Sacro Monte d’Italia

La Nuova Gerusalemme di Gaudenzio Ferrari

Sotto i cieli che la regina delle Alpi, il Rosa, protegge e nutre del suo mistero aureo, nel punto in cui la valle stretta e silenziosa d’improvviso si allarga e lascia che il Sesia si adagi e per un momento si ristori dalle fatiche dello scorrere, sorge una città dominata da un’altura, che un tempo non era che un piccolo borgo. A quei tempi, proprio su quell’altura, uno strano miracolo, forse un’antica e potente magia di montagna trasmutò in luce la Gerusalemme che il frate Caimi, appena rientrato dalla Terra Santa, serbava nostalgico in cuore, poi s’impresse sulla terra, sulle pietre e sul legno delle foreste circostanti. In una limpida giornata estiva, qualcuno intravide la forma celeste di Gerusalemme calare dal sole allo Zenith attraverso la luce e riversarsi ad ondate sull’altura, circondata da un arcobaleno e velata da nubi trasparenti. La città celeste desiderava soggiornare tra quei monti, con gli umili abitanti della Valsesia.

dentato_50pxChiamato a realizzare il progetto di Caimi, che voleva replicare i luoghi santi sull’altura sopra il borgo, il valsesiano Gaudenzio Ferrari si soprese d’incontrare in Varallo un presepe vivente. Le atmosfere, i volti e i gesti quotidiani di una terra in cui il Natalesi respira tutto l’anno gli parlavano delle narrate nei Vangeli e della Betlemme trasfigurata nel trionfo del Golgotha, quartiere e radiante della Gerusalemme celeste.

dentato_50pxUn portale invisibile ci permette di incontrare Ferrari negli anni in cui, dopo aver lavorato alle prime cappelle, gli balenò l’idea di regalare alla città celeste che aleggiava sopra il borgo, sull’altura (e non vedeva l’ora di venire al mondo), la forma di un grande teatro. Il portale è una delle pagine più celebri di Giovanni Testori, una pagina trasparente al tempo che ritrae la passeggiata serale di un uomo pacifico e curioso, intento a girar per il borgo con le movenze di un mago. Non un uomo qualunque ma l’incarnazione del genius loci, dello spirito poetico delle valli. “…Deposti i suoi attrezzi nella Cappella, anno 1507”, lo si poteva vedere “…scendere poco prima del crepuscolo, lungo il Sesia, quando le ombre cadono giù dalle cime dei monti sul fiume e sulla piana  […] e immaginarsi, immaginare; sentirsi crescere in cuore l’idea di un teatro là dove, fin lì, non erano che cappellette, e proprio con la forza con cui glielo chiedeva la voce del suo popolo; mentre qua e là, nei boschi del ‘super parietem’, si accendevano le lanterne […]”.

dentato_50pxIl “gran teatro montano”, come lo chiama Testori, il primo dei Sacri Monti dell’Italia settentrionale, non è la replica della Gerusalemme terrena (non è questa la città che i pellegrini si attendono di visitare), è invece una nuova materializzazione della Gerusalemme invisibile, della città accessibile soltanto mediante la fede, ancorché indaffarata e vociante, che fu ed è tuttora il teatro della passione di Cristo. L’arte le offre l’occasione di un’altra fisicità.

dentato_50pxSculture riposte in piccoli scrigni architettonici e sui muri immagini affrescate dai colori vividi (non di Ferrari bensì di un assistente), dan forma visibile a questa città della fede. Scolpite nel legno dei boschi valsesiani o plasmate dall’argilla come l’Adamo del Genesi, le sculture di Ferrari rappresentano in maniera impietosa la gente del posto, le donne, le mamme, le nonne, le ragazze, le fie, i fioi, i putei, le bestie, gli homini, i montanari, i lanzichenecchi, i manigoldi, i maniscalchi, i maneschi, i borsaioli, i malati, malattie, gonfiori, vene, muscoli, sguardi intensi, sorprese, mani, piedi, gozzi, palpebre, i capelli, le barbe e dei pastori, e “…le bestie raccolte nei pascoli e venute a mitigare, col loro fiato, il freddo che vien giù dalle cime del Rosa”. E in tutta questa corporeità da cui non di rado il visitatore è turbato, le storie del Vangelo prendon vita, cambiando soltanto la loro forma esteriore. Sullo sfondo albe, tramonti o meriggi che ritraggono i paesaggi familiari, la loro flora e fauna, con l’aggiunta di delicate note d’oriente, di colori acquatici e fruttati che sembrano quasi dissetare chi li osserva, trasportandolo in un proprio Eden personale, proprio come accadde a Chesterton entrando in Gerusalemme, alla vista dei suoi giardini lucenti.

dentato_50pxIl gran teatro di Ferrari è in fondo il coronamento di quelle meditazioni che i francescani, come Caimi, raccomandavano di fare nei libretti spirituali diffusi nel Quattrocento, in cui si invitava il fedele a provare ad immaginare le scene narrate dalle Scritture e di popolarle di personaggi tratti dal mondo reale, cosicché potesse pregare con maggiore facilità. Ma Ferrari volle andare oltre la preghiera ed imprimere nella materia il proprio incontro con la città celeste, con l’oriente interiore che gli aprì gli occhi al presepe perpetuo, mentre gli illuminava i volti degli abitanti di Varallo. In quelle facce rozze, legnose e spesso volgari balenarono virtù invisibili e lo splendore della fede dei semplici, la sola capace di avvertire la fisicità del mondo spirituale, mentre la Terra Santa si palesava e risorgeva alterata (ma ancora riconoscibile) nell’angusta valle del Sesia.

dentato_50pxDentro le cappelle del Sacro Monte Ferrari ha sigillato l’archetipo di quel realismo tutto italiano la cui radice suprema è nella spiritualità francescana e nell’iconologia del presepe, l’aspirazione interiore ad elevar la materia, i corpi degli umili e i loro borghi petrosi, alla forma della città celeste, perché in ogni campanile, nel cuore del suo popolo sofferente, tra sporcizia, ignoranza e denti rotti, si possa intravedere l’immagine di Cristo e del suo regno.

dentato_50pxQuando si tratta di rappresentare il popolo, Ferrari non si fa certo scrupoli nell’esibirne la miseria, i lineamenti rozzi e i segni esteriori della povertà di spirito, ma è una disillusione mai fine se stessa, che vuole anzi raccontare al mondo la meraviglia di aver visto il più alto manifestarsi nel più basso. È il messaggio che un Testori in ispirata contemplazione della statua della Vergine nella Cappella della Natività, la madre semplice e popolare che odora di pane, polenta e latte, chiama il “sublime della povertà, della miseria e della fame”, un sublime in cui la bellezza esteriore, coi suoi canoni, svanisce e cede il posto alla beltà interiore, alla “regalità dei poveri e dei reietti”. Essa impone il rifiuto di idealizzare la realtà materiale, di nasconderne i limiti ed il caduco, un approccio antiromantico che cela tuttavia la fiducia nell’integralità della redenzione, nella bontà e dignità latenti in ogni aspetto del mondo terreno, anche nel più umile, e nelle piccole miserie del nostro quotidiano. Di questa suprema polarità e della tensione spirituale che l’attraversa, la Nuova Gerusalemme di Varallo è l’icona perpetua. La sua arte ci spinge verso l’abisso che separa il mondo superiore da quello inferiore, dove uno spirito mortificato può realmente sorprendersi di avvertire in ogni cosa sensibile, anche nella più insignificante, l’aura di un’insondabile, elevatissima presenza.

dentato_50pxLe Cappelle del Ferrari, insiste Testori, sono atti teatrali dove vanno in scena il movimento, le espressioni, le forze, “gli atti di una rappresentazione fermata nel momento del suo significato drammaturgicamente più dolente e acuto; si direbbe nel suo culmine d’intensità, di vocalità, di lamento, di gioia, di stupore e di pianto […]”. Ma l’operazione è quasi in tutto magica, ed il teatro permette al fedele di viaggiare oltre lo spazio e il tempo per assistere agli episodi della passione come se si stessero ancora svolgendo. E tutti quegli eventi spirituali sono incarnati nei movimenti, nelle espressioni, negli sguardi, catturati ed impressi in una materia inerte ma viva come il legno o fragile come la terracotta (come le ossa…), dove acquistano una vitalità perpetua.

dentato_50pxIl Sacro Monte annulla tutte le distanze spaziali e temporali che separano il fedele dalla sorgente della sua fede, che è anche il centro della storia e di ogni vicenda umana; riporta i fedeli a un anno zero che si rinnova continuamente nel loro presente. Così anche le immagini che i pellegrini ricevono talvolta in visione mentre viaggiano in Terra Santa, sono rese accessibili ai sensi, s’imprimono negli occhi e nei corpi dei nuovi pellegrini in visita al Monte. La città celeste, discesa sul colle, mediante l’arte trapassa nella materia e feconda i nostri sensi, con i semi di una terra che fiorirà nuova.

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