Circa Franco Biancacci

Il nostro ricordo

Il nome di Franco Biancacci ai nostri lettori un po’ più anziani di quando la tv era in bianco e nero e si chiamava solo Rai, il suo strano effetto lo faceva. Suscitando inevitabile il ricordo d’un che di bonario, pratico, com’era possibile ancora nell’Italia degli anni 70, e in quella tv per la quale Biancacci faceva il cronista, ovunque. Tra l’altro che intervistasse i prepotenti latifondisti dell’Amazonia, De André o un cervellone di qualche università americana si vedeva: voleva farsi capire. Persino dai distratti che a Roma bevevano un caffè al bar, o ci scherzavano per strada. Franco era  giornalista che aveva trovato il primo lavoro con la BBC, dunque pratico senza retorica. Ma senza flemma. S’indovinava che poco prima del collegamento gli era successo qualcosa, o qualcuno dall’Italia volentieri gli aveva rotto le scatole. Ma lui continuava imperterrito. Quel reclamo in ossequio del peggio che occupa ogni televisione adesso e l’ha fatta evolvere sgradevole rumore, in lui non c’era. Perciò rileggerlo sulla Confederazione Italiana a chi se lo ricordava deve aver fatto piacere. E tanto più sapere che lui, con carriera così seria, spiegasse al nostro giovane redattore l’articolo che voleva scrivere, con il rispetto degno del direttore d’una volta del suo telegiornale. Era persona per bene, senza vanità da reduce. Anima delicata e scherzosa, formata in un’umanità da dopoguerra, oggi desueta. Ma adesso che il suo corpo è morto, e da qualche amplia girata forse ci sente, noi della Confederazione Italiana ingenui recitata una commossa preghiera, gli dedichiamo un bel pensiero naturale: vorremmo che  risolti là altri più seri doveri, da lì seguitassi a darci una mano.

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