Taiwan e la Cina

Prove di conquista

Il Segretario generale del Partito Comunista Cinese ha una presenza di inquietante calma, all’apparenza non carismatica. Eppure, deve esser un uomo di indubbia intelligenza e tenacia, giacché è riuscito ad abolire il limite di due mandati per la presidenza – assicurandosi di fatto la presidenza a vita della Repubblica Popolare Cinese ed inaugurando quella che giustamente può essere definita come la Dinastia di Xi. La Cina è nazione dinastica per eccellenza: se in Europa si parla di Medioevo, Rinascimento ed Illuminismo come riferimenti temporali e culturali, in Cina sono le dinastie a scandire i tempi. Ogni dinastia ha conosciuto splendore e gloria prima di soccombere ai fuochi delle rivoluzioni, delle invasioni barbariche e degli intrighi di inette burocrazie. Lo stesso si può dire della dinastia di Mao, iniziata nella sostanza con la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949 terminando nell’ignominioso eccidio che fu la Rivoluzione Culturale.

dentato_50pxNihil sub sole novum: il ciclo di apogeo e declino dinastico che ha marcato la Cina sembra anche nel caso di Xi Jinping destinato a reiterarsi. Se i successi politici ed economici, e le politiche espansionistiche e d’intimidazione nel Mar Cinese Meridionale sono da considerarsi l’apogeo di Xi Jinping, il 2020 rivela le prime crepe nel palazzo imperiale. Che la Cina abbia mentito sulla gravità del virus, come ha mentito su molto altro, è oramai risaputo. Huawei, la compagnia considerata la punta di diamante dell’innovazione cinese, ha di recente perso il contratto con il governo inglese per la costruzione di una rete 5G ed è inoltre sotto costante scrutinio da parte degli Stati Uniti per la sua vicinanza al Partito. Così, in un clima internazionale più che mai ostile alla Cina, il Partito ha deciso di ricordare al mondo intero la propria potenza.

dentato_50pxMentre ogni nazione sulla faccia della terra è impegnata a combattere l’ultima novità del Made in China, il governo cinese si diletta infatti nella soppressione di Hong Kong, nonché in attività militari nello Stretto di Taiwan. Quest’ultime con il chiaro obbiettivo di intimidire il rieletto governo della Presidente Tsai, intento a mantenere l’indipendenza dell’isola a tutti i costi. Da gennaio a questa parte l’Armata Rossa ha sconfinato nelle acque territoriali e nel confine aereo di Taiwan in diverse occasioni, dimostrando così l’inefficienza delle difese dell’isola e dei suoi alleati internazionali – in primis gli Stati Uniti – che la lasciano a merce’ della Cina. Che non si tratti di vuote tattiche di intimidazione politica è evidente; la Cina non è d’altronde restia all’utilizzo della forza militare per risolvere problemi. La Cina è stata impegnata in conflitti – più o meno violenti – con ogni nazione ad essa confinante. Tian’An Men, Hong Kong, il Tibet e l’incarcerazione di innocenti nella provincia del Xinjiang sono ulteriore prova della natura violenta del governo cinese. Le attività militari in acque territoriali taiwanesi sono dunque da considerarsi come parte di un piano finalizzato alla riunificazione dell’isola con la madrepatria sotto la guida del PCC entro il 2049, in occasione del centenario della Repubblica Popolare Cinese.

dentato_50pxUn piano cui Xi Jinping ha accennato nel 2017 durante il suo discorso tenuto in occasione della visita alla base militare di Zhurihe nella Mongolia Interna. Vestito con una divisa militare e parlando in un cinese chiaro, composto e leggermente monotono, Xi Jinping ha annunciato che la Cina non accetterà più minacce alla propria sovranità nazionale. Niente più che vane promesse di un dittatore, si potrebbe pensare, se solo la base militare non contenesse una replica del palazzo presidenziale di Taiwan. È chiaro chi fosse il destinatario del messaggio. Considerando la situazione attuale di Hong Kong e il fatto che la Cina abbia rinnegato il principio di “un paese, due sistemi”, ovvero la promessa di un altro grado di autonomia legislativa, esecutiva e giudiziaria che sarebbe dovuto rimanere in vigore per i cinquant’anni successivi al ritorno della ex colonia britannica alla Cina, Taiwan ha certo molto di cui preoccuparsi. Hong Kong non è altro che un giro di prova per la Cina: se il governo cinese riesce a farla franca con l’ex colonia britannica, una riunificazione forzata con Taiwan in ventinove anni è una possibilità concreta.

dentato_50pxIl destino di Taiwan è certo cosa strana. L’isola è da più di un secolo perpetuo territorio di contesa – coinvolta in litigio interminabile tra due nazioni e costretta in un limbo di riconoscimenti internazionali più o meno ufficiali, sospesa tra il de facto ed il de iure. De facto, Taiwan è una democrazia in pieno controllo del proprio territorio, de iure Taiwan è un’assurdità geopolitica – una nazione sovrana a cui è stato negato il sigillo di sovranità.

dentato_50pxCeduta ai giapponesi nel 1895, Taiwan tornò nel 1945 a quella che allora era la Repubblica Cinese. L’isola conosciuta come Formosa per la sua bellezza divenne la roccaforte della Guomindang dopo la sconfitta da parte del Partito Comunista Cinese nella guerra civile del ‘47-‘49. Dal 1945 al 1987 Taiwan, sede della Repubblica Cinese, venne governata con pugno di ferro dalla Guomindang finché dopo un lento processo di democratizzazione venne eletto nel 1996 il primo governo democratico dell’isola. Sin dal 1949 la Repubblica Cinese, con capitale provvisoria a Taipei, e la Repubblica Popolare Cinese si contendono il dominio dell’isola e della terraferma – entrambe affermando la legittimità del proprio governo e decretando l’illegittimità dell’opponente.

dentato_50pxQuella che per anni è stato un vicendevole scambio di freddure diplomatiche tra le due si è trasformato di recente in una campagna d’isolamento di Taiwan. La Repubblica Popolare Cinese è riuscita a ridurre il numero di nazioni che riconoscono la sovranità di Taiwan, nonché ad erodere il supporto internazionale per l’isola escludendo il suo governo dalla Organizzazione Mondiale della Sanità. In una congiunzione storica come quella presente, è importante ricordare alla Cina che Taiwan non è parte della Repubblica Popolare Cinese. È anche necessario dimostrare cautela nei rapporti con la Cina – alla fine dei conti si tratta sempre di una dittatura con ambiziosi piani di dominio dell’intero bacino del Sud-Est Asiatico. Ed è per questo che il rifiuto del governo britannico di una collaborazione con Huawei è importante. Altrettanto benvenuta è anche la decisione del governo inglese di dare un visto speciale ai cittadini di Hong Kong nati prima del 1997 – gesto cui Pechino ha risposto in toni minacciosi affermando l’invalidità di tali visti. Ed anche le pressioni del governo americano sulla Cina possono avere frutti positivi, se condotte con arguzia. Arginare la prepotenza cinese è fondamentale per evitare una seconda Guerra Fredda con una nazione che prima zittisce e poi arresta medici per aver avvertito i propri colleghi di un misterioso virus proveniente da Wuhan.

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *