Arcana Bomarzo

Bosco sacro e marziale

In terra di Tuscia, medio corso tiberino, spira a tutt’oggi un’aura d’arcano a stento incivilito: esito singolare della pacificazione, dopo intenso e temibile sparacchiare, fra le caldere vulcaniche circonvicine fattesi laghi e gli abitati sorti sulle protuberanze dirupate di tufo e peperino. Soprattutto i luoghi dell’Antiappennino laziale, intorno ai Cimini, non si sottraggono all’incanto partorito dai tormenti piroclastici, cioè le tenerissime rocce che una volta scalpellate dalla mano son servite da riparo a vivi e morti. L’area, poi, è tutto un vermicolare di rivi e torrentelli scapestri che sfilano in buona parte giù dai poggi per andare a caricare d’acque il Tevere, e dai quali esala l’umidità che rende possibile la muschiatura ridondante che insignorisce le superfici meno esposte con la veste consona al meraviglioso.

dentato_50pxLa zona del viterbese fu, venendo più a noi, terra di feudo dell’aristocrazia nera, cioè di quelle famiglie romanesche avvinghiate anima e corpo al papato. Dei tanti borghi infeudati di Tuscia l’abitato modestissimo di Bomarzo fu degli Orsini già dal Basso Medioevo, e questi lo tennero fino a metà Seicento. Interessa qui rammentare, tuttavia, l’antico suo toponimo, ovverosia Polimartium: così ancora in Paolo Diacono (Historia Langobardorum IV, 8), che lo cita en passant: antico nome cui riferirebbe altrettanto antico culto di nume, e segnatamente di Marte. È lecito, perciò, il fantasticare sulla più recente toponomastica alto medievale: dunque Bomarzo, da semplice città di Marte, risonando forse un qualche giorno le forre dattorno all’abitato di urlo inumano o esclamazione guerresca, fu rinominato a quel modo, atteso che il prefisso bo- può riferirsi al boāre latino, che vale il nostro rintronare (da cui il boato) o anche il gridare; questo sarebbe di conseguenza luogo di manifestazione marziale. Può sembrare ozioso il soffermarsi alla giostra degli etimi, eppure chi se ne tiene alla larga non sa quel che si perde: dunque riguardo a Bomarzo teniamo per fermo ch’esso debba a Marte una qualche predilezione.

dentato_50pxCiò detto il motivo che ha reso oggi arcinoto Bomarzo è la presenza, poco sotto la cresta dell’abitato, del cosiddetto Sacro Bosco, oggi degradato a parco giochi, il cui recupero dal dimenticatoio giunse soltanto nel secondo dopoguerra, dopo che Salvador Dalì andò a farci una delle sue comparsate col solito codazzo di telecamere. Il bosco ripieno di tante maraviglie e di faccie horrende era stato infatti consegnato all’obliosa incuria già dopo la morte del duca committente, ovvero il Vicino Orsini. Conviene soffermarsi un poco sulla personalità del mecenate piuttosto che dilungarsi sul contenuto disorientante di questo che pare essere uno dei numerosi santuari neoplatonici dei Cimini (così viene classificato da Elémire Zolla).

dentato_50pxVicino Orsini, nato in Roma nel 1523, fu milite sul serio oltre che duca di Bomarzo: nondimeno uomo colto, avendo bazzicato in gioventù, e per motivi di studi, la Venezia erudita della metà del Cinquecento. Sposò una Farnese imparentandosi strettamente col papa regnante Paolo III, ch’era appunto un Farnese, e trovandosi perciò immischiato in pieno nelle attività belliche sostenute dal pontefice: nel 1546 fu spedito al seguito del cardinal legato Alessandro Farnese il Giovane in terra sassone, per dare manforte agli eserciti di Carlo V contro i protestanti della Lega di Smalcalda.

dentato_50pxDiventato ormai pienamente famulo farnesiano, partecipe delle questioni diplomatiche e guerresche di quella prosapia, andò in Francia nel 1553 coll’amico Orazio Farnese, genero di re Enrico II, per combattere sotto il nuovo patrono contro gl’imperiali: a Hesdin, nell’Artois, vicino ai territori belgi, sostenne l’assedio posto da Emanuele Filiberto di Savoia: Orazio gli crepò di fianco per due archibugiate, a petto e coscia, mentre il Nostro fu ferito e fatto prigioniero; passò i restanti due anni venendo sballottato da una città all’altra delle Fiandre. Al ritorno dalla cattività fiamminga rispolverò di nuovo i panni del combattente per scaramucce laziali. Invero poca roba, anche se, in un’imboscata, gli abitanti di Artena (sud-est di Roma) gli scannarono un centinaio di fanti della compagnia. Alla fine degli anni Cinquanta risale anche l’impulso decisivo ai lavori per l’estruendo Sacro Bosco.

dentato_50pxÈ fuor di dubbio, in ogni caso, che all’Orsini piacesse il mestiere delle armi, basta vedere che nomi diede ai figli: i cinque maschi avuti dalla Farnese li chiamò Corradino (come l’ultimo degli Hohenstaufen), poi Marzio, Alessandro e Scipione (che non necessitano di spiegazioni), l’ultimo Orazio (certo non come il poeta latino, bensì come l’amico Farnese impallinato a Hesdin e che infatti mantenne le aspettative premorendo al padre nell’acquamossa di Lepanto); da non dimenticare è il maschietto illegittimo avuto da una villanella, poi riconosciuto nel testamento: fu battezzato Leonida.

dentato_50pxIl signore di Bomarzo, luogo d’eco marziale, aveva in capo la guerra guerreggiata; certo pure nel sangue, e l’attesta l’arma parlante della casata, cioè l’orso. L’ἄρκτος greco, l’orso, vale per metonimia come Settentrione, l’Artico appunto, dove il bosco incombe e del quale il plantigrado è certo signore; è anche bestia che scuoiata dava la veste ai berserkir, diletti guerrieri di Odino, i quali ne assimilavano in tal modo le virtù guerriere.

dentato_50pxL’Orsini oltre ad essere uomo d’arme era nondimeno uomo coltivato e rinascimentale, impregnato d’umori neoplatonici, in costante rapporto epistolare con l’Annibal Caro e tutt’altro che alieno da sogni ermetici, forse pure cabalistici (come quelli del suo cardinal amico Cristoforo Madruzzo, cui un’epigrafe dedica la nota Casa Pendente del Sacro Bosco). Dunque coniugando le personali tensioni sotto le fronde ampie della sua eccentricità manieristica pare aver voluto concretare nel tufo la visione d’una psicomachia che fagocita il viandante, lo ingloba nel simulacro labirintico del bosco ch’è di prammatica luogo idoneo all’incontro col meraviglioso, spesso terribile. Psicomachia che è a tutti gli effetti guerra, anche se d’altro tenore rispetto a quelle combattute fra le palle di archibugio. A questo punto fa capolino un’insolita corrispondenza: il Vicino Orsini ha un che di jüngeriano, o lo Jünger ha un che di orsino: il ritiro dalla guerra guerreggiata sospinge il milite verso l’emblema del Bosco, che è sacro campo di combattimento, posteriore al profano e al centro del quale egli atterra Proteo, lo inchioda, e quello disvela all’eroe la meravigliosa terribilità dell’Essere.

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