Il re servitore

La gerarchia come sovrastruttura di libertà

Vera e propria ossessione per Murray Bookchin (e non solo per lui) è il principio di gerarchia come origine di ogni tirannia: obliterata la gerarchia si avrà infine la società più giusta. Spesso nell’Ecologia della libertà viene presentato il mito del buon selvaggio, che non conosce gerarchia e sopruso. Le fonti antropologiche di Bookchin si rifanno a tribù che Sir James George Frazer non avrebbe esitato a definire di “incivili selvaggi”, oggetto dello studio meticoloso dell’uomo “evoluto”. Inaspettatamente il positivista Frazer ci offre fotografie che permettono un’altra prospettiva sul principio di gerarchia.

dentato_50px«L’idea che i regni primitivi siano dei dispotismi in cui il popolo esiste solo per il sovrano è interamente inapplicabile alle monarchie che consideriamo [quelle rette dai Re-sacerdoti]. Al contrario in esse il sovrano esiste solo per i suoi sudditi, la sua vita ha valore finché adempie i doveri della sua posizione» [cit. p. 270, J. G. Frazer; Il ramo d’oro; Vol. 1; Bollati Boringhieri; 1965].

dentato_50pxIl Re-sacerdote è il culmine della gerarchia eppure è una funzione di eminente servizio alla comunità ch’egli regge. Comunità che non esiterà a sacrificare il Re inadempiente. La gerarchia non è qui strumento di tirannia, al contrario ha come risultato l’emancipazione del popolo da quei tabù essenziali al corretto avvicendarsi dell’ordine cosmico: a ciò pensa il Re. Il popolo è dunque libero poiché gerarchicamente soggiacente al Re.

dentato_50pxLa gerarchia non è esclusivamente sovrastruttura di potere, strumento di tirannia e oppressione. La gerarchia è anche sovrastruttura di libertà. Il Re-sacerdote sgrava l’uomo dall’onere angosciante di reggere il mondo fisico e metafisico.
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