Ombre cinesi

Adesso il mainstream elogia l’ideale dispotico

“In Cina un cittadino era uscito dalla quarantena. È stato fucilato a 23 anni. Nelle democrazie occidentali non esistono questi metodi terapeutici”. Si era nel pieno del lockdown e Vincenzo De Luca, in quella sua posa studiata tra il domatore di circo ottocentesco e il gendarme borbonico, lamentava le maglie larghe della via italiana al contenimento del Covid.

dentato_50pxEppure il movimento delle cose e la corrente che ha preso a spingere anche in Occidente, segnatamente in Italia, sembra oggi confortare gli auspici del governatore campano. A leggere gli articoli, a guardare i servizi tv sui media mainstream è tutto un elogio all’efficienza cinese nel contrasto al Covid-19. Veniamo così informati, con toni quasi trionfalistici, che a Wuhan i ragazzi tornano a scuola nella normalità, addirittura senza mascherina; che la vita è tornata a scorrere come era prima della pandemia, che l’ordine regna in Cina. Non veniamo informati però sui metodi usati: su quanti sono stati i fermati, i tacitati, i deportati, i fucilati; non sappiamo esattamente quanti sono i costi in termini di vite umane e di diritti – in una parola i costi in termini di civiltà – che la presunta sconfitta del Covid in Cina ha comportato. Sappiamo invece e per certo che sono stati proprio i metodi cinesi a impedire che il virus potesse essere conosciuto e circoscritto per tempo. Come fa notare l’Oms in un suo recente report Pechino si è rifiutata di “comunicare chiaramente i dati chiave della malattia e gli sviluppi a livello internazionale” e questo mentre in Italia veniva criminalizzato chi guardava con preoccupazione al virus cinese da parte degli stessi che oggi accusano di negazionismo chiunque osi sollevare critiche all’eccesso di allarme in atto, sospetti sulla strumentalizzazione politica dell’emergenza. E si eleggono come bersaglio dialettico non un Giorgio Agamben, per dire, ma Flavio Briatore e Daniela Santanché.

dentato_50pxNon ci vuol molto a dedurre che l’ingente operazione propagandistica messa in atto dalla potenza cinese in Italia, con l’obiettivo di influenzare la mentalità collettiva del paese, ha generato i suoi frutti. Oggi ne possiamo vedere la scala progressiva. Dall’oblio che il virus provenisse proprio dalla Cina – e si fosse propagato per il silenzio imposto da Pechino a medici e osservatori – si è passati alla gratitudine per aiuti e mascherine provenienti dallo stesso epicentro del male; dall’accettazione della compressione dei diritti civili e costituzionali in nome dell’emergenza si è passati alla persuasione diffusa – anche se per ora pudicamente solo allusiva – che la risposta alla paura e ai rischi di un’epidemia siano il dispotismo e l’ideale cinese.

dentato_50pxIdeale a ben vedere incarnato nello schema di organizzazione sociale sperimentato nel lockdown: telelavoro, mappatura collettiva dei quadri clinici individuali, pratiche sociali procedurali soggette a controllo dell’autorità statale. Schema già raccomandato come nuovo orizzonte cui fare abitudine per ridisegnare in termini più funzionali e agili (anche ecologici, sic!) il nostro stile di vita e riplasmare la nostra visione del mondo in senso olisitico-collettivo.

dentato_50pxAl di là delle parole della neolingua si tratta di cedere la libertà al potere statale, di alienarsi in un ente collettivista fino al punto di non essere più nemmeno in grado di poter dire Io a se stessi e questo in nome della sicurezza e in cambio della vita. Su cui, secondo un’insondabile e superiore verità statale, – la vecchia Pravda – potrà gravare sempre una nuova minaccia. E così, come ci si è dimenticati – tra vie della seta e sorrisi meccanici – che la Cina è la patria dei Laogai, degli aborti coatti, delle persecuzioni politiche e religiose, del genocidio tibetano così non si ha memoria della tragedia di chi cede la libertà in cambio della vita: avrà negate sia la vita che la libertà.

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *