Socrate Ermetico a Siena

segni di un destino per l’Italia

All’intuizione spirituale di Alberto Aringhieri, Cavaliere di Rodi, si deve una delle costellazioni iconografiche più dense nella storia dell’arte italiana. L’attività di Aringhieri come Operaio del Duomo di Siena (1480-1505) è legata, infatti, ai due riquadri principali che adornano il portentoso pavimento di quel Duomo nello spazio della navata centrale: la raffigurazione di Ermete Trismegisto, che accoglie chi entra dal portale centrale, e quella del Monte della Sapienza, il cui culmine è il gesto mediante il quale la Sapienza dona a Socrate un ramo di palma.Dunque, nel Duomo di Siena Socrate – non Platone o Aristotele, le cui effigi, concepite da Giovanni Pisano, erano integrate nella facciata – ci viene proposto come ideale di somma sapienza: come suprema ipostasi di quella Filosofia, di quella operatività spirituale a cui l’egizio Ermete invita chi entra nel Tempio senese. Detto altrimenti, nell’operare di Socrate Alberto Aringhieri intuisce la presenza di quell’alchemica Arte Regale di cui Ermete è divino Maestro.

dentato_50pxIl Socrate di Alberto Aringhieri è un Socrate del tutto altro rispetto alle vulgate accademiche, inclini a ridurre il Maestro del divino Platone all’orizzonte di un noioso e sterile razionalismo. Del tutto altro è, questo Socrate, anche rispetto alle correnti letture dei grandi dialoghi platonici. Esse, infatti, riguardo a troppe questioni cruciali lo abbassano all’essere portavoce d’un verbo fatto risuonare dal suo celebre discepolo. Eppure le ultime parole del dialogo platonico che riinscena la morte del Maestro indicano in Socrate l’uomo più eccellente, intelligente/sapiente, giusto che si sia potuto sperimentare nel suo tempo (Platone, Fedone 118a16-17). Parole che risuonano nell’istante in cui dialogo col Socrate Ermetico di Siena. Parole che mi invitano a ricercare nei dialoghi platonici segni armonici con la percezione di un Socrate Maestro dell’Arte Regale. Segni consonanti con l’immaginazione creatrice d’un Cavaliere di San Giovanni vissuto nella piena Rinascenza ed esperto in Filosofia ed Arte. Immaginazione nella quale il ramo di palma donato a Socrate dalla Sophía, più che rinviare genericamente – come avviene nella lectio facilior –al martirio in nome della conoscenza o alla vittoria dell’intelligenza, si fa emblema che indica il culminare dell’Opera: phoinix significa la palma, la Fenice, il rosso, dunque la rinascita/resurrezione grazie all’Opus dell’Intelletto nutrito dal vero Amore. Non sarà un caso che Socrate nell’immagine senese mostri il rosso non solo nella regione del capo, ma anche in quella del torace, ossia del cuore, e, pertanto, del volere generativo d’Amore ed Armonia. E proprio nella mano che conduce al cuore Socrate riceve il ramo di palma: dell’albero che, fra l’altro, è sacro al solare Apollo – nato all’ombra d’una palma –, il cui delfico oracolo ha indicato in Socrate il più sapiente fra gli umani (Platone, Apologia di Socrate 21a-b, 23a-b).

dentato_50pxSocrate, dunque, è Maestro che riesce a compiere l’Opera a cui invita Ermete Trismegisto. E non per nulla Socrate nel Fedro mostra di conoscere il dio egizio Thoth (Platone, Fedro 274c-275b), ossia quel dio Maestro di lettere, scienze, arti ed alchemica magia che, nella tradizione conosciuta ad Alberto Aringhieri, appunto non è se non Ermete Trismegisto. Ecco, dunque, che la preghiera a Pan e alle Ninfe, con cui Socrate chiude il dialogo con Fedro – un dialogo sulla Bellezza e sull’Amore –, a chi lo voglia può risuonare come quella di chi conosce la via che conduce all’Arte Regale: Socrate auspica per sé la bellezza interiore e l’amicizia, la consonanza fra esteriore ed interiore; auspica, inoltre, di poter ritenere ricco solo il sapiente, e per sé quella quantità d’oro che nessuno se non il temperante è capace d’ottenere e d’elargire (Platone, Fedro 279b-c).

dentato_50pxImmaginiamo Alberto Aringhieri lettore di questa preghiera. L’oro, allora, si rivela regale Sole del Cuore, per atto del quale l’Intelligenza, la Sapienza che opera nell’Amore genera autentica Bellezza, ovvero tempera e, dunque, rende amici, consonanti gli opposti: il terragno Pan e le acquee Ninfe, l’esterno e l’interno, il guadagnare ed il donare. Possiamo comprendere nel modo più profondo, alla luce di questa ermetica ermeneutica, perché nel platonico Simposio, insegnando a Socrate l’essenza d’Amore, Diotima faccia risuonare il nome Hermes –Ermete – come cifra di quell’essenza: Amore è l’ermeneuta hermeneuon –, l’Ermete che rende possibile il dialogo fra umano e divino, ossia il generativo medio grazie a cui fra quei due opposti non si apre l’insensatezza d’un abissale vuoto, ma ogni possibile sterile vuoto vien riempito della pienezza che rende il Tutto armonicamente legato a se stesso (Platone, Simposio 203e3-7), vale a dire uno Hen to Pan. Quindi, se lo stesso Socrate, sempre nel Simposio, dice di nulla sapere se non le cose d’Amore (Simposio 177d7-8), mai l’Operaio Aringhieri avrebbe inteso ciò qual compunta professione di scarsa sapienza: al contrario, in quel dire avrebbe avvertito il presente d’un Maestro nell’Opera, d’un Sapiente riguardo a quella Forza che conduce tanto i corpi quanto le anime all’esser fecondi ed al partorire nel Bello, ovvero nel Bene, rendendoli partecipi dell’immortale (Simposio 205d-207a, 212a). Maestro, Socrate, che è tale perché non si appaga del proprio aver partorito nel Bello/Bene, ma perché diviene per altri levatrice dell’anima, aiutandoli a partorire nel Bello/Bene.

dentato_50pxIl Socrate Ermetico di Siena non è altro se non quel sommo Maestro dell’arte che Socrate stesso nel Teeteto – unica fonte al riguardo – indica come maieutica delle anime (Platone, Teeteto 149a-151d): arte custodita da Apollo, e sorella dell’arte protetta da Artemide, patrona delle levatrici, gemella di Apollo, e come Apollo nata all’ombra di una palma. Arte che– ci dice Socrate –, a differenza di quella che conduce ai parti visibili, resta nascosta ai più, incapaci di comprenderne il compito ed il fine (Teeteto 149a6-10). Arte che, mediante l’aiuto divino e del Maestro, rende l’anima regale madre partoriente il proprio vero sé/io, il proprio sé/io spirituale. Al tempo di Alberto Aringhieri il portale centrale del castissimo Tempio della Vergine – Castissimum Virginis Templum –apriva una via al culmine della quale, dopo Ermete e Socrate, si trovava, sull’altare maggiore, la grandiosa icona di quella regale maternità, all’epoca – per la presenza di alte recinzioni – pienamente visibile solo ai membri del clero: la Maestà di Duccio, con al centro quella Madre col Bambino nella quale ogni Maestro dell’Arte avrebbe riconosciuto, oltre ogni velame, Iside-Maria-Sophia.

dentato_50pxErmete, Socrate e la Sophia, Iside-Maria-Sophia: triadico percorso d’un Ermetismo cristiano trascendente ogni confessionalismo, ossia integrante antico e nuovo nell’immaginazione creatrice di un Eterno che si terrestrizza. Ermetismo alla luce del quale nel Tempio della Vergine non si deve dimenticare che Vergini sono anche le antiche Minerva (Atena) e Diana (Artemide): secondo antica tradizione sul luogo della Basilica sorgeva un tempio di Minerva – in Plutarco, de Iside et Osiride 354c riguardo all’egizia Sais si rinvia all’identità di Atena ed Iside!–, e gli antichi Senesi erano anche devoti di Diana, di cui portava il nome l’antica Fonte di Piazza, sovrastata da una statua della dea (Girolamo Gigli, Diario Sanese, Lucca 1723, p. 426); Diana era, inoltre, il misterioso fiume sotterraneo di dantesca memoria (Purgatorio 13.153), invano ricercato dagli antichi Senesi. Inoltre – poteva non saperlo l’Operaio Aringhieri? –, insieme col fratello gemello Apollo, Diana aveva protetto Senio e Ascanio nella fuga che aveva condotto alla fondazione di Siena. In altre parole, le due divinità che Socrate nel Teeeteto connette all’arte del far partorire sono intimamente legate alla nascita della città consacrata alla Vergine Madre.

dentato_50pxIn questo quadro il Socrate Ermetico di Siena si rivela aureo, solare Cuore dove fecondamente s’incontrano e ri-generano – scorrendo in divina, generativa spiralità tanto dal passato verso il presente/futuro quanto dal futuro/presente verso il passato – le correnti del mito e della spiritualità essenzianti la Siena che vive nell’immaginazione creatrice dell’Operaio Aringhieri. Nella spirituale demiurgia di quell’immaginazione Siena letteralmente si immaga come città del corpo, dell’anima, dello Spirito: come Centro del mondo, perché ogni città dello Spirito è punto in quella eterna ed infinita sfera di Calore e Luce che è Fonte della Vita d’ogni possibile mondo; sfera dove ogni punto è Centro, ovvero ogni punto nel manifestare la propria irripetibile ed eterna individualità manifesta ogni altro punto ed il Tutto della sfera – Hen to Pan.

dentato_50pxNell’Intelligenza del Cuore che opera in Alberto Aringhieri quella sfera è presente, e perciò Siena diventa Tempio dello Spirito, ossia Presenza d’un Aegyptus Novus, in cui l’antica Iside rinasce come Iside-Maria-Sophia. Sophia che non può più essere regalità centralizzata: come non lo è in Socrate, che non è Maestro dell’Arte Regia perché partorisce una Sophia collettivizzante, ma perché aiuta ogni io fecondo a partorirsi come inimitabile ed irripetibile Tempio della Vergine Sophia, vale a dire come Centro che manifesta in forma irripetibile la sfera dello Spirito.

dentato_50pxGlorificando la Sophia di Socrate nel Tempio della Vergine, Aringhieri sembra immaginare la città architetta di quel Tempio quale Comunità che sa farsi levatrice per un parto di Vita Nuova nelle anime di chi vi dimora. È, questa, nient’altro che la Comunità annunciata dal Cristianesimo giovanneo: Comunità di Amore e Gioia, perché nutrita dal Lógos, e quindi non formata da servi, ma da amici che reciprocamente si amano, fino a donarsi la vita (Giovanni 15.9-17). Comunità del Lógos è la Siena dell’Operaio Aringhieri: del Lógos testimoniato da quel Giovanni Battista di cui Aringhieri è Cavaliere.

dentato_50pxIl Presente del solare Lógos giovanneo nell’Intelletto del Cuore Alberto Aringhieri ha voluto testimoniarlo mediante l’incontro del suo ritratto – posto nella Cappella di San Giovanni Battista, ed eseguito dal Pinturicchio, autore anche del disegno per il Monte della Sapienza – col sole nel giorno dedicato al Battista: in quel giorno – da individuarsi secondo il calendario dell’epoca, ancora non riformato – un raggio solare centra la croce templare che orna il mantello del Cavaliere sul lato del cuore. Nella cappella da lui fatta costruire per contenere il braccio destro del Battista, Aringhieri si fa ritrarre, dunque,quale testimone di un’Intelligenza del Cuore nutrita dal Calore e dalla Luce del Lógos giovanneo. E questa testimonianza indica che ogni immagine da lui concepita per il Tempio della Vergine vuol essere percepita, oltre ogni angustia confessionale, in quel Calore ed in quella Luce. Calore e Luce nei quali la palma donata a Socrate diventa Albero della Vita, egizia Fenice che, nell’Aegyptus Novus, solarmente risorge nella cristica Acqua di Vita; Acqua che evoca anche la levatrice Artemide/Diana, e con essa il misterioso fiume ipogeo invano ricercato dagli antichi Senesi… invano perché chi lo cercava s’ostinava a cercar acqua volgare, non riconoscendo l’Acqua conosciuta ed elargita dal Socrate Ermetico, Maestro di spiritual maieutica. Acqua certamente nota all’Aringhieri, Cavaliere del Battista.

dentato_50pxIl 24 Luglio 1505 Alberto Aringhieri viene spodestato dalla sua carica. Esattamente un anno dopo, nei mesi estivi del 1506, non solo si demolisce il recinto del coro posto davanti all’altare maggiore, ma, invece di renderla, a quel punto, pienamente visibile a chiunque percorresse la navata centrale, la Maestà di Duccio viene tolta dall’altare maggiore. L’itinerario spirituale immaginato dall’Operaio Aringhieri viene, così, interrotto nel suo essere ermetico consuonare d’interno ed esterno: invece di diventar – prolessi d’un sentire goethiano – mistero manifesto, Iside-Maria-Sophia viene sottratta persino alla vista di chi opera il culto. Il 30 Giugno 1506 Alberto Aringheri lascia Siena, e di lui si perde ogni traccia. Dopo quasi sette volte sette anni l’eroica Siena – resistente per otto apocalittici mesi – capitola per fame di fronte all’assedio delle truppe imperiali, che pongono fine alla Repubblica nella Città della Vergine.

dentato_50pxSegni e cifre d’un Destino, quelli della Siena che Alberto Aringhieri immagina nel solare Lógos del Cuore. Destino spirituale d’ogni antica città d’Italia, che, come quella Siena, vorrebbe partorirsi Centro d’un Mondo che è sfera di Calore e di Luce. Destino, dunque, dell’Italia intera, che non è Italia se non è Centro di Centri, Sfera di Sfere: Aegyptus Novus, come la Siena dell’Operaio Aringhieri, e perciò, come quella Siena, Res Publica, senza Faraoni, a testimoniare il Lógos che vuole Comunità di Amici, non collettivi di servi. Destino mai così manifesto come in questo presente di apocalittica krisis, e quindi mai così abissalmente minacciato dalle forze che accettano solo masse di digitalizzabili acefali. Destino che, però, nessuna eclissi riuscirà mai ad inghiottire. Neanche quella che ci attende – galatticamente risuonante –, prossima alla festa del Battista, nell’estivo sostizio di quest’anno di Soglia.

dentato_50pxConnubio dell’egizia Piramide con la vesica piscis nell’intorno della festa giovannea: la nuova Iside-Sophia vuol esser partorita nel Calore e nella Luce del Lógos. Dunque non potrà essere abbacinante, indifferenziata luce di un’astratta unità, attingibile da sistemi neurocomputazionali e da comunità digitalizzate che, inebetite e spasimanti, l’attendano da un cielo ridotto a caricaturali matematismi e vuoti sentimentalismi. Il cadaverico sole di tal grottesco cielo verrà inghiottito, e con esso quel cielo.

dentato_50pxLa nuova Iside-Sophia non sarà partorita da un decadente noi che inghiotte l’io, ologrammatica e postumana caricatura d’ormai tramontati destini, incapaci di Vita Nuova. La nuova Iside-Sophia vivrà, invece, come la luminosa, infinitamente variopinta sfera di volti immaginata dall’egizio Plotino (Enneade VI 7.15.25-26). Mondo che è Volto di Volti sarà la nuova Iside-Sophia. Ed ogni Volto, nel manifestare il mistero evidente dell’Io che si partorisce, cogenererà il Volto d’ogni altro Io, ri-generando, oltre ogni prima, seconda, terza persona, la Magia dell’egizio IAO: come l’ha sempre rigenerata l’Arte Regia di quelle giovannee Intelligenze del Cuore, di quegli Intelletti d’Amore che hanno fatto fiorire le Città d’Italia.

dentato_50pxSul contesto senese:

dentato_50pxM. Ascheri-V. Serino (a cura di), Nei giardini di Thoth. Cultura ermetica e arti magiche a Siena nel Rinascimento, Siena 2007.

dentato_50pxM. Butzek, Un dibattito sul luogo idoneo del coro dei canonici e sull’altare maggiore nel Duomo di Siena, in P. Maffei-G.M. Varanini (a cura di), Honos alit artes. Studi per il settantesimo compleanno di Mario Ascheri, Firenze 2014, 171-175.

 

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