La memoria di Adriano Olivetti  

Un’idea sopra le macerie: l’Italia confederale, le comunità concrete, una democrazia organica e funzionale

Schivo fino alla timidezza Adriano Olivetti era risoluto come chi segue uno spartito interiore o la strada tracciata da una visione. Diviso tra l’azienda, i viaggi di formazione, la politica, l’attività intellettuale e il romitaggio Olivetti disegnava piani urbanistici, chiamava architetti come Figini, Pollini, Vittoria a costruire fabbriche piene di luce, quartieri residenziali per gli operai, a cui metteva a disposizione gli asili nido per i figli, una biblioteca aziendale con 50mila volumi, mostre d’arte e rassegne cinematografiche. Operai e impiegati ai quali garantiva servizi sanitari di prim’ordine, per non dire del sabato libero, la maternità per nove mesi, le borse di studio.

dentato_50pxOlivetti non è un filantropo ingenuo: ha capito – studiando l’organizzazione del lavoro, la psicologia umana e le leggi dello spirito – che sono libertà e bellezza i veri motori dell’uomo, che fraternità e fiducia favoriscono la produzione. E i risultati gli danno ragione: la produttività dell’Olivetti supera del 20% quella delle altre aziende e il fatturato e le vendite registrano un’ascesa esponenziale.

dentato_50pxQuando all’inizio dei Cinquanta arriva una crisi congiunturale Olivetti potrebbe licenziare ma si ricorda quello che gli disse il padre Camillo quando gli affidò la fabbrica: “Tu puoi fare quello che vuoi ma non dovrai mai licenziare a causa dei nuovi modi di produzione. La disoccupazione non voluta è la peggiore tragedia della classe operaia”. Adriano rilancia e apre uno stabilimento a Pozzuoli con annessi quartieri residenziali. Ma Olivetti non si ferma all’azienda, ha in mente una riforma sociale su scala nazionale: “Una fabbrica che funziona in una società che non funziona non serve a niente” dice.

dentato_50pxNel 1945, riparato in Svizzera perché ricercato da nazisti e badogliani, aveva scritto l’Ordine politico della comunità: dall’Engadina aveva immaginato un’Italia comunitaria e federale. E’ il primo, nella patria dell’accentramento politico e burocratico, a pensare in modo pragmatico un vero federalismo regionale, a concepire piani regolatori autonomi, a porre il problema delle competenze per dirigere la vita pubblica, a battersi contro l’accentramento delle metropoli in favore delle piccole patrie, a indicare nella comunità il superamento del conflitto tra stato e individuo, a concepire insomma – mentre va consolidandosi il nuovo regime ideologico della demagogia partitocratica – una democrazia organica e funzionale. “Si tratta di comprendere – si legge nel suo documento Fine e fini della politica (Edizioni di Comunità 1948) – che ogni funzione politica: giustizia, lavoro, urbanistica, economia, pubblica istruzione, eccetera, ha regole sue proprie, ciascuna rivestendo, da un punto di vista politico, speciale fisionomia ai fini della preparazione culturale e della legittimità politica degli organi di rappresentanza e di governo”.

dentato_50pxOlivetti è anche il primo a intuire la rivoluzione informatica, 30 anni  prima di Steve Jobs. Nel 1957 la Olivetti crea l’Elea 9003 il primo computer del mondo: il gruppo è alla guida d’una rivoluzione culturale e scientifica senza precedenti. Ivrea e l’Italia potrebbero diventare il centro d’irradiazione di una nuova modernità.  Se non fosse che Olivetti è solo. Anzi, per i poteri forti di destra e di sinistra, è un nemico da abbattere.  Dalla Confindustria alle banche passando per Pci e sindacati l’ingegnere è visto come una pietra di scandalo.

dentato_50pxLa destra economica lo chiama “l’imprenditore rosso” ma la sinistra è anche più feroce. Fabrizio Onofri sul mensile comunista Il Contemporaneo accusa Olivetti di “patronaloscialismo” arrivando a paragonarlo, per colmo d’infamia, a Hitler. E del resto, con buona pace della sinistra post-comunista che dopo la sua morte ha tentato di asservire l’ingegnere al suo Pantheon, Adriano Olivetti era un nemico del comunismo. Alla domanda “E’ accettabile il fine comunista?” Olivetti rispondeva: “No. Perché ignora la persona umana, disconosce la trascendenza, non riconosce l’influenza spirituale indiretta dei mezzi impiegati, onde tradendo passo passo, come tradisce, la libertà, è destinato a tradire il conclamato fine della libertà stessa”. Ma i nemici di Olivetti sono come si diceva anche a destra. La Fiat non può tollerare che a pochi chilometri da Torino esista un modello integrato tra fabbrica e territorio al cui confronto la fabbrica-caserma e Mirafiori appaiono per quello che sono: un incubo claustrofobico generatore d’alienazione e odio di classe. E così l’Olivetti viene prima isolata e poi aggredita: l’Ad Fiat Valletta, la definisce “un neo da estirpare”, il sistema bancario gli rifiuta ogni forma di finanziamento.

dentato_50pxMa perché comunisti e reazionari dovrebbero sostenerne l’iniziativa? Dietro la visione di Olivetti – che entra in parlamento nel 1958 con il movimento di Comunità – non ci sono le ideologie su cui poggiano la sinistra e la destra italiane (e oggi quel che ne rimane come residuo); non ci sono né il socialismo livellatore di Marx né la logica del profitto benthamiana ma l’idea di società personalista e cristiana pensata da Emmanuel Mounier, la tripartizione dell’organismo sociale del filosofo austriaco Rudolf Steiner, le intuizioni sulla democrazia federale della più avanzata cultura europea. “La democrazia ordinaria – scrive ancora Olivetti – è troppo debole e incline a essere sopraffatta dalla forza del denaro o dalla pressione di gruppi organizzati che non sono la espressione della maggioranza. Essa dà luogo così alternativamente a regimi neo assolutisti o a stati di massa, entrambi ugualmente lontani dal rispetto della libertà della persona umana”. Dunque le forze che bisogna immettere nello stato per determinare una vera democrazia, a fianco del suffragio universale, sono secondo Olivetti “le forze del lavoro e le forze della cultura, le quali non hanno trovato sinora nello stato moderno una sufficiente e coerente espressione giuridica”. Espressione loro garantita dal paradigma tripartito dell’organismo sociale iscritto nell’ordine naturale delle cose e nella tradizione europea. Ma il grande affresco della visione olivettiana – che si riscontra in saggi come L’ordine politico delle comunitàDemocrazia senza partiti o Città dell’uomo – è qualcosa di prematuro per l’Italia tardonovecentesca del secondo dopoguerra.

dentato_50pxE’ un’idea inattuale che viene dal futuro, l’unico possibile oltre le macerie lasciate dal sistema dell’ancien regime tardomoderno. Qualche anno fa uscì per le edizioni del Becco giallo un libro di Marco Perone e Riccardo Cecchetti dal titolo Adriano Olivetti. Un secolo troppo presto. In questo libro a metà tra il saggio e il Graphic Novel, si immagina l’Italia del 2050, un paese rinato e rinnovato dalle idee di Olivetti. Una storia dove la nipote di un operaio della vecchia fabbrica di Ivrea, una ragazza di vent’anni, intervista l’ingegnere viaggiando nel tempo dal futuro. E’ un libro semplice ma che ha una grazia particolare, che restituisce tutta l’inquietudine della nuova generazione, le sue delusioni per le vecchie idee che hanno lasciato macerie, le angosce d’un presente incerto ma anche la sua capacità di entusiasmo per una via che ha un cuore, come quella che Olivetti ha aperto in Italia negli anni cinquanta del Novecento: “Io sono nato ad Ivrea poco meno di quarant’anni fa – scrive Peroni – e appena gli occhi li ho avuti grandi ho potuto vedere soltanto discesa. Il territorio che si impoveriva, la comunità che si disgregava, le famiglie a parare i colpi per figli cresciuti in colonia e invecchiati in casa. Anni di aperitivi consumati a tutto volume ma con qualcosa di guasto negli occhi: la mia generazione cinica per troppo candore, disincantata come i romantici più delusi. Una fabbrica dopo l’altra, un Tg dopo l’altro per vent’anni buoni grondavano crisi: persone a piccoli gruppi che cantavano slogan divise anche nei colori”. Sono sindacati in lotta che si disputano iscritti, industriali che ottengono casse integrazioni e delocalizzano, partiti alla deriva. Una discesa che i ragazzi di Ivrea e quelli di tutta Italia imboccano facendo finta di niente, continuando ogni giorno a inseguire lauree, lavoro e futuro: “E’ stato come crescere, conoscere, provare tutte le prime esperienze facendo il bagno nella risacca. La sensazione di stare al massimo fermi. Non volevi convincerti, c’era ancora un pezzo di festa da fare. Sembrava ancora che bastasse impegnarsi, studiare, assecondare vocazioni profonde perché il mondo facesse del posto….non sapevamo che farcela sarebbe stato oltre a questo pagare un affitto, tenere un posto coi denti, avere dei figli a cui dare qualcosa di non troppo peggiore di quello che noi avevamo avuto in eredità”. Ma oltre il disincanto c’è appunto la speranza: “Si sente profumo di nuovo nell’aria e se si sente qui a Ivrea, dove abbiamo avuto tutto per primi, può darsi che voglia dire qualcosa… Sono le forze che si mettono in rete, le conoscenze condivise, le filiere corte, nuove abitudini, nuove ambizioni, alcune idee sopra le altre: tra tutte la comunità a misura d’uomo ché da soli non siamo niente ma nemmeno in milioni, in truppa, in massa, un oceano indistinto”.

dentato_50pxE’ forse uno dei ritratti più efficaci e riusciti di una generazione che ha visto troppe cattive idee ammainare bandiera per non riconoscere con sanità d’istinto un’idea buona, per non sentirvi tutto immenso il futuro che contiene. Natalia Ginzburg nel suo Lessico famigliare ha lasciato un’immagine di Olivetti che nella sua plasticità dice molto del suo destino: “Andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio”.

dentato_50pxCosì Adriano Olivetti cammina ancora tra noi, sopra le macerie lasciate dai suoi nemici e con lui l’Idea dell’Italia libera, confederale e comunitaria.

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  1. Grazie per il contenuto deĺla comunicazione riferita a un grande uomo e imprenditore con capacità e visione eccezionali.Un italiano da conoscere di cui andare fieri

  2. Come per i veramente grandi, tutte le schiere infernali gli si scatenarono contro. La Nazione e il popolo che non lo compresero, e lo lasciarono solo contro il male, hanno da sperimentarne il Karma.