La questione dell’orologio: Sombart, Jünger

Di tempi presenti, passati remoti e ritorni impercorribili

L’orologio è una delle tecniche che più fedelmente riflettono la coscienza di un’età o di una civiltà. Lo prova già il tempo frazionato in parti eguali, che è un tempo moderno, frutto di un orologio peculiare, quello meccanico a ingranaggi. Una delle più maestose opere di sociologia e storia dell’economia, Der Moderne Kapitalismus di Werner Sombart, lasciava già intravedere la portata dell’orologeria nella storia umana. In Sombart il problema dell’orologio meccanico è cardinale: il suo capitalismo, che è antitesi di spirito calcolante e desiderio, di involuzioni razionalizzanti e slanci acquisitivi in incessante dialettica, trova nell’orologio un simbolo pertinente. Una macchina in cui si concreta l’umana fantasia, il sogno di secoli di ingegneria, è un momento di equilibrio tra due poli che però è già sorpassato nel suo darsi; la fantasia è schiacciata con un colpo di coda dal suo prodotto, il cui portato è oltremodo gravoso. In sinergia e integrazione con le altre tecniche, l’orologio, e, in ultima istanza, la misura che ne deriva, costringe lo spirito nella durezza del calcolo; una volta innescata la riduzione ad unità frazionate di tutto ciò che è vitale e organico, non resta che fredda divisione in accelerazione. Parafrasando Sombart, il tempo che precedeva i misuratori meccanici era un tempo del lavoro artigiano oppure, seguendolo più letteralmente, un tempo per “la preparazione del té”. Espressione icastica che, senza scomodare Kakuzo Okakura e il suo Zen, è un’immagine di cerimonialità, di tempo conchiuso in se stesso, quasi uno spazio, fatto di giorni scanditi tra precisi atti e riti.

dentato_50pxMa se Der moderne Capitalismus ci fa immergere nello scontro tra un mondo meccanizzato e quello che lo precede, un lavoro più specifico sull’orologeria, che ci conduce su binari simili, cercandone l’incontro, è Il libro dell’orologio a polvere di Ernst Jünger. Il saggio è un trattato sia diacronico che sincronico sull’orologio e il titolo lascia già intendere che il simbolo scelto è la clessidra, quasi a rimembrarci un’effettiva e simbolica rinascita. Leggendo i vari capitoli, si può percorrere la storia che precede l’orologio meccanico, fino a raggiungerlo, ritrovando molti spunti a complemento della già tratteggiata visione Sombartiana.

dentato_50pxJünger rimanda di continuo all’idea di un tempo riunito solidalmente con il tutto della vita sociale e religosa, tipico di un’epoca pre-industriale. Un’unità che si riflette nel ritmo di una vita compartecipata, dove è “l’attività che qualifica il tempo”.  Al centro del libro c’è la forte opposizione tra i tempi ciclici della clessidra e i tempi lineari dell’orologio moderno, di un tempo che ritorna e di un altro che fugge. Ma il quadro è ampio, vi appaiono orologi ignei, ad acqua, a polvere, orologi solari, finanche orologi floreali e molto altro. La passione antiquaria, da wunderkammer, è indiscutibilmente presente, ma non fine a se stessa. Piuttosto è veicolo di pensieri. Già dalle prime pagine emerge una certa avversione per l’orologio meccanico e infatti Jünger dimostra invidia per suo fratello, che era felicemente sprovvisto del mezzo. E’ per questa via, ma senza illusioni, che parte il tentativo di recuperare quella “disposizione d’animo di estrema gradevolezza” che solo un tempo qualitativo può offrire all’anima gravata dal mondo in accelerazione.

dentato_50pxGli uomini pre-industriali “avevano” il tempo, non in un senso di dominio, che è più il nostro, piuttosto di quiete, tanto da non dover troppo ricorrere all’idea del ritardo. Uomini che all’esigenza divenivano gnomoni naturali, orologi solari corporei, conoscevano bene la propria ombra. Ma oltre ai corpi, anche le case potevano essere orologi, col foro per il fumo del braciere che, lasciando penetrare i raggi di luce, dava una misura del tempo. Di grande curiosità, ma anche nel segno della totale antitesi all’oggi, è la narrazione di tempi divisi in ore diverse, per via di orologi influenzati dalla pressione e dalla temperatura: in questa chiave, ad esempio, quando un orologio funziona ad acqua, il suo elemento lo guida in coesione coll’ambiente, in meteorologica coerenza.  Jünger ci dipinge così tale atmosfera: “La notte, allora, era notte in un senso troppo profondo e il giorno era giorno in un senso troppo marcato”. Non vi era un tempo astratto e intercambiabile, ma un tempo di vita naturale, oppure un tempo elementare, emblema di terra, acqua, aria e fuoco, ma simbolo vivente. Differenza essenziale è poi quella tra orologi cosmici, come quelli solari, e orologi tellurici, come quelli elementari. Nel distinguerli Jünger sottolinea che i primi usano la luce emanata da una massa e i secondi la massa stessa, la sua caduta, il suo gravare: “Gli orologi di questo tipo sono utilizzabili anche quando ci è preclusa la visione del cielo stellato“. 

dentato_50pxE qual è la posizione dell’orologio a ingranaggi? E’ un orologio elementare o solare? La risposta non è ovvia, perché il quadrante ciclico e l’energia del movimento ingannano con vaghe analogie, ma il suo tempo non ha niente a che vedere con gli altri, tanto che Jünger si spinge a dire che è “tempo vero” solo quello del sole e degli elementi ed è falso, “convenzionale” il tempo dell’ingranaggio, tutto uguale; è tempo intellettuale, creato dall’intelletto e, in seguito, regolante, meccanizzante l’intelletto stesso. Un tempo che non è cosmicamente o naturalmente “donato”, piuttosto è “preso”. Gli orologi meccanici mutano nell’essenza il resto degli strumenti, celandosi in forme varie, ovunque vi sia necessità di misurazione, ecco l’estrema conseguenza. Ma l’orologio è anche mistero, luogo di convergenza di motori e mulini, ruota indiscernibile e centro ideale: la storia di questi oggetti è anche racconto di incisioni e miniature, di leggiadri suoni di carillon che fanno un tutt’uno con la macchina sterile e di un’arte che con le sue cromature riunisce la passione della fonderia e quella dell’astronomo, che confonde fredda precisione e caldo fuoco di fornaci alchemiche: l’orologio conserva un’irriducibilità. Irriducibilità che però non deve farcene dimenticare l’ingovernabilità: “Il lato terrificante della tecnica promana da altre sfere rispetto alle quali le macchine hanno lo stesso rapporto del sintomo con la malattia”. Per Jünger l’orologio meccanico è il “primo automa” che la “nostra immagine del mondo” produce, pesante risvolto della libertà di chi si libra “fino alle stelle”, l’Occidente, ma non negazione della stessa, bensì sfida ulteriore. L’unico tentativo plausibile sembra allora quello di un’elevazione, non illudendosi di poter semplicemente distruggere l’ingranaggio per tornare indietro, bensì sapendo che gli automi continueranno a moltiplicarsi.

dentato_50pxMa il protagonista del libro di Jünger è l’orologio a polvere e non quello meccanico. La fedele clessidra dei tempi raccolti richiede un rinvenimento, ma distante da ogni passione antiquaria, come simbolo di “contemplazione”. Il tentativo di ritrovarla risiederà in uno slancio meditativo, per sondare sentieri nuovi, sapendo il limite intrinseco di questo mondo indurito e l’impossibilità di un suo ritorno a tempi naturali. Scocca l’ora di tempi spirituali, elemento che Jünger sottolinea ma, va detto, senza lasciarci la chiarezza di una via. Cosa che non impedisce di pensare il suo libro sugli orologi come il tentativo di delineare una mistica convergenza che è tutta interiore e individuale. E Jünger non dimentica di pensare l’orologio in rapporto all’organo che del ritmo è senso ultimo: “Il cuore non è un orologio e il suo battito non ha nulla a che fare con il ticchettio dell’orologio. Il suo ritmo non è uniforme, il suo andamento non è monotono. Accompagna invece i più leggeri movimenti del corpo e dell’animo … dovremo solo badare a non imporgli ritmi da automi”.

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