Cinema e società

Su “Cinema e società” di Riccardo Rosati

Il libro “Cinema e società” di Riccardo Rosati (ed. Tabula fati, 2020, pp. 176) si apre, a detta dello stesso autore, sotto il nume tutelare di Mario Praz, il grande Maestro della letteratura comparatistica. Infatti le recensioni che il nostro Autore propone al lettore sono ben confezionate e leggibilissime, ma non sono legate da alcun collante, se non il piacere di leggere di cinema, così come il testo della “Carne, la morte e il diavolo” di Praz accumulava citazioni romantiche e decadenti senza (apparente) filo conduttore, solo il gusto (reso magistrale dalla grande penna del suo collettore) del proibito e dello stupefacente.

dentato_50pxRosati non è (a suo dire) uno specialista di cinema, ma è spettatore attento e colto, e sa cogliere nello specifico cinematografico anche il più piccolo movimento e sfumatura. Non si allinea quindi a nessun canone estetico legato al cinema di cui il novecento è pieno: canoni i quali secondo Rosati impongono più che spiegare, coercizzano lo spettatore ad un modello anchilosato e stantìo. Il suo sguardo è quindi quello di un critico “dilettante” ma non per questo sprovveduto, ben conscio infatti che non si può parlare di cinema se non si conoscono le arti di cui il cinema si avvale, ovvero pittura, scultura, musica e anche fumetto, opera lirica ecc. E Rosati, da appunto lettore colto, conosce queste altre arti e ne dà prova nelle sue scoppiettanti recensioni.

dentato_50pxSi va quindi da “Scipione detto anche l’Africano”, film di Luigi Magni del 1971, a “Sukiyaki Western Django” film giapponese del 2007 del mitico Takashi Miike, con un Quentin Tarantino pistolero alla Clint Eastwood, da cui lo stesso autore americano prenderà spunto per il suo, di Django. Da “Prove apparenti”, legal thriller del ’96 del solido Sidney Lumet a “Voglio la testa di Garcia” del maestoso Peckinpah a “Youth”, elegante quanto criptica prova autoriale del Paolo Sorrentino post-Grande Bellezza ecc. Insomma, niente viene tralasciato dalla lente entomologica di Rosati, che si sbizzarrisce in ogni genere e ne disvela i retroscena e i sottotesti nascosti, seguendo la calviniana “leggerezza”, da lui molto praticata e amata.

dentato_50pxAbbiamo anche una sezione sul cinema giapponese e in generale asiatico, in cui Rosati mostra tutta la sua perizia di etno-critico. Non si perde in labirintici giochi sulla perdita dell’identità del cine-esploratore, né afferma una superiorità eurocentrica nel cinema che di fatto non esiste. Coglie lo specifico della cinematografia asiatica e passa leggero, con orme che non sporcano la superficie soffice come neve di queste spesso sofisticate e fragili costruzioni filmiche orientali. Guida il lettore attraverso un modo di fare film diverso dal nostro ma in cui possiamo riconoscere l’estro di paesi ermetici ma ricchi di significati e tradizioni complementari e speculari alle nostre. Shoei Imamura, Nagisa Oshima, Ishiro Honda e tutta la cinematografia asiatica di valore viene quindi a dispiegarsi di fronte alle armi critiche dell’autore del saggio, tutti “raccontati” sotto la lente della letteratura e della pittura orientali, e in controluce vediamo stagliarsi la figura imperiosa di Yukio Mishima, che di tutti questi autori è stato ispiratore, consciamente o meno, e da cui tutti hanno preso un’idea, uno spunto, un punto di vista, una suggestione.

dentato_50pxIl filo rosso nascosto di questa raccolta è quindi quello di una critica colta ma non paludata, che non imponga ma spieghi. Segno ed espressione di una élite che è vicina al popolo, che non ne rinnega le caratteristiche salienti, che si fa sguardo indagatore ma non perde il gusto della visione propria dello spettatore casuale. Questo modo di discernere capillare, ragionato ma non intellettualistico ha molto da insegnarci su cosa sia la globalizzazione oggi. Come si possa dunque raccontare la globalità senza perdere il proprio sguardo particolaristico, come il generale non debba sostituirsi al particolare ma si debba porre allo stesso livello e con lo stesso passo. Rosati, con queste pillole di cinema gustose e approfondite, pare dirci che lo sguardo sul cinema non deve mai perdersi in intellettualismi fumosi, ma deve mantenere quella patina di “dilettantismo”, che non è inconsapevolezza dei mezzi critici, ma al contrario consiste nella padronanza di più strumenti, arnesi anche lontani dallo specifico cinematografico, ma che possano darci un punto di vista e una sfumatura inattesa, che il critico professionista ignora. Una bozza psicanalitica, un colpo d’ala esistenzialista ecc. aprono nuovi orizzonti e il cinema, spazio aperto allo “sguardo molteplice” è il luogo giusto dove esercitare queste armi semantiche oggi troppo spesso lasciate ad ammuffire nella cassetta degli attrezzi impolverata della critica “ufficiale”.

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