La fine della rossa Italia di mezzo

E sul perché l’Emilia di Bonaccini è più vicina al Lombardo-veneto che alla Toscana di Giani

Si sbaglierebbe ad accumunare la vittoria del piddiessino Eugenio Giani in Toscana a quella di Bonaccini in Emilia nello scorso gennaio. Eugenio Giani è espressione dei giochi di potere tra il Pd e Renzi, non è nè un manager con esperienza di amministrazione, né un leader. E’ un modesto candidato di apparato, non ha nemmeno avuto il coraggio di difendere la sua trascorsa militanza socialista nel Partito socialista di Bettino Craxi. La Toscana è regione statica, attraversata da decenni da una crisi lenta, nascosta dal suo marchio culturale di valenza mondiale. La popolazione è una tra le più vecchie d’Italia, la natalità porta il segno meno. Nel 2019 in Toscana sono nati circa 24.600 bambini e decedute 44.400 persone, un toscano su quattro ha più di 65 anni, per ogni giovane sotto i 15 anni vi sono un po’ più di due anziani, l’aspettativa di vita è una delle più alte d’Italia. E il numero di pensionati è vicino al dato dell’Emilia Romagna che però conta una popolazione maggiore di circa settecentomila unità; e più del 70% delle pensioni è percepito da ultra settantenni. E poi si potrebbero confrontare i dati sul numero dei brevetti, sulla spesa in ricerca e sviluppo, sulla produttività e subito si coglierebbero la differenze a favore della dinamica Emilia. Un elettorato invece quello toscano che reclama stabilità, certezza identitaria in cui riconoscersi; che vuole pensioni e assistenza sanitaria e sociale con la miriade di associazioni presenti nel territorio di ispirazione cattolica e laica, sotto il segno di un consociativismo catto-comunista di lunga data, organizzazioni tutte schierate a sostegno della sinistra. E Giani infatti come primo gesto va in pellegrinaggio di ringraziamento al santuario della Madonna di Montenero a Livorno.

dentato_50pxE così mentre l’uscente presidente Enrico Rossi chiamava alle armi per fermare l’“eversiva” Saccardi, Bonaccini chiedeva a Roma l’autonomia dell’Emilia Romagna assieme ai governatori leghisti della Lombardia e del Veneto e per giunta dichiarava il suo No al referentum per la riduzione dei parlamentari. Quindi fine della rossa Italia di mezzo. Tre regioni, tre direzioni, con Bologna ed il suo territorio ormai completamente dentro la logica produttiva del restante nord, solo con diverso colore di rappresentanza politica. A conferma, la vittoria strepitosa di Zaia in Veneto, il successo della Lega in Val d’Aosta. Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna d’altronde insieme hanno la stessa capacità di creare ricchezza dall’export della Baviera e del Baden-Wurttemberg.

dentato_50pxAl sud invece c’è il crollo di Cinque Stelle assorbiti dai caudilli De Luca e Emiliano, che con la loro esuberanza paternalistica si sono appropriati di tutte le istanze, dall’estrema sinistra finta ecologista al giustizialismo più becero, passando dal classico clientelismo, fuse a formare il partito della spesa pubblica. Altro che fine del populismo! Il popolo d’altronde si è ormai trasformato in moltitudine di individui, atomi senza orbita, che vanno pur governati tanto più al sud con enormi aree in mano alla criminalità e cifre di lavoro nero da capogiro. Italia variamente rappresentata quindi. Il fatto è però che oggi non c’è più nessun partito nazionale che sintetizzi in una linea, in grado di ricomporre i differenti interessi, le differenti domande provenienti dai territori, categorie e gruppi sociali, mancano i partiti, tanto più nazionali. E l’unico che è rimasto, il Pd, ormai non ha più nessuna idea di come tenere assieme l’efficientista e dinamico Bonaccini con il retore capopopolo e giudice Emiliano, non certo erede di Di Vittorio, o la maschera teatrale di De Luca. Ad aggravare la situazione, il dato paradossale della esistenza ormai solo in Parlamento – l’odiato Palazzo – dei Cinque Stelle.

dentato_50pxSituazione pericolosa dunque, con un Nord completamente integrato nella filiera produttiva tedesca (gli investimenti tedeschi in Italia sono ripartiti su oltre 1.800 imprese, creando circa 125.000 posti di lavoro). Economia che si traduce sul piano geopolitico in una mega regione lombarda-veneta-emiliana che gravita nell’orbita germanica; nord che chiede autonomia, maggiori investimenti per la produzione, servizi più efficienti. I nodi verranno al pettine tra la fine di quest’anno e l’anno prossimo, quando la crisi economica si trasformerà in crisi sociale e le differenti logiche di gestione del denaro pubblico si scontreranno per la distribuzione dei fondi europei. Allora si vedrà venire allo scoperto, senza più mediazioni, il partito della spesa pubblica assistenziale che si imporrà a prescindere dal colore dei suoi esponenti, se saranno sotto le bandiere pentastellate o rosa del PD. In quel momento poca importanza avranno le sigle dei rappresentanti di quegli interessi che andranno a contrapporsi senza mediazioni politiche ed istituzionali all’altra Italia.

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  1. Un’ amarissima constatazione: per me , come per moltissimi amici, si è arrivati alla stagione della TOTALE INVOTABILITA: Non è più possibile alcun “turarsi il naso” montanelliano o ricerca del “meno peggio”: E se si interrompe il legame cittadino-elettore-istituzioni, per quanto labile sia stato finora, la Democrazia rappresentativa è finita.