Cesare Correnti, politico italiano, tra i protagonisti delle vicende pre e post-unitarie e autore di "Fisionomia delle regioni italiche"
Cesare Correnti, politico italiano, tra i protagonisti delle vicende pre e post-unitarie e autore di “Fisionomia delle regioni italiche”

I cinquant’anni delle regioni a statuto ordinario

Dal federalismo mancato al regionalismo tradito

Il 50mo anniversario della nascita delle regioni a statuto ordinario (1970-2020) cade nel momento in cui – per la crisi del Covid19 – sono emerse le contraddizioni, consolidate nel tempo, del rapporto tra centro e periferia. Un rapporto – quello fra Stato e Regioni – che ha sempre funzionato poco e male. E deve essere rifondato su nuove basi. Anzitutto prendendo atto dei limiti di un edificio statuale elefantiaco, burocratico e accentratore nella sua struttura, ingordo e predatore di risorse, inefficiente e costosissimo, lontano dalle istanze dei territori.

dentato_50pxIl 16 maggio 1970 venne approvata la legge che disciplinava la fiscalità delle regioni a statuto ordinario. Si trattava solo dell’ultimo passo di un percorso che avrebbe portato all’elezione, il 7 e l’8 giugno, dei primi Consigli regionali. Si registrò una forte partecipazione popolare e le astensioni furono davvero molto basse; votò infatti il 92,45% degli aventi diritto. Con 22 anni di ritardo rispetto all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, le regioni incominciavano il loro cammino. Per la verità assai accidentato.

dentato_50pxA cominciare dalle origini, cioè dalla suddivisione territoriale della penisola. Nel 1852, Cesare Correnti pubblicò un articolo dal titolo Fisionomia delle regioni italiche. All’indomani dell’Unità, Pietro Maestri, per compilare il primo Annuario statistico del regno d’Italia, si ispirò alle regioni di Correnti, che furono poi ratificate da un regio decreto all’inizio del Novecento, in età giolittiana, e infine assunte come suddivisione della Penisola dai Costituenti nel 1948.

dentato_50pxDa questa sintesi emerge come i confini delle Regioni non siano l’esito di consultazioni popolari e neppure di rigorosi studi di carattere storico, etnico, antropologico. Sono piuttosto un’invenzione artificiale di matrice burocratica e statistica. Questo elemento conteneva in sé già le ragioni dell’incerto percorso del regionalismo. Come può funzionare il cleavage centro-periferia, se il centro deve rapportarsi con realtà territoriali che vanno dai 311mila abitanti del Molise ai 10 milioni di abitanti della Lombardia, che è uno Stato nello Stato, per altro assai più virtuoso dello Stato, è circa il doppio della seconda regione più popolosa – cioè la Campania – e garantisce quasi un terzo del Pil del Paese, ha più abitanti e più Pil di 20 Stati (su 27) dell’Unione europea e 56 miliardi di euro di residuo fiscale ogni anno con lo Stato centrale?

dentato_50pxTuttavia, le regioni di oggi si sono “istituzionalizzate” nella mentalità collettiva, nella cultura politica e istituzionale, nella pratica burocratica e amministrativa, sino a diventare delle realtà molto concrete nella vita quotidiana dei cittadini. E hanno assunto una dimensione identitaria per le comunità che le compongono.

dentato_50pxNel 1970, la nascita delle Regioni a statuto ordinario non rispose affatto al soddisfacimento di esigenze e di istanze differenziate di autonomia dei territori. Furono varate per motivi di “equilibrio politico”, non perché le si ritenesse importanti per una migliore organizzazione dello Stato. Nacquero per una gentile concessione della Dc che decise di soddisfare le ambizioni del Pci. E consentì ai comunisti di conquistare delle posizioni di potere in Emilia-Romagna, Toscana e Umbria.

dentato_50pxLa tardiva nascita dell’istituto regionale – da individuare anche nell’ostilità della Corte costituzionale che difendeva l’unità dell’ordinamento giuridico dello Stato – suscitò l’irritazione, nel 1955, di uno dei padri nobili della Costituzione, Piero Calamandrei. Il regionalismo era uno degli elementi essenziali della Repubblica, che aveva una “fisionomia originale”per certi aspetti “simile”a uno Stato federale. Che, tuttavia, nessuno ha mai visto.

dentato_50pxLa storia del regionalismo ha dimostrato che non si è mai regionalizzato lo Stato e neppure il sistema dei partiti. Esclusa la Lega, che nacque per rappresentare le istanze territoriali. Si avverte da molti anni l’esigenza di un rafforzamento del sistema delle autonomie territoriali, per arginare il cupio dissolvi dello Stato, del tutto incapace di governare la complessità. E l’unica strada percorribile è quella di uno sviluppo del regionalismo.

dentato_50pxAi sensi dell’articolo 5– iscritto tra i principi fondamentali e così caro a Calamandrei –della Costituzione, lo Stato dovrebbe ispirare “i principi e i metodi della legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. È qui racchiusa una concezione del potere inteso come un blocco marmoreo depositato al centro. Solo in talune circostanze di “generosità” istituzionale e con una concessione unilaterale, lo Stato può devolvere talune funzioni agli enti territoriali periferici. Nei fatti, lo Stato centrale non ha mai riconosciuto il territorio – con la sua identità politica e culturale, economica e sociale, sostenuta da significative e consolidate tradizioni civiche – come soggetto istituzionale e, soprattutto, come risorsa. E con esso ha sempre avuto un rapporto di natura conflittuale, addirittura costituzionalizzato oggi nelle competenze “concorrenti”, che alimentano lo scontro tra centro e periferia.

dentato_50pxLa storia del Paese ci racconta del passaggio dal federalismo mancato dell’età risorgimentale al regionalismo tradito dell’età repubblicana. Le regioni non si sono mai imposte come soggetti istituzionali di un ordinamento federale, ma neppure come elementi di una vitale autonomia politica e amministrativa. È giunta l’ora di chiudere una volta per tutte il debito con la storia.

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  1. Sì è giunto il momento di chiudere con il concetto stesso di regione. L’Italia è Roma e le sue municipalità. Dobbiamo rafforzare i comuni e creare le aree metropolitane, ma distruggere l’elefantiaca, costosissima e, come ben si è visto, inefficente burocrazia regionale, che ha fatto esplodere il debito pubblico. Per favore, apriamo gli occhi: il più grande danno catto-comunista, vero tradimento delle radici municipali e cosmopolite dell’ Anima italiana,sia abolito, con un tratto di penna e finisca, così, nella completa assenza di gloria, come coloro che lo hanno causato…