano a disposizione solo pochi Kilobytes per le istruzioni che dovevano tradurre le funzionalità del dispositivo.

dentato_50pxNecessità vuol dire recuperare ciò che per gli altri è scarto e trasformarlo in nuova materia riutilizzabile. In CLN a Casellette, in provincia di Torino, il cavalier Magnetto ha costruito le fondamenta di un gruppo multinazionale recuperando, con quella che sarebbe diventata l’iconica bicicletta, la lamiera di origine bellica disseminata nei campi.

dentato_50pxA Gambettola, paese dove l’immaginazione è più forte di qualsiasi realtà, dove dalla chioma di un albero può sbucare Ciccio Ingrassia urlando: – Voglio una donna!!! – e per strada vi potete imbattere nella vita fatta dolce dalla fantasia di Fellini, c’è un monumento dedicato allo Strazèr de Bosch. Il rigattiere che nel dopoguerra, con la pervicacia gonfiata dal lievito della necessità, ha posto le basi per il progresso di cui oggi beneficiamo. Di Gambettola è Nerio Alessandri che ha costruito un impero multinazionale nel fitness mettendo a frutto quella capacità di montare e smontare pezzi meccanici. Un ricombinare che è il genius loci di quella terra. Che è, nella meccanica, il vertere di Terenzio.

dentato_50pxNecessità vuol dire dare fondo ai propri sensi. Accenderli, amplificarli, sfruttarli. È la necessità a rendere la vista più aguzza, l’udito più sottile, il fiuto più fine, il gusto più sofisticato, il tatto più sensibile. La necessità educa a comprendere la qualità di una stoffa, migliora il discernimento. Fa cogliere prontamente l’umore di chi ci sta intorno. Ci fa vedere, in anticipo, il mutare del tempo attraverso un odore nell’aria o una venatura nel cielo. La necessità è maestra in fabbrica. L’operaio che porta il pane a casa grazie al lavoro sa che non è solo questione di sudore. Ci vuole sensibilità per vedere i difetti da piccole ombre sui pezzi stampati, torniti, calandrati, sbavati, punzonati, saldati, rivettati. Tecnici e specialisti si rompono la testa per sviluppare macchine sofisticate che ricostruiscono in modo tridimensionale i difetti superficiali di pezzi curvi, ma è solo il risuonare sotto la pelle del dito che scorre lungo la superficie del pezzo a sentire le imperfezioni.

dentato_50pxLa necessità è la vita secondo Natura. Senza argini contra fortuna. Non ci sono disinfettanti né tende da sole. Asperità, non comodità. Non ci sono la sveglia del comodino e l’ora della palestra a fare da confini alla giornata.

dentato_50pxIn campagna, Natura è il sergente che fa l’appello e il contrappello. Che ordina il presentat’arm ai contadini armati di zappa e alle spighe di grano che si impettiscono come soldati attendendo il carro all’ora voluta dall’eclittica. Imprevisti, intoppi, difficoltà, pericoli, insidie, minacce, frescure, calure, gioia, tepore, sintonia, equilibrio, pace. La campagna è un cocktail di creato. Piove, c’è il sole. Troppa pioggia, troppa siccità. Caliti junku ca passa la china, recita il poeta. L’invito soave all’abituarsi al troppo e al troppo poco.

dentato_50pxCome quando si naviga a vela. Tra mare e vento. Il tappeto più bello su cui distendersi. I capelli più fluenti tra cui tuffarsi. A volte però – direbbe Ficino – le alte rote, nell’imperscrutabile ma ordinatissimo moto, come fossero gli ingranaggi del più elaborato degli orologi, accelerano gonfiando l’otre del Dio che odiò il greco astuto. È tutta una questione di velocità, di creste e valli. Di fetch. In pochi istanti, puoi ritrovarti sul legno incapace di reagire a forze che ti sovrastano. Occorre perizia, conoscere il dettato delle manovre fisse e di quelle correnti, l’orditura delle vele, la regolazione per tramite di matafioni. Occorre conoscere il dettato delle proprie manovre interiori, integrare i propri limiti e le proprie debolezze. Accettarsi, adeguando il timone alle forze esterne. Di poppa la barca va sentita col fondo schiena se si vogliono evitare straorzate o, peggio, le strapoggiate.

dentato_50pxLa necessità è la disciplina di sé stessi. Capire il proprio posto per poter arrivare in porto dopo aver superato la tormenta delle difficoltà. Per essere porto per altri. Si può essere albero maestro, semplice candeliere, o anche solo un’asse di legno. Semplici ma inaffondabili. Ogni cosa ha una funzione in barca: necessaria e, dunque, preziosa.

dentato_50pxInfine, c’è la necessità dell’identità. La matrice contadina delle origini. Repin, non Tolstoj. L’appartenere a una terra dove buttare dentro il naso per sentire il profumo del seno roseo della madre. La necessità di sentirsi dentro una memoria di luoghi e di tempo. Come la contessina Nataša in campagna dallo zio Nikolai.

dentato_50pxLo zio soffia via la polvere dalla chitarra e pizzica due note che sono l’incipit di una ballata popolare. Inizia il crescendo tipico delle ballate russe. La contessina, allevata da una emigrata francese, che non era mai stata in campagna, si toglie lo scialle, mette le mani sui fianchi e inizia a muoversi e sorridere con i tempi e i modi che sono gli autovalori, il ritmo intimo di quel mondo ancestrale. Contadino e decisamente russo. La contessina afferra istintivamente quel codice di segni e di suoni, la melodia, quella canzone che è il precipitato di una memoria collettiva: il sale della storia. Nataša, come ognuno, è legata con fili invisibili a una sensibilità nativa. La legge dell’appartenenza di Manlio Sgalambro. Dunque: una granita di mandorle.

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