Friedrich Georg Jünger. Alla ricerca della forma del gioco

Il saggio “Die Spiele” sa ancora dirci qualcosa sul nostro tempo

Stupisce, alla lettura del saggio Il gioco (Die Spiele, 1953) di Friedrich Georg Jünger, la capacità del dettaglio che rivela l’intero. Lo sguardo fermo, senza orpelli, come se l’ argomento stesso si eseguisse in atto, rivelando la sua intima costruzione. L’autore offre una rassegna analogica amplissima di un elemento spesso enigmatico ma così familiarmente umano: il gioco. Siano le arti, la società o la politica, o lo stesso pensiero nei suoi momenti basilari di sguardo sul mondo, l’autore con scavo paziente raccoglie in un florilegio le declinazioni del lampo ludico. Il più giovane fratello di Ernst Jünger fu poeta dal passo classico e raccolte apprezzate e stimate, purtroppo poco conosciute fuori dalla Germania, autore di alcuni saggi sul mito, sulle questioni della tecnica e della guerra, in costante dialogo col fratello maggiore, con cui ebbe un reciproco dono di pensiero negli anni. La trattazione dell’argomento del gioco si basa su una rara chiarezza di intuizione rispetto alla sfuggente ma sempre presente natura di questo atto:

dentato_50px“Non esiste un gioco che nasca dal gioco. La nascita non è un processo che risale nel tempo; piuttosto è presente in ogni tempo. In altre parole, l’origine non è qualcosa che è andato perduto, ma è sempre coesistente. E ancor più precisamente: l’origine è sempre l’astorico. Perciò sarebbe assurdo parlare di una storia dell’origine. E perciò ogni origine della storia è priva di storia, non come un qualcosa di passato da tempo, ma sempre presente, che sgorga fresco, correlato alla storia, come suo alimentatore senza il quale la  storia non potrebbe esistere. Perciò i giochi nascono come sono sempre nati. Sono sempre antichissimi e allo stesso tempo nuovissimi.

dentato_50pxDa una apparente dimensione di compresenza paradossale dei tempi, il gioco manifesta una delle problematiche basilari dell’operare umano: il reciproco rapportarsi tra esecuzione di un gesto dentro un ordine proprio e la sua conseguente rappresentazione, atto e forma riprodotta, le loro congiunzioni e le reciproche divisioni. Jünger esige, vuole conservare la validità dell’arbitrario tanto dei gesti quanto delle norme che sono proprie del gioco, per conservare la natura stessa del gioco, non lo interessa la fermezza assiologica quanto piuttosto una sorta di comprensione congiunta all’atto. Lo interessa la forma esplicata in azione, in cui le regole sono puri parametri orientativi. Il gioco è un atto che sorprende le forme stesse nel sorgere, che va al di là della stessa abilità, delle norme o tradizioni consolidate di abilità umane, come il danzare, il suonare, il recitare, tutte accomunate dalla radice tedesca che indica anche il giocare come forma prima e su cui l’autore si interroga: spiel. Premura dell’autore è spiegare come gli impulsi, gli scopi e i motivi non esauriscono questa intima tensione ludica che rivela all’uomo il suo stesso stare in un altro fecondissimo paradosso: la funzione del mondo, coi suoi limiti spazio-temporali come normativi, di cui il giocare è parte integrante, non esauriscono la natura stesso del gioco. Si potrebbe azzardare dunque un paradosso: Il gioco è il superamento della storia funzionale e autonormativa degli esseri umani. Nell’elaborare con estrema precisione tale istanza di superamento, lo scrittore usa una endiadi e una polarità, distingue tra mimesi e funzione/abilità, tra movimento esterno/passivo e movimento proprio, specificando nella differenza i suoi concetti:

dentato_50px“La caratteristica di una funzione, il cui concetto definisce il meccanismo del movimento, è che non può servire alla mimesi. Le funzioni prese come tali hanno qualcosa di fittizio, perché isolano, perché vengono immaginate come movimenti isolati”

dentato_50px“La mimesi non si fonda su un movimento passivo (mobilità). È necessario un movimento proprio. E non metto ancora in atto la mimesi con ciò che mi colpisce dall’esterno, che mi capita per caso, se inciampo, scivolo, vengo ferito. E neppure se non con un movimento proprio non riproduco nulla. La riproduzione con un movimento proprio di uno stesso e simile movimento è la caratteristica di ogni mimesi”.

dentato_50pxColto questo dettaglio, l’autore medita con exempla  reali e meditazioni sulla mimesi, di particolare importanza nell’opera. Pur prendendo in rassegna parecchie forme che hanno col gioco una intima connessione (danza, il teatro di marionette, la guerra, l’amore, la musica), esse non sintetizzano la mimesi, semmai la costeggiano servendosene solo in parte. Superare la funzione, l’orizzontalità meccanica dell’azione che perpetua sé stessa innestando il proprio nel simile, è esercitare la mimesi, instillare il proprio nella continuità storica delle forme umane, farne una sprezzatura. La mimesi va dunque intesa come quella zona al di là della abilità umana e della funzione di riproduzione che innerva il lavoro e le forme degli uomini.

dentato_50pxLe forme del tempo si intersecano coi sentimenti degli uomini,  come il caso e la brama, così come la sfida e la competizione, la decisione e l’inganno, tutte partecipano al gioco come atto, fino alle forme del governo degli uomini su di se. L’autore non si esime  dal leggere la politica come organismo sotto la lente del gioco: in essa viene pervertita la natura del gioco, attraverso le sue serietà funzionali, in una perenne monolitica incapacità di gioco, schiacciando nella seriosità tutto. In questo Jünger ci rimane interlocutore prezioso, congedandoci con queste parole di vera nettezza, che dimostrano e aiutano a svellere i tempi dei controgiochi di stati, dalle piccole e corrive scacchiere della storia presente:

dentato_50px“La distinzione del gioco rispetto a un comportamento serio o serioso si basa su un’altra considerazione. Per i più agire seriamente significa agire con un qualche scopo. Un movimento viene considerato serio se può essere visto come mezzo per uno scopo che va al di là del movimento. Una combinazione di movimenti è intesa come funzionale se può essere riferita a un fine, a uno scopo che va al di là della combinazione stessa. In questa relazione comunque c’è qualcosa che elimina il gioco. Infatti, caratteristica del gioco è che basta a se stesso e non può essere vincolato a uno scopo al di fuori delle sue regole e dei suoi limiti. Serietà nel comportamento umano e nella pratica umana è e continua a essere intesa come funzionalità. È una concezione che noi citiamo ma che non vogliamo assolutamente far nostra. Lasciamo dunque tutta la serietà da parte. Qui non ci porta a nulla. Al gioco non si oppone la serietà, ma il controgioco.”

dentato_50pxAttraverso questa opposizione tra serietà e gioco, e tra gioco e controgioco, Jünger sembra ravvedersi perfettamente delle derive che la storia umana può prendere scindendo l’intima essenza, il ludico come componente umana, dalle opere e dal mondo. In tal senso il suo temere non ha nulla del catastrofista avvinto, ma sa anzi guardare con lucidità implacabile le possibili sorti del tempo:

dentato_50px“Quale sarebbe l’aspetto dell’uomo se gli si togliessero tutti i giochi? Una domanda a cui non è difficile rispondere. Se non si ammettesse più un libero vincolo alle regole del gioco, emergerebbe la costrizione e cioè l’uomo in tutti i suoi movimenti sarebbe legato a scopi proprio o altrui. Quando però ogni movimento senza scopo, cioè ogni movimento che non è mezzo di un altro movimento, è interdetto, la sua dipendenza deve emergere più chiaramente e nettamente. L’inizio di questo cammino è che l’uomo viene circondato da un cerchio ininterrotto di macchine affinché prima di tutto da queste impari cosa siano esattezza, affidabilità meccanica e ubbidienza meccanica incondizionata.” 

dentato_50px“Non abbiamo bisogno di descrivere le singole tappe di questo cammino, perché sono note. Non è una strada nel verde, ma un binario e ancora non si può vedere fin dove si possa percorrere. È un avanzare veloce, anzi anche troppo veloce, perché possa ispirare fiducia. La fiducia non è una condizione che può nascere dall’accelerazione del movimento. E chi riflette, sa bene che un movimento accelerato nello spazio e nel tempo non ci aiuta a sviluppare un movimento proprio, ma ci rende dipendenti dall’accelerazione. Le macchine non hanno occhi, e anche l’uomo che vi si affida è ormai affetto da un po’ di cecità. A lui sfuggono le fosse a trappola preparate per l’automatismo.”

dentato_50pxLa sua esortazione, che fu di decenni fa, ci dice già ciò che osserviamo e ci aiuta nel sapere distinguere le azioni fallaci: ora è dinanzi a noi la fossa degli automatismi, l’uomo espropriato financo della sua motilità, la suprema delle beffe: l’uomo felice della trappola. Un nuovo uomo che riconosce nell’accelerazione un valore di culto supremo, di rivendicazione della libertà. Egli ci ha donato nel suo pensiero un tracciato esattamente opposto a questo, vedendo nel suo germinare una combriccola fatua di “dipendenti dell’accelerazione”, cercando con coraggio, da uomo del suo tempo, di rimanere fedele ad una dignità irrinunciabile .

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